Plutarco, perché questo erudito moderato ci attrae

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Classici antichi. Infinita varietà dei temi trattati, argomentazione pacata, stile gradevole, testi ricchi di aneddoti e citazioni colte: «Tutti i Moralia» tradotti per Bompiani da un’équipe guidata da Lelli e Pisani

Carlo Franco, “il manifesto”, 19 novembre 2017

Si racconta che Arnaldo Momigliano fosse preoccupato di dover scrivere per la «Treccani» la voce su Plutarco, senza averne potuto leggere per intero l’opera. Il testo comparve nel volume XXVII pubblicato nel 1935, e contiene oltre all’informazione di base meditati giudizi, che meritano ancora interesse (però chi cerca oggi la voce fidando nella rete, e non nella carta, trova come autore Attilio Momigliano, l’italianista. Errore non isolato nei materiali Treccani on-line…).
Momigliano per altro aveva ragione. Conoscere per intero l’opera di Plutarco pervenuta sino a noi è impegno non da poco: le quasi cinquanta biografie delle Vite parallele sono più note, assai meno lo sono i saggi riuniti sotto il titolo di Opere morali (Moralia). Dei circa ottanta trattati, talora di poche pagine, talora più ampi, non tutti erano finora disponibili e reperibili in traduzione italiana annotata. Di qui l’iniziativa coordinata da Emanuele Lelli e Giuliano Pisani, che ha condotto studiosi di varia età ed esperienza a mettere insieme in un volume piuttosto corposo tutte le Operette, con testo greco a fronte e note, insieme alle opere non autentiche e ai frammenti (Plutarco, Tutti i Moralia, Bompiani «Il pensiero occidentale», pp. 3192).
L’epoca di Jacques Amyot
Come d’uso nella collana, si sottolinea orgogliosamente come si tratti della «prima traduzione italiana completa» che in età moderna abbia riunito il materiale in un solo volume (il concetto è ribadito nell’introduzione dove si fa la storia delle traduzioni moderne della cospicua raccolta). Certo, non è più l’epoca di Jacques Amyot (1513-’93) che da solo tradusse le Vite e poi le Opere. Né quella di Marcello Adriani (1553-1604) che donò eleganza toscana alle moralità di Plutarco così che i suoi scritti «acquistarono quell’uniformità e quella leggerezza di stile che troppo spesso non ebbero dal loro autore», come scrive l’Ambrosoli, tardivo editore di quella traduzione, integrata con qualche aggiunta (Milano, 1825). Il volume Bompiani è redatto a più mani, come è inevitabile e forse giusto, vaste essendo le competenze richieste. Gli scritti di Plutarco coprono molti ambiti diversi della cultura, dall’etica alla filosofia, dalla critica letteraria alla politica, dalla scienza alla retorica, dalla religione all’erudizione, dalla zoologia alla cultura popolare. Non disturba che le traduzioni, le annotazioni e il commento presentino talora un passo differente, tanto più che nel volume sono ripresi e rifusi anche materiali già pubblicati per altre edizioni parziali. Opportuna è la selezione dei materiali adibiti al commento, dove la completezza sarebbe impossibile e renderebbe il tutto poco utilizzabile: l’introduzione generale alle Opere morali premessa a una celebre collezione francese conta oltre duecento pagine.
Lo scrupolo dei commentatori emerge dalla imponente bibliografia scrutinata, esito dall’intenso lavoro svolto sull’autore negli ultimi decenni. C’è stato infatti un «ritorno a Plutarco»: ne scriveva Carlo Diano nel 1965, e giustamente lo ricorda Pisani. Fino al principio dell’Ottocento era durata una ammirazione altissima per il Plutarco biografo, ispiratore di «egregie cose», e scrittore di temi morali. Invece nell’Ottocento storici e studiosi del positivismo mostrarono una forte delusione, irritati dagli elementi compilativi dell’opera di Plutarco, giudicata poco utile come fonte storica e anche poco originale (ma dire che questo fu esito di una «ottusa filologia», come qui si legge, è eccessivo). Oggi si è tornati a leggere lo scrittore antico con migliore consonanza, accettandolo come è, cercando di trattarlo anche unitariamente, con le Vite a illuminare le Opere morali, e viceversa. Eppure la nostra epoca è molto lontana dal modello degli uomini grandi, è molto allergica alle esigenze di una estesa minuziosa cultura, e molto indifferente al «bello stile». Che cosa dunque attrae verso Plutarco? Non certo la prosa lenta e talora sovraccarica, spesso migliorata dalle traduzioni che attenuano certe ridondanze (basta guardare il testo greco a fronte, derivato da edizioni critiche correnti, per notarlo). A interessare invece è la varietà dei temi che Plutarco seppe affrontare, la sua pacata argomentazione, l’efficace gradevolezza del suo ragionamento. I suoi scritti, soprattutto morali, sono abilmente disseminati di efficaci aneddoti, dotte citazioni, pensose massime. Questo è il frutto non di una mente originale e speculativa, ma di un grande ingegno, capace di decantare con mano sapientissima una lunghissima tradizione culturale.
Scoprire pagine inattese
Tra le tante pagine di questo erudito, moralista, filosofo, teologo e letterato, ciascun lettore può costruire la propria antologia. In effetti, il volume che riunisce tutti i suoi scritti invita a scoprire pagine inattese: una discussione su come leggere la poesia, una riflessione sugli usi alimentari, un dibattito sulla crisi degli oracoli, la descrizione di un rito esotico, un’indagine antiquaria su strani usi romani, i consigli a un assennato uomo politico, una polemica su Erodoto e i Beoti, una declamazione su Alessandro Magno, un saggio di critica letteraria, attacchi contro scuole filosofiche rivali, e altro ancora. Difficile non trovare qualcosa che non attragga, fosse solo per curiosità.
Moderato in ogni atteggiamento
Plutarco è per noi uno dei «frutti più maturi della civiltà ellenica», e il testimone di un ellenismo in versione greco-romana: egli per certi aspetti profittava della pace imperiale, per altri si volgeva al passato, come se il presente non esistesse. Ecco allora, proprio nelle Opere morali, un blandissimo messaggio politico: accettare la supremazia romana, ma non identificarsi con l’impero, che greco non era. Ecco anche lo sguardo al passato: la coscienza di una grande eredità culturale, e il piacere di una erudizione antiquaria. Il panorama culturale di Plutarco è politicamente sicuro, del tutto alieno da tendenze ribellistiche. Moderato egli appare in ogni suo atteggiamento: profondamente pio ma avverso alla superstizione; dotto filosofo ma opportunamente vòlto alla filosofia pratica verificata nei comportamenti di ogni giorno; preoccupato della salute dell’anima ma anche di quella del corpo; teorico della politica ma soprattutto amico dei romani potenti; custode d’identità greca ma, ripeto, intento a discutere soprattutto la Grecia del passato. Plutarco è capace di scrivere discussioni ispirate sulla «democrazia», riferite a Clistene, Solone o Pericle, ossia a situazioni remote di mezzo millennio, e di farlo in un tempo in cui le città greche erano rette dalla élite dei notabili, e l’impero era guidato dal governo di uno solo. Non è divisivo Plutarco, non suscita conflitti: come certi saggisti che portano grisaglie di buona fattura, senza tempo, persone che esibiscono un eloquio forbito e buone letture di tradizione. Perciò li si legge o li si ascolta con piacere: hanno un rassicurante sapore di cultura, che con buona volontà si può anche trovare attuale. Sono gradevoli perché non impegnativi: non ambiscono aprire nuovi mondi, ma insegnano a abitare con stile e dignità d’altri tempi nei mondi che già ci sono.
Le priorità di Plutarco non sono sempre le nostre: nelle simpatiche Questioni conviviali si leggono temi talora bislacchi (l’innesto nei pini, la maniera di dividere le porzioni a tavola, la posizione dell’alfa nella sequenza delle lettere, e così via). C’è un saggio sul problema della scarsa produzione di oracoli in versi da parte della Pizia: tema marginale già al tempo dell’autore. Il quale fu personalmente molto devoto, e ebbe grande interesse per il divino, in ogni forma. Dedicò la sua dotta attenzione ai culti di Iside e Osiride, ellenizzandoli e platonizzandoli secondo la sua maniera, e seppe qualcosa anche sul «dio dei Giudei»; ma non pare aver registrato la comparsa del cristianesimo, a differenza dai più accorti intellettuali del suo tempo. Certo, in compenso Plutarco sapeva stendere pagine ricche di common sense sui rischi derivanti dalla cerimoniosità che impedisce di dire di no; poteva disquisire sul controllo dell’ira senza esibire le nervose agudezas di un Seneca; aveva meditato bene il suo amatissimo Platone; poteva comporre ampie dossografie sulle dottrine più importanti delle scuole filosofiche greche (utili oggi, dopo la perdita degli originali); aveva certe sue idee sulla ‘buona’ politica, e arrivava persino a scrivere frasi forti come questa: «il regime politico che sistematicamente scarica i vecchi, finisce inevitabilmente per riempirsi di giovani assetati di fama e di potere, ma digiuni d’intelligenza politica: e dove l’acquisiranno del resto, se non potranno farsi discepoli o spettatori d’un vecchio che governa?». Tranquilli. Parlava in astratto. Non alludeva ai Renzi-boys.

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L’indulgenza di Scipione

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Il saggio di Gastone Breccia (in uscita per l’editore Salerno) traccia il profilo del militare romano che a soli ventisei anni comandava un esercito di quasi 30 mila soldati. Fu detto l’«Africano» dopo la vittoria sui Cartaginesi a Zama

Paolo Mieli, “Corriere della Sera”, 14 novembre 2017

Sconfisse Annibale ma non lo uccise
Poi venne accusato di tradimento

Racconta Tito Livio che Publio Cornelio Scipione — detto «Africano» a seguito della straordinaria vittoria sull’esercito cartaginese a Zama (202 a.C.) — «compiva la maggior parte delle sue azioni affermando davanti alla gente di aver avuto premonizioni». Forse, prosegue Livio, «davvero il suo animo era dominato da una certa superstizione», o piuttosto «era la gente stessa ad assecondare i suoi ordini e i suoi progetti», quasi fossero stati preordinati da un nume. Quando prese la toga virile, prima di salire sul Campidoglio ed entrare nel tempio, Scipione si isolava dagli altri e se ne restava da solo, appartato, come se dovesse ricevere proprio in quegli attimi l’ispirazione divina. Lasciò altresì diffondersi, «di proposito o casualmente», la leggenda che lo voleva «uomo di stirpe divina». Fu riesumata, afferma ancora Tito Livio, «la diceria — ugualmente falsa — diffusasi una volta attorno ad Alessandro Magno, che cioè egli fosse stato concepito dall’accoppiamento (di sua madre) con un mostruoso serpente». Scipione «non smentì mai la fede in quei prodigi, ed anzi, con una certa abilità, la lasciò crescere»; pur senza compromettersi, cioè senza dire apertamente qualcosa «che andasse in quella direzione».
Gastone Breccia, nel suo straordinario Scipione l’Africano (in procinto di essere pubblicato da Salerno), scrive che sarebbe ingenuo pensare che l’Africano ritenesse davvero d’esser stato concepito da un dio il quale aveva preso le sembianze di un serpente. Ma considera errata l’insinuazione — quasi esplicita nelle parole di Tito Livio — secondo cui l’abitudine di Scipione di ritirarsi in solitudine in un luogo sacro «fosse una recita a beneficio del popolo». Gli dei, mette in evidenza Breccia, nella Roma della fine del III secolo prima di Cristo sono ancora «vive presenze sul colle Capitolino». Ed è naturale che il ventiseienne Publio Cornelio Scipione, il quale nel 210 a.C. era da solo al comando di un esercito di quasi 30 mila uomini, confidasse nell’aiuto divino per poter diventare, come si proponeva, «il vendicatore della patria e della famiglia». Dopodiché è vero che Publio Cornelio si autopromuoveva «nel ristretto numero degli uomini a contatto con gli dei» per completare la rappresentazione di sé come guida predestinata e provvidenziale dello Stato: fin dall’inizio della sua carriera pubblica, pretese che il popolo fosse spinto a seguirlo come si va dietro ad un generale che per metà è un dio.
Ne aveva bisogno. Era divenuto capo della sua gens da giovane, ancora inesperto, dopo la morte in battaglia del padre e dello zio (211 a.C.). Era «nipote e pronipote di consoli e senatori, nato nel seno di una delle famiglie più antiche e illustri, educato fin da bambino a seguire la carriera politica di tutti i patrizi». La sua vita cambiò, secondo Breccia, un giorno di fine inverno del 218 a.C. quando suo padre venne eletto console insieme a Tiberio Sempronio Longo. Era un momento davvero importante nella storia di Roma: «Da un’intera generazione — dalla battaglia delle isole Egadi che nel 241 a.C. aveva posto fine alla prima lunga guerra con Cartagine per il controllo della Sicilia — Roma era la potenza egemone del Mediterraneo occidentale, dove le sue flotte non avevano più rivali». Ma Cartagine aveva saputo risollevarsi e l’espansione nella penisola iberica voluta da Amilcare Barca le aveva procurato «ingenti risorse economiche, con la possibilità di reclutare mercenari in gran numero», aprendo così «prospettive strategiche vantaggiose per una ripresa della lotta». E quando nel 219 il figlio di Amilcare, Annibale, attaccò Sagunto — città amica di Roma, ma fuori dalla sua zona di influenza quale era stata definita nel trattato firmato con i Cartaginesi, che assegnava a Roma stessa un’area con un confine segnato dal fiume Ebro — sul Campidoglio si diffuse un senso di paura e di colpa. Di paura perché fu in quel momento che si intuirono l’aggressività e le grandi capacità militari di Annibale. Di colpa per aver sottovalutato lungo oltre un ventennio (più o meno l’arco di tempo che nel Novecento intercorse tra la Prima e la Seconda guerra mondiale) il «riarmo cartaginese». Fu in quel momento che l’Africano, figlio del suo omonimo Publio Cornelio Scipione, iniziò a sentire in casa le ragioni che motivavano una «condotta aggressiva nei confronti di Cartagine». Roma era ancora parzialmente pervasa da sentimenti pacifisti (alimentati dalla gens Fabia, con il console Marco Fabio Buteone), ma il capo della gens Cornelia, Scipione senior, riuscì a farsi assegnare l’esercito che sarebbe andato a combattere contro Annibale. A suo fratello, Gneo Cornelio, Scipione padre avrebbe lasciato il compito di compiere la missione in Spagna. A sé riservò l’impresa di fronteggiarla nell’alta Italia. E portò al proprio fianco il figlio diciassettenne. Fu in questa occasione che nel 218 il nostro Scipione salvò la vita al padre nella battaglia del Ticino (ma Breccia definisce l’episodio, assieme ad altri dello stesso genere, «poco credibile»).
Nel 216 il futuro Africano riuscì a sopravvivere alla catastrofe di Canne. Cinque anni dopo, in Spagna, persero la vita suo padre e suo zio. E fu di lì a poco che, appena venticinquenne, venne nominato proconsole e spedito in Spagna. Dove, nel 209, sconfisse i nemici a Cartagena. Come? Secondo Breccia, Scipione conosceva la «buona regola per non sbagliare, in guerra»: quella di «concepire piani semplici e affidarne l’esecuzione ai subordinati con istruzioni chiare, essenziali e possibilmente flessibili». Dopodiché la seconda regola, quella per la pace, sarebbe stata di essere particolarmente generoso con gli sconfitti. Dalla fine dell’Ottocento gli storici, o meglio alcuni storici come Theodor Mommsen, hanno messo in discussione l’operazione militare spagnola di Scipione, accusandolo di aver consentito al fratello di Annibale, Asdrubale (che oltretutto gli aveva ucciso il padre e lo zio), di trasferirsi nell’alta Italia mettendo in serio pericolo la penisola. Ma — anche a prendere per buoni questi capi d’imputazione — tutti poi concordano che vada riconosciuto a Scipione il merito di aver concepito fin dal 205 il disegno di andare a combattere la Seconda guerra punica in Africa così da costringere Annibale a lasciare l’Italia.
Prima della battaglia decisiva, Scipione e Annibale si incontrarono su sollecitazione di quest’ultimo. Perché? Secondo Barry Strauss (L’arte del comando, edito da Laterza) Annibale «sapeva che se fosse morto in battaglia e Roma avesse vinto la guerra, sarebbe stato il nemico a scrivere la storia e voleva che in seguito, quando si sarebbero rivolti a lui, Scipione ricordasse l’uomo che aveva incontrato sotto una tenda prima della battaglia».
Scipione vinse nel 202 a.C. a Zama. Da quel momento — all’epoca aveva 33 anni — fu chiamato l’Africano. Ma la sua vita pubblica non si concluse in quei giorni. Dopo Zama, invece di uccidere Annibale o di trascinarlo a Roma in ceppi, Scipione gli salvò la vita. E si prese cura di lui. Anzi si può dire che, come ha scritto Giovanni Brizzi in Annibale (Bompiani), il generale cartaginese trovò «un difensore generoso ed insperato proprio in Scipione», che gli concesse di essere ancora un politico di primo piano nella Cartagine del dopo Zama. Come ha scritto Basil H. Liddell Hart in Scipione Africano (Rizzoli), mettendo a confronto le proposte del vincitore di Zama con quelle che, nel 1919, suggellarono la conclusione della Prima guerra mondiale, «non si può fare a meno di apprezzare la grande moderazione di Scipione a confronto delle condizioni poste a Versailles» agli Imperi centrali dalle potenze vincitrici dell’Intesa. Finché furono gli stessi cartaginesi che si rivolsero a Roma perché li liberasse di quel condottiero.
Contro il parere di Scipione (così argomenta Werner Huss in Cartagine edito dal Mulino), Roma inviò «osservatori» a Cartagine nel 195 a.C. e Annibale fece appena in tempo a fuggire per rifugiarsi, dopo un lungo viaggio, a Efeso sotto la protezione di Antioco di Siria. Che però sarebbe stato, a sua volta, sconfitto dai Romani, cosicché il grande cartaginese fu costretto a riprendere la peregrinazione verso il regno di Bitinia. Annibale da quel momento capì che non sarebbe mai più tornato in patria. Scipione per parte sua era tornato in una Roma che lo aveva accolto sì trionfalmente, ma senza che con ciò i suoi numerosi avversari politici deponessero le armi. Erano, questi avversari, quelli che potremmo definire gli eredi di Quinto Fabio Massimo il temporeggiatore, morto da più di un anno, ma ancora «vivo» nella memoria di coloro che erano sempre stati ostili all’audace vitalità di Scipione. Scipione capì l’antifona e si ritirò all’istante dalla vita politica. La sua successiva assenza dalla scena si può spiegare solo come «rinuncia volontaria», scrive Breccia, mettendo in evidenza come Tito Livio non fornisca «alcuna spiegazione del suo comportamento» di cui, anzi, sembra non essersi neanche accorto.
Scipione, osserva Breccia, fu un grande soldato e comandante; non venne mai battuto e «non ebbe bisogno di comportarsi da eroe» (se non alla sua primissima apparizione sul campo di battaglia del Ticino quando — come si è detto — la leggenda vuole che abbia salvato il padre circondato da cavalieri nemici). Però poi, aggiunge lo storico, «sulla scena ambigua delle lotte di potere nell’orizzonte chiuso della classe dirigente repubblicana, sembrava aver perso l’iniziale spirito di iniziativa». Forse anche per questo, osserva Breccia, la sua figura è rimasta per così dire offuscata nella memoria. Un’«innata sobrietà» fu «la caratteristica più spiccata del suo comportamento, in guerra come in pace». Ma questa «dote» mal si conciliava con il suo desiderio di restare in qualche modo ancora sulla scena pubblica. Fu qui, su questo palcoscenico, che il tribuno della plebe Marco Nevio (fattosi portavoce dei suoi ormai innumerevoli oppositori, che avevano in Catone la loro punta di diamante) citò Publio Cornelio Scipione Africano a comparire al cospetto del popolo per difendersi dall’accusa di proditio, ovvero alto tradimento. Accusa accompagnata da insinuazioni su dissolutezze nella vita privata e sottrazione di denaro pubblico (insinuazioni che mancavano di qualsiasi appiglio documentale). Qualche riscontro poteva avere invece l’addebito di aver accettato un favore da un nemico, il re di Siria Antioco e la concessione al siriano, in cambio di questi favori, di condizioni di pace a lui più favorevoli. Cosa che, ove mai fosse stata dimostrata, avrebbe potuto essere considerata, essa sì, alla stregua di un danno alla res publica. Ma anche in questo caso non c’erano prove inconfutabili.
Ciò nonostante Nevio, sostenuto da uno schieramento che si faceva di giorno in giorno più ampio, si spinse a indicare in lui, nell’Africano, «un politico che voleva farsi dittatore». Anzi: a prendere per buono quest’ultimo decisivo capo di imputazione, per Nevio Scipione era già diventato un «despota». Il tribuno lo accusava, riferisce Livio, di essersi mosso «soltanto per mostrare chiaramente alla Grecia, all’Asia e a tutti i popoli d’Oriente ciò di cui ormai da tempo erano convinte la Spagna, la Gallia, la Sicilia e l’Africa, cioè che un uomo solo era il capo e l’architrave del dominio romano, che la città signora del mondo spariva sotto l’ombra di Scipione, che i suoi cenni prendevano il posto dei decreti del Senato e delle decisioni del popolo». Qui ritroviamo Scipione come un uomo «smarrito», secondo Breccia, «nel labirinto della politica romana, senza più riuscire a essere utile né a se stesso né alla repubblica che aveva finito per temerlo più di quanto non lo avesse amato».
Contro di lui furono assestati colpi durissimi che gli provocarono un’amarezza senza limiti dato che — come è definitivamente accertato — «aveva sempre evitato di forzare la costituzione». Semmai, unica sua colpa individuabile, era stato eccessivamente indulgente verso i propri familiari. Inoltre, secondo Breccia, peccò anche «per ingenuità, tracotanza, eccesso di fiducia nel prestigio di cui godeva presso i concittadini». Ma, giunta l’ora della verità, Scipione decise di non rispondere alle accuse. Si produsse invece in un colpo di scena: ricordò agli astanti che quel giorno cadeva l’anniversario di Zama e li invitò a seguirlo sul Campidoglio, dove avrebbe reso omaggio a Giove Ottimo Massimo. Cosa che tutti fecero. Quel gesto, invece che solo un escamotage per sottrarsi alle imputazioni, fu considerato (e forse voleva esserlo) un atto di resa. E non gli giovò. Resosene conto, dopo quella cerimonia, Scipione lasciò Roma, si ritirò nella sua villa di Literno dove poco tempo dopo, all’età di 52 anni, morì (183 a.C.). Al suo decesso nessuno volle ricordare che era stato merito suo se «le legioni avevano iniziato a trasformarsi nel migliore esercito del mondo antico». E non si parlò neanche del fatto che «grazie alle sue vittorie il dominio di Roma si era ormai esteso su tre continenti». In compenso — se vogliamo dire così — saltò del tutto anche il processo per il «tradimento» in complicità con Antioco. Dopodiché, i suoi avversari, fa osservare Breccia non senza perfidia, «raggiunto lo scopo, lasciarono cadere le accuse». Come, da allora in poi, è sempre accaduto.

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Ripudiata, maga, assassina, Medea nel prisma del mito

Risultati immagini per Il mito di Medea Immagini e racconti dalla Grecia a oggi

Mitologia classica. Giuseppe Pucci, in un volume monografico Einaudi uscito nella collana diretta da Bettini, ha selezionato le tappe-chiave, da Euripide a oggi, di un personaggio antropologicamente complesso

Maria Jennifer Falcone, “il manifesto”, 12 novembre 2017

Quando, nel terzo secolo a.C., il poeta Ennio portò per la prima volta sulle scene romane la storia di Medea, su quel palcoscenico provvisorio (il primo teatro in pietra, quello di Pompeo, fu costruito solo molto dopo) la maga della Colchide, rivolgendosi al coro di donne di Corinto come nel modello euripideo, le chiamava matronae e optumates, e parlava loro usando concetti tipici della mentalità romana (la patria, il vincolo del matrimonio, il ruolo della donna, i temi del destino e della libertà individuale). Quel racconto lontano rinasceva a Roma, ne assorbiva la cultura per trarne nuova linfa. È quello che succede ogni volta che un artista decide di dare voce al mito: esso prende vita, e parlando di sé ci racconta molto della civiltà che lo ha accolto e rielaborato.
Nel nuovo titolo della serie «Mythologica» Einaudi: Maurizio Bettini e Giuseppe Pucci, Il mito di Medea Immagini e racconti dalla Grecia a oggi («Saggi», pp. XI-321), sono descritte alcune delle numerose rinascite di questo mito (più di quattrocento) che ha affascinato gli antichi e continua a turbare i moderni. Come accade in tutti gli altri volumi della collana (dedicati di volta in volta a Elena, Narciso, Edipo, le Sirene, Circe, Enea, Arianna), il libro inizia con un racconto scritto da Bettini. La scena si svolge sull’Isola dei Beati, ultima destinazione di Medea, che qui – secondo una variante del mito – sta per sposare Achille. Prima delle nozze, esitante e inquieta, la donna si abbandona ai ricordi: il flusso dei pensieri dà corso al racconto. Ripercorrendo la sua vita, dall’amore per Giasone («in quel momento lui era entrato dentro di lei e da allora non era più uscito») ai crimini commessi per lui, Medea è contemporaneamente personaggio e interprete di sé stessa. «Ma io sono una dea, e sono differente. Cioè indifferente»: questa sequenza, che si ripete con variazioni come un ritornello e si incide nella memoria anche grazie al gioco di parole di gusto ‘romano’, mostra in filigrana la sensibilità dell’antropologo e del classicista e risuona in sottofondo durante la lettura del saggio.
Nell’ampia seconda parte del volume Giuseppe Pucci esplora le tappe più significative del lungo percorso artistico e letterario di Medea: dopo aver analizzato le rappresentazioni antiche del mito, mostra i caratteri principali di alcune riprese medievali, rinascimentali e moderne, distinguendole per generi (teatro, cinema, opera, arti figurative).
Di fronte a un mito così fortunato, il primo ostacolo è la selezione. Per il mondo greco, senza trascurare altri autori (in particolare Eumelo di Corinto, Pindaro, e poi Apollonio Rodio), Pucci riserva opportunamente lo spazio maggiore alla tragedia di Euripide, verisimilmente la prima in cui Medea fu associata al terribile atto del figlicidio. La sua lettura è l’occasione per mostrare l’attualità del dramma negli anni in cui fu messo in scena e così esplorare alcuni caratteri della cultura greca. La philía, per esempio, ovvero l’appartenenza a un gruppo di ‘amici’, ospiti e congiunti, da cui ci si aspetta solidarietà: Giasone ne esclude Medea quando la ripudia, giacché la considera una «concubina» priva di diritti, proprio come avrebbe fatto un qualsiasi cittadino ateniese del tempo nei confronti di una compagna straniera; conseguentemente, Medea, «l’esclusa», può giustificare l’assassinio dei figli, che non sono più ‘suoi’ perché Giasone non li chiama mai ‘nostri’. E, ancora, l’importanza della retorica, all’epoca rappresentata da Gorgia (al suo Encomio di Elena la ‘sofista’ Medea è particolarmente debitrice), e l’ottemperanza al codice eroico maschile da parte di una donna che preferirebbe «tre volte imbracciare lo scudo piuttosto che partorire» (un verso, questo, tra i più noti e fortunati del dramma).
Per il mondo latino, Pucci si sofferma sulle Medee repubblicane, fondamentali per comprendere lo sviluppo del racconto a Roma, ma di cui ci sono rimasti solo frammenti: la Medea di Ennio, il Medus di Pacuvio e la Medea sive Argonautae di Accio di cui – soprattutto grazie a Cicerone – conosciamo bene le prime scene, con il celebre prologo e la descrizione espressionistica della nave Argo che solca il mare. Seguono (prima di Seneca, Valerio Flacco e Draconzio) le sfaccettate rappresentazioni ovidiane: la maga delle Metamorfosi; la donna abbandonata delle Eroidi, e quella vista con gli occhi della rivale, Ipsipile, che Giasone ha lasciato per lei. Della Medea di Seneca, punto di riferimento per molti moderni affascinati dal mito, Pucci offre una lettura «a una dimensione», che mette al centro la ferocia, ma non trascura il tema del nefas Argonautico (la colpa, cioè, di aver profanato il mare e rovesciato così le leggi della natura). Anche in questo caso, la tragedia è occasione di riflessione sulla cultura che l’ha espressa, come mostrano, ad esempio, le considerazioni sul repudium (situazione giuridica chiara, per cui i figli restano col padre e avranno una matrigna) e quelle sui figli come pignora (pegni di un’alleanza di sangue tra i coniugi).
Numerose davvero, e perciò qui solo cursoriamente accennabili, le riprese moderne analizzate nel saggio, dalle più note alle più, per così dire, esotiche: Pavese, Alvaro, Pasolini e Maria Callas (forse un’autentica Medea moderna, anche grazie alla sua vita tormentata: Pucci ricorda l’abbandono di Onassis e il probabile aborto per cui finì sui tabloid quasi come ‘infanticida’); ma anche la Medea da telenovela messicana di Arturo Ripstein e quella ecologista dell’americano Robinson Jeffers. Oltre a queste, e a riprova della fortuna del mito in diverse forme d’arte, mi piace ricordare anche gli spunti che possono venire da un’analisi delle Medee nella danza classica e contemporanea, da Noverre a Preljocaj, passando per le sperimentazioni di Martha Graham: in esse il puro linguaggio del corpo si fa immediata rappresentazione del cosiddetto ‘complesso di Medea’ discusso da Pucci.
La sezione sull’iconografia, pienamente integrata nel tessuto argomentativo, consente di chiarire i rapporti tra i testi e le arti figurative (molto belle le tavole a colori) e di queste mette in luce il linguaggio. È il caso della composizione ‘sinottica’: l’artista introduce la sequenza temporale nello spazio unico della rappresentazione, e così, su un cratere apulo del 320 a.C., sotto il riquadro che rappresenta la morte di Glauce già si vede il carro pronto a portare via Medea da Corinto.
Per spiegare la fascinazione ambivalente di questa figura inafferrabile Pucci ricorre, insieme agli altri, ai necessari strumenti dell’antropologia: si interroga sulla natura liminale di Medea, a metà tra l’umano e il divino, ne indaga l’ambiguità connessa con la magia, esplora le ragioni della sua marginalità difficile da integrare, tenta di interpretare il figlicidio tenendo conto dell’androcentrismo che caratterizzava le società antiche.
Almeno a partire dal V secolo a.C. Medea continua a suscitare domande e a sfuggire alle risposte. La tensione in lei fra umanità e alterità ne scatena una ‘simmetrica’ tra immedesimazione e repulsione. Umana e terribilmente disumana. Insieme simile e ‘altra’, donna e dea. E mentre ripete che «gli dèi sono differenti, cioè indifferenti», la sua tremenda femminilità, così antica e così moderna, sembra squarciare il velo dell’indifferenza divina. Un’altra contraddizione, un altro enigma.

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L’altra verità su Spartaco

Denis Foyater, Spartacus, 1830, Louvre, Paris

Giovanni Brizzi propone un‘interpretazione originale del sanguinoso conflitto in un saggio edito dal Mulino. Numerosi indizi suggeriscono che l’autentica posta in gioco fossero i diritti delle popolazioni che reclamavano la cittadinanza

Paolo Mieli, “Corriere della Sera”, 7 novembre 2017

È giunto il momento di aprire il dossier dell’«altra Italia», quella del mondo appenninico e meridionale che fino all’inizio del I secolo a.C. prese più volte le armi contro Roma. E lo fece in conflitti che, pur assai diversi tra loro, ebbero, però, in questa costante ostilità uno speciale filo conduttore. Un filo conduttore già intravisto in passato, ma che è oggetto adesso di un interessantissimo e approfondito studio di Giovanni Brizzi, Ribelli contro Roma. Gli schiavi, Spartaco, l’altra Italia, edito dal Mulino. Prima Annibale, poi Silla che cercò di reclutare gli Italici alla sua causa, infine Spartaco, tutti provarono a far leva sull’«altra Italia». E in più occasioni quest’«altra Italia» fu sul punto di travolgere la città più importante dell’epoca.
La storia ricostruita da Brizzi ha inizio con la Seconda guerra punica (218-202 a.C.) che, secondo lo studioso, avviò una serie di processi «gravidi di conseguenze funeste». E, se si può dire che le spese sostenute dall’erario della Repubblica erano state molto, molto grandi, si può altresì documentare che «le distruzioni e i danni, anche permanenti subiti dalla penisola durante i quindici anni di presenza cartaginese» erano stati «spaventosi». Le città prese da Annibale (e successivamente riconquistate dai Romani) furono ben 400. Molte di queste 400 città furono distrutte e date alle fiamme, le altre «ripetutamente espugnate e messe a sacco dalle parti in lotta». Con danni specifici per l’Italia del Sud: «I campi del Meridione furono per anni sistematicamente devastati e brutalmente sfruttati dagli opposti eserciti, intere popolazioni conobbero la deportazione in massa». Ciò che produsse la fuga dei contadini dalle loro terre (la Lucania e l’Apulia rimasero quasi deserte) e, assieme ad essa, la crisi irreversibile della piccola proprietà, progressivamente assorbita nel latifondo.
Il latifondo, d’altra parte, poté svilupparsi esclusivamente in virtù dell’utilizzo di schiavi, un grande utilizzo di schiavi. Di tale sfruttamento della manodopera servile si occuparono due autori greci, Strabone e Diodoro Siculo, contemporanei di Augusto, che avevano entrambi ampiamente attinto da Posidonio di Apamea, lo storico vissuto centocinquant’anni prima di loro. Il ricorso agli schiavi era già stato praticato in Sicilia in tempi precedenti. Ma, a seguito della sconfitta di Cartagine nella Seconda guerra punica (202 a.C.), i Siciliani godettero per sessant’anni di una immensa prosperità e tutti quelli che avevano estensioni di terra acquistavano, per poterle coltivare, enormi quantità di nuovi servitori. In quali condizioni vivevano questi schiavi? Alcuni «erano tenuti in catene, altri erano gravati di lavori pesanti e in modo infame venivano tutti marchiati a fuoco», riferisce Diodoro; la Sicilia intera — dove la schiavitù introdotta prima dai Punici e poi dai Greci era praticata da almeno tre secoli — fu all’epoca «gremita da una massa di schiavi» in una misura che ancora adesso appare davvero «incredibile». I padroni di questi schiavi si distinguevano per «arroganza, avidità e crudeltà». Ma le prime sommosse, in realtà, non si ebbero in Sicilia, bensì a Sezia e a Preneste nel 198 a.C. e poi ancora in Etruria due anni dopo. Si trattava di schiavi provenienti dalle «città fedifraghe», quelle cioè che nel corso della guerra avevano parteggiato per Annibale. In queste aree geografiche si erano diffuse — in particolare nelle grandi fattorie dell’Apulia ma non solo — società segrete dedite ai culti misterici di Dioniso e di Proserpina. Culti di cui Catone il Censore, intuendone la carica ideologica, chiese fin dagli inizi una decisa repressione. Secondo Appiano, il tribuno Tiberio Gracco si allarmò per quello che stava accadendo in Sicilia a causa della concentrazione di grandi masse servili e fu il primo a predicare — anche sulla base di acute considerazioni in merito alle possibili conseguenze di questa proliferazione della schiavitù — il ritorno alla piccola proprietà coltivata da liberi contadini. La rivolta siciliana scoppiò nell’autunno del 135 a.C. e fu domata solo nel 132 a.C. dal console Publio Rupilio. Ideologo di questa grande sommossa fu il carismatico siriaco Euno, che assunse il nome di Antioco. Euno, racconta Brizzi, si propose — come poi avrebbe fatto Spartaco — quale «vate di una realtà migliore», puntando a trasformare gli schiavi in combattenti. Come poi Spartaco, che vietò di introdurre oro e argento negli accampamenti, Euno «impose una spartizione rigorosamente equa della preda e, sembra, non permise se non in due circostanze soltanto che i prigionieri romani fossero costretti a battersi come i gladiatori». Inoltre bandì il saccheggio e incoraggiò «il rispetto di una proprietà che ebbe a soffrire piuttosto — a quanto riferisce Diodoro — dal rancore di quel libero proletariato che si era unito alla rivolta».
Trent’anni dopo, nel 105 a.C., esplose una seconda insurrezione che fu sconfitta solo quattro anni dopo, nel 101 a.C., dal console Manio Aquilio. E Spartaco? Brizzi è convinto che la sua sia tutta un’altra storia e che sia riduttivo considerarlo esclusivamente il capo di una rivolta servile. È chiaro, scrive, «che tra i suoi seguaci vi furono anche schiavi; ma le energie più consistenti e autentiche che alimentarono quella rivolta furono forse altre». Le «vere» rivolte degli schiavi, quelle siciliane, avevano costituito, secondo lo storico, «una sorta di drammatico preludio rispetto alla nuova, interminabile sequenza di lotte intestine che per venti lunghissimi anni bruciarono come in una fornace la gioventù italica e insieme quella romana, opposte su tutti i campi di battaglia della penisola». Seguirono altri anni di guerra civile e l’«avventura di Spartaco» si inserisce con caratteristiche peculiari in questo interminabile conflitto. Conflitto che si produsse — ed è qualcosa da tenere bene a mente — lungo una linea fissata con efficacia da Santo Mazzarino: all’epoca «solo la parte a destra degli Appennini si può chiamare propriamente Italia; quanto all’altro versante, quello che digrada verso lo Ionio, ora anche questo è chiamato Italia, ma sono Greci coloro che abitano lungo la costa ionica; e il resto l’occupano i Celti». Due Italie diverse, insomma. Tant’è che gli scontri avrebbero avuto termine solo con la piena unificazione della penisola ad opera di Augusto.
Tornando a Spartaco, Brizzi dubita, tra l’altro, che fossero davvero tutti schiavi i seimila uomini crocefissi lungo la via Appia allorché la rivolta fu domata. Ricorda che «al termine del primo conflitto combattuto in Sicilia, a conclusione di quella che potremmo definire forse la più autentica tra le guerre servili, gli schiavi non vennero uccisi, bensì restituiti ai loro padroni, nel rispetto di una proprietà nei confronti della quale i Romani mostrarono allora massima considerazione». Con Spartaco le cose andarono in modo diverso. Molto diverso. E questa differenza, secondo Brizzi, «potrebbe essere stata motivata non dal differente momento storico, ma dalla diversa natura del nemico, così almeno come veniva percepita». Nel 71 a.C. è probabile che la caratteristica attribuita ai seimila seguaci di Spartaco crocefissi fosse quella («imperdonabile per i Romani») di «ribelli a oltranza». E forse «si volle dare un definitivo, atroce esempio a chiunque intendesse ripercorrere la strada di quanti, neppur dopo Silla, si erano lasciati piegare dalle recenti tragiche disfatte».
Racconta Appiano che, in procinto di misurarsi ancora una volta con Roma, Mitridate ritenne di poter contare sugli Italici poiché sapeva che «recentemente quasi tutta l’Italia per odio si era ribellata ai Romani e a lungo aveva fatto loro guerra, e contro di loro si era unita al gladiatore Spartaco». Se questo è vero, si domanda Brizzi, «da che cosa gli ex alleati poterono essere indotti, pur dopo la concessione della cittadinanza, a una nuova, sanguinosa rivolta, a capo della quale finirono addirittura per accettare un gladiatore trace?». Certo, concede l’autore, «lo strazio della guerra civile e le proscrizioni, gli espropri sillani e la miseria nata dal conflitto: fattori, questi, che, certo, contarono tutti». Ma la risposta più autentica alla domanda posta poc’anzi «può forse essere cercata in una significativa anomalia». Quale? Il tentativo compiuto dai censori eletti per l’anno 89 di contare tutti i cittadini, compresi quelli più recenti, era andato incontro al fallimento più completo; e un censimento regolare si era tenuto successivamente solo nell’86-85 a.C. In questa seconda circostanza però — malgrado il dato ancora una volta inequivocabile dello stesso Appiano secondo il quale «i nuovi cittadini superavano largamente per numero i vecchi» — rispetto ai 395 mila circa censiti alla fine del secolo precedente, ne erano stati computati 463 mila, «con un incremento assolutamente irrisorio di 68 mila soltanto». Pochi, troppo pochi furono quelli che avevano effettivamente ottenuto la cittadinanza. Cosa che non poteva non destare il malcontento degli Italici.
Spartaco ebbe l’astuzia di farsi interprete di questo malcontento. Forse in un primo momento si calò nei panni di un «comandante vittorioso venuto dall’Oriente», di cui qualcuno proprio in quel momento storico aveva vaticinato l’avvento. Ma quella del «comandante» che prima o poi sarebbe entrato a Roma accolto come un trionfatore fu un’illusione di breve durata. Escluso dal mondo delle città, sostiene Brizzi, Spartaco «tornò, sia pure con speranze sempre più fievoli, a cercare nuovi alimenti alla lotta in quella seconda Italia che per secoli aveva combattuto contro Roma; e che prima durante la guerra sociale, poi durante la guerra civile sillana, era stata sconfitta senza però essere stata ancora completamente domata». Ed è forse «per esorcizzare questa immagine, e soprattutto per dimenticare che una parte cospicua dell’Italia di allora aveva seguito un gladiatore trace contro la res publica, che — con l’eccezione di Sallustio (e, parzialmente, di Appiano…) — quasi tutta la storiografia romana sembra aver deformato la figura di Spartaco in una maschera, che sovrapponeva alla sua identità reale l’immagine dello schiavo fuggiasco». E, allo scopo di infangarlo, del «gladiatore partecipe della peggior condizione umana» (Floro), della «belva insensatamente scatenata contro lo Stato egemone».
Così un esercito fatto di genti che provenivano dalle aree montuose del Meridione d’Italia fu identificato con la figura di quel capo di una «rivolta servile», un personaggio che non avrebbe potuto nutrire altra aspirazione che quella, «nobile ma limitata», alla libertà individuale o, al più, sognare, sottolinea Brizzi «un ritorno a una patria che egli, invece, rinunciò fino dall’inizio a perseguire». Ma in realtà Spartaco non fu niente di tutto questo. Fu piuttosto il ribelle con la cui morte si chiuse di fatto una ferita aperta da secoli. Nell’arco di diciotto anni appena l’Italia aveva conosciuto ben tre feroci guerre intestine («poiché di questo, in realtà, si era trattato», scrive Brizzi, «anche nell’ultimo caso»); guerre che, «se alquanto diversi erano stati gli spunti iniziali», avevano però invariabilmente attinto le principali energie «da un ben preciso serbatoio di instabilità». A chiudere la partita fu la decisione romana — guarda caso proprio dopo aver sconfitto Spartaco e aver esposto lungo la via Appia i corpi degli ultimi seimila ribelli crocefissi — di concedere finalmente agli Italici quello che anche Silla aveva tentato di garantir loro: la piena fruizione della cittadinanza. «Non può essere una coincidenza», fa notare Brizzi, «che, contro i 463 mila dell’atto precedente, il nuovo censimento del 70-69, il primo dopo la morte di Spartaco, registri nelle liste ben 910 mila cittadini, ai quali vanno aggiunti probabilmente i 70 mila uomini sotto le armi oltremare». Quasi un milione di persone. Ecco chi fu davvero Spartaco secondo Brizzi: «l’ultimo condottiero di un’Italia disperata e furibonda, da secoli in lotta con Roma che, pur nella morte, l’aveva, in fondo, portata alla vittoria». Dopo di lui altri cercarono di pescare almeno in parte dal fondo dello stesso barile: Catilina è uno di questi. O Lepido, il «console sovversivo» che si appoggiò ad alcuni capi «mariani» dispersi, altri «banditi», gli ultimi «Etruschi ribelli». Forze alle quali «aveva forse pensato già Spartaco nella sua infruttuosa puntata verso nord, venendone però rifiutato». Ma ormai la spinta si era esaurita, tant’è che l’autore considera Spartaco e non Lepido «l’ultimo vero conduttore della seconda Italia». Quanto a Roma, «ripensando a questi eventi nella sua più tradizionale storiografia, preferì dimenticare e rimuovere; come del resto già aveva fatto nei confronti degli infelici Sanniti, quando l’annalistica di età sillana aveva cancellato “ufficialmente” la sconfitta subita dalla stessa Roma nella prima guerra contro di loro, giungendo a stravolgere la cronologia degli eventi». Pratiche non inusuali in una storiografia avvezza a riscrivere il passato in funzione del presente.

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Omero, Sofocle e Virgilio raccontano bellezze e debolezze dell’animo umano

joseph.wencker.priamo.aquiles.1876

La forza e la pietà: l’Iliade
La conoscenza e la sofferenza: l’Edipo re
L’invenzione di Roma: l’Eneide

Piero Boitani, “Il Sole 24 ore – Domenica”, 29 ottobre 2017

La scena si apre di notte, quando Priamo, contro l’avviso di tutti, si decide ad attraversare la pianura che separa Troia dal campo greco per andare a riscattare il corpo del figlio. Il vecchio è solo con l’auriga, ma viene ben presto raggiunto da Ermes, che Zeus ha inviato in suo aiuto. Il dio guida Priamo all’accampamento nemico, dandogli consigli preziosi sul modo in cui rivolgersi ad Achille. E Priamo entra all’improvviso nella tenda di colui che gli ha ucciso tanti figli, lo supplica nel nome del padre di lui, Peleo, bacia la mano che ha ammazzato Ettore. Achille, che ha appena terminato di mangiare, e che in un primo momento sussulta, piange ricordando il padre e Patroclo; Priamo piange il suo Ettore. La comunanza tra uomini viene infine ristabilita: nel pianto. Achille si alza di scatto, solleva per la mano il vecchio, lo invita a sedere con lui e si lancia in un discorso sugli affanni in mezzo ai quali gli dèi costringono gli uomini a vivere. Poi esce, chiama le ancelle e fa lavare e rivestire il corpo di Ettore, infine lo adagia lui stesso sopra la bara e, rompendo in lamenti per Patroclo, ritorna nella tenda. Invita allora Priamo a mangiare con lui, sostenendo che si era ricordata del cibo persino Niobe, cui Apollo aveva ucciso ben dodici figli.
Alla fine del pasto, ormai sazi, i due si guardano e si ammirano, in quella che è l’estrema pausa del poema: Priamo nota quanto Achille sia «grande e bello, proprio uguale agli dèi»; Achille osserva il «nobile aspetto» di Priamo e ascolta le sue parole.
Un grande stupore, una profonda meraviglia si impadronisce di entrambi mentre si guardano, come se adesso, dopo la morte, venisse il momento della scoperta dell’altro e tale scoperta consistesse in primo luogo nel rinvenimento della bellezza in un essere umano. Perché l’Iliade, poema della forza e della pietà, è anche il canto della bellezza.
Prima che a Priamo sia permesso di coricarsi, Achille gli domanda quanti giorni di tregua sarebbero necessari per la celebrazione dei funerali. Una volta a letto, però, il vecchio è risvegliato da Ermes, che gli consiglia di ripartire subito per Troia con il corpo del figlio. Priamo obbedisce e rientra in città. Il resto del libro XXIV è preso dalle esequie di Ettore, che l’ultimo verso del poema riassume: «Davano così sepoltura ad Ettore domatore di cavalli».
È necessaria la morte perché l’uomo venga restituito a se stesso e riconosca la bellezza dell’altro uomo. È necessario il pianto perché Priamo possa essere anche Peleo e Achille divenga per un attimo Ettore, perché l’eroe della forza sia anche quello della resistenza – perché Ettore possa avere onore di pianti finché il sole risplenderà su le sciagure umane.

Come giallo, come ricostruzione di un delitto che è parricidio e incesto, l’Edipo re di Sofocle è fantastico: forse il miglior giallo che sia mai stato scritto, dotato di un meccanismo a orologeria che non lascia tregua sino all’eclatante ribaltamento conclusivo. Edipo vuole conoscere il suo génos, ma quando giunge a conoscerlo, scopre di essere figlio di un uomo che egli ha ucciso e di una donna, la madre, con la quale si è congiunto e ha generato dei figli. La conoscenza che ha acquisito si rivela una tragedia. Edipo si acceca per non veder più il mondo nel quale ha commesso tanto male.
Il problema, per noi moderni, risiede però in una domanda essenziale: è colpevole Edipo di avere commesso questi orrori? Egli stesso sosterrà nel dramma successivo della serie tebana di Sofocle, l’Edipo a Colono, che non sapeva nulla, e quindi non era colpevole. Ogni evento gli sarebbe stato imposto dalla combinazione di Fato e Tyche, la sorte. In realtà, per i Greci Edipo è colpevole, ma non più e non meno di ciascun essere umano. Perché ogni essere umano è soggetto alla fallibilità: non alla colpa individuale nel senso cristiano, e quindi non al peccato, ma alla possibilità di errare e cadere: alla fallibilità. Edipo ha commesso una hamartía, cioè un colpevole errore. Ma la parola hamartía, che nel greco classico vuol dire «errore», nel greco dei Cristiani significa «peccato».
Tra i due concetti c’è una bella differenza, perché il peccato si commette scientemente (come quando Adamo ed Eva mangiano il frutto che è stato loro espressamente proibito da Dio), mentre la colpa può essere appunto attribuita a qualcuno senza che egli ne sia cosciente o responsabile fino in fondo. Edipo, appunto, non sapeva che l’uomo che uccideva fosse il padre, né che la donna con la quale si congiungeva fosse la madre, e anzi ha fatto tutto il possibile per evitare di compiere entrambe le cose. Tuttavia, Edipo è colpevole, profondamente colpevole, come lo sono tutti gli essere umani. Potremmo dire che su di lui grava una «colpa originale» – che non vorrei chiamare «peccato originale» per evitare confusione con un ambito differente – una colpa originale che riguarda tutti noi. Tutti noi che vogliamo conoscere le nostre origini, il nostro spérma e il nostro génos per mezzo della ragione e della scienza. Tutti noi che abbiamo rubato il fuoco insieme a Prometeo, o che da lui lo abbiamo ricevuto.

Sebastien_Vrancx_1573-1647_Enea incontra il padre nei Campi Elisi (Enee meeting with his father in the Elysium_1620-1630 c_Lyon, Musée des Beaux-Arts_olio su tavola

SebastienVrancx, Enea incontra il padre nei Campi Elisi,1620-1630, Lyon, Musée des Beaux-Arts

Virgilio, il maggior poeta di Roma, comprende la straordinaria forza d’attrazione che la politica romana di accoglienza e tolleranza esercita sugli altri popoli. Con l’Eneide, egli compone per Augusto il grande poema epico di Roma: la prima metà, che narra l’errare di Enea, ispirata dall’Odissea; la seconda, nella quale Enea affronta la guerra per la conquista del Lazio, modellata sull’Iliade. Al centro del poema, Virgilio colloca il libro VI, nel quale celebra una vera e propria apoteosi di Roma, e in particolare della gens Giulia cui Augusto apparteneva.
Guidato dalla Sibilla di Cuma, Enea, come Ulisse prima di lui, scende agli inferi. Incontra il nocchiero Caronte, una folla di morti insepolti (tra i quali il suo timoniere Palinuro), passa l’Acheronte, Cerbero, Minosse, i suicidi, i Campi del Pianto – dove si trovano relegati coloro che soffrono per amore, e tra essi Didone, che a Enea rifiuta addirittura di parlare. Le vittime gloriose della guerra, troiane e greche, si affollano attorno a lui. Poi, evitato l’ingresso nel Tartaro, Enea e la Sibilla giungono ai Campi Elisi, sede dei beati. Il poeta Museo conduce Enea dal padre, Anchise.
Nel colloquio che segue, Anchise, rispondendo a una domanda del figlio, illustra in primo luogo lo stato e i mutamenti delle anime, poi lo conduce in cima a un’altura dalla quale può vederle tutte. «Ora», annuncia, «ti svelerò con parole quale gloria si riserbi / alla prole dardania, quali discendenti dall’italica / gente siano sul punto di sorgere, anime illustri / e che formeranno la nostra gloria, e ti ammaestrerò sul tuo fato». Ecco, allora, pararsi dinanzi a Enea una prima schiera di figure che incarnano la leggenda di Roma, dai discendenti immediati – Silvio, Proca e Numitore – sino al fondatore Romolo e, d’un balzo, a Giulio Cesare e Augusto.
L’esaltazione di Augusto è al centro del Trionfo di Roma pronunciato da Anchise. Dopo di lui, la voce percorre la storia della città ritornando ai successori di Romolo sino alla fine della monarchia, e discendendo lungo i secoli della repubblica sino a giungere a Marco Claudio Marcello, figlio adottivo e genero di Augusto, erede poi morto del Principato. Proprio prima di soffermarsi su Marcello, Anchise proclama apertamente l’ideologia alla quale Roma deve ispirarsi: «Foggeranno altri con maggiore eleganza spirante bronzo, / credo di certo, e trarranno dal marmo vivi volti, / patrocineranno meglio le cause, e seguiranno con il compasso / i percorsi del cielo e prediranno il corso degli astri: / tu ricorda, o romano, di dominare le genti; / queste saranno le tue arti, stabilire norme alla pace, / risparmiare i sottomessi e debellare i superbi».
I Greci saranno scultori, oratori e astronomi migliori dei Romani, ma questi ultimi dovranno governare i popoli, «stabilire norme alla pace», parcere subiectis et debellare superbos. Risparmiare chi si sottomette: assimilarlo, farlo cittadino romano. Sconfiggere, sterminare, punire chi resiste.
I Romani assolsero questo duplice compito in maniera egregia. Offrirono al mondo un ordine imponendo un sistema legale altamente sviluppato e costruendo per secoli, in tutta Europa, Medio Oriente e Africa settentrionale, strade, ponti, acquedotti, terme, teatri: in maniera mai eguagliata prima, o dopo, sino all’epoca moderna.

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L’altra marcia su Roma

Johann Heinrich Füssli (1741 – 1825), Rubicone

Cesare passa il Rubicone e il gioco d’azzardo gli riesce per l’implosione della classe dirigente dell’Urbe Uno storico rilegge la vicenda

Luciano Bossina, “La Stampa”,  23 ottobre 2017

Cesare si perde nella notte. Per non farsi riconoscere ha rinunciato al suo cavallo, noleggiato un traino di muli, e si muove nel bosco con pochi compagni. Ma sbaglia strada. All’alba trova finalmente un pastore che lo guida alla riva di un fiumiciattolo, il Rubicone, destinato a una fama postuma che resiste persino al suo diverso tracciato (il corso d’acqua, di fatto, non è più nel suo letto originario). Lì ritrova una parte, modesta, del suo esercito, che aveva mandato innanzi. Passare o non passare? Tutti sanno, anche i suoi soldati, che se attraversano il fiume in armi saranno dichiarati da Roma «nemici pubblici». Scoppierà la guerra civile. E il nemico sarà Pompeo. L’imprevisto della notte ha causato un ritardo di ore: incidenti di questo tipo, in uomini abituati a leggere i segni, possono riuscire paralizzanti. Cesare pronuncia una frase celeberrima. È un gioco d’azzardo: e c’è un dado che rotola.

È l’11 gennaio dell’anno 49: uno degli episodi più noti della storia antica. Eppure il libro di Luca Fezzi (Il dado è tratto. Cesare e la resa di Roma, Laterza) riesce a offrirne uno sguardo nuovo, con rigoroso vaglio delle fonti e diverso focus storico. Il punto prospettico infatti non è l’avanzata inarrestabile di Cesare, la pervicacia di un condottiero che si trovava, come diceva Droysen, «nel centro del divenire delle cose», ma la decisione inaudita, sull’altro fronte, di Pompeo, che pochi giorni dopo, il 17 gennaio, ordina a tutti i senatori di abbandonare Roma. Il panico è generale: le fonti descrivono le carovane dei boni viri che lasciano la città coi familiari, i servi, le masserizie, mentre l’incorruttibile Catone, da quel giorno, veste il lutto.
Un modello per Mussolini
Ma per misurare il rilievo di questo sconvolgente trapasso era necessario ripercorrere la storia romana su due assi portanti. In primo luogo, la lunghissima serie delle precedenti «marce su Roma», a partire dai celebri casi di Tarquinio il Superbo e di Porsenna, fino alle più spaventose minacce di Pirro o di Annibale, passando attraverso l’indimenticabile shock del 390, quando i Celti di Brenno riuscirono a penetrare in città («Guai ai vinti»). «L’Urbe, di fronte ai pericoli seri, fu sempre difesa»: e invece di fronte a Cesare fu abbandonata. Neanche questa, come tutti sanno, sarà l’ultima marcia su Roma: nel futuro prossimo il modello servirà a Ottaviano, nel futuro remoto a Mussolini. E sulla resistenza della città si misurerà sempre la tenuta delle istituzioni. In secondo luogo, la storia ravvicinata dei tre convulsi anni che avevano portato al trauma del Rubicone, e che a partire dall’omicidio di Clodio e dall’uso della corruzione come strumento ormai acquisito della lotta politica avevano segnato un degrado non più reversibile delle istituzioni centrali. Pompeo prova alcune riforme, cancella storture procedurali e politiche di cui tutti a Roma si lamentano, ma che nessuno in realtà, né tra il popolo né tra i nobili, ha convenienza a riformare. Il sistema è imploso.
Di qui la scelta irreversibile, dettata dal sospetto che il popolo non fosse più governabile, dal timore che qualcuno avrebbe aperto a Cesare (come infatti a Brindisi sarebbe di lì a poco avvenuto). Ma di qui anche il tormento dei senatori: partire e schierarsi con lui? Restare e sfidare la sua ira? Il disorientamento degli ottimati si condensa nelle ciniche ma immortali parole di Celio: «nelle guerre civili», scrive a Cicerone, «fintanto che la lotta si mantiene in termini politici, senza ricorrere alle armi, si dovrebbe seguire la parte più rispettabile; ma quando si giunge allo scontro armato, allora bisogna scegliere il più forte».
Una scelta disastrosa
Modelli minacciosi agiscono alle spalle dei due nemici: Cesare deve stornare il ricordo dei Celti, per non avallare l’idea, già serpeggiante, che il trionfatore della Gallia marci su Roma aiutato dai barbari. Pompeo deve far dimenticare il suo passato con Silla, e l’ombra truce delle proscrizioni. Ma un altro paradigma analogico lo scuote. Come dovrà agire: come Pericle, che aveva difeso Atene asserragliandosi all’interno? O come Temistocle, che aveva evacuato la città, trasferendola sulle navi? Lo strapotere della sua flotta, e l’appoggio che aveva a Oriente, persuadono Pompeo a portare senatori e «marescialli» verso Brindisi, a lasciare la terra d’Italia come altre volte avverrà nella storia. Una decisione che anche Fezzi giudica forse inevitabile, ma che darà esito per lui disastroso. E nondimeno occorrerà ricordare che tutto in quel momento doveva ancor compiersi, e che se Pompeo l’anno dopo avesse vinto a Farsalo – come pure sembrava possibilissimo – oggi saluteremmo in lui il nuovo Temistocle.
In preda al panico
Un ultimo pensiero: il libro potrebbe essere proficuamente letto, tra continuità e discontinuità, nel confronto con il Cesare di Luciano Canfora (Il dittatore democratico), uscito poco meno di una ventina d’anni fa, sempre per i tipi di Laterza. Ma è bene precisarlo: il libro di Fezzi è più pessimistico. Perché il cuore di queste pagine non pulsa attorno allo spudorato ma geniale calcolatore politico, che ha saputo guadagnarsi, da nobile, il favore del popolo. Qui il principio ordinatore lascia spazio al panico. La capitale di un impero con ambizioni universali (Polibio), popolata ormai da 500.000 abitanti, è abbandonata a sé stessa; la «feccia di Romolo» non ha più fiducia nella sua classe dirigente, prona e fuggitiva, e la città non sa più resistere. A chi solo minacci, o a chi sappia promettere, Roma apre le porte.
Vent’anni non passano invano: nemmeno nell’Italia di oggi.

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Agrippina degli Imperatori

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Agrippina minor, Glyptotek Museum. Copenhagen, Danimanca

La «lectio magistralis» sulla figlia di Germanico, sorella di Caligola,
nipote e moglie di Claudio, madre di Nerone

Andrea Carandini, “Il Sole 24 ore – Domenica”, 22 ottobre 2017

Conosciamo la storia di Augusto, Tiberio, Caligola, Claudio, Nerone per come si è svolta anno per anno grazie a Tacito e a Cassio Dione e in modo sintetico vita per vita grazie a Svetonio. È un patrimonio straordinario di notizie, ma a me pare che manchino due dimensioni necessarie al senso della vita: un punto di vista interessato e individuale e i paesaggi e le architetture nei quali gli eventi si sono svolti, componenti al contrario presentissime nel romanzo moderno. Così mi è venuto il desiderio di reimpossessarmi delle vite dei Cesari da un punto di vista autorevole ma insolito, usando le mie conoscenze archeologiche per capire il racconto a partire dai luoghi e dalle costruzioni. Gli storici giudicano gli spazi irrilevanti, ma sbagliano. Capiremmo Luigi XIV senza Versailles?
Un precedente narrativo clamoroso è rappresentato da I Claudius di Robert Graves, del 1934, ma il punto di vista non è insolito, trattandosi di un principe, e mancano del tutto le scene tridimensionali. Da oltre un trentennio passo le mie estati a Deià nell’isola di Mallorca, il villaggio dove Graves ha vissuto. Così, da lui ispirato, mi è venuto in mente di scrivere un pendant: Io Agrippina, la nipote e moglie di Claudio.
Parrebbe una impresa antistorica, eppure non lo è, ché se i Cesari hanno scritto loro memorie, anche Agrippina – caso straordinario – ha scritto Commentarii, come se fosse stata un magistrato e un comandante di legioni. Era una delle tante donne che hanno anche le qualità degli uomini, realtà che oggi apprezziamo, ma che gli antichi mal sopportavano per il loro supremo maschilismo. Infatti a Roma non sono esistite ufficiamente principesse o imperatrici, ma nella realtà?
Allora ho cominciato a rileggere le fonti, sempre considerandole da quella che potrebbe essere stata l’ottica di Agrippina – gli autori parlano sovente di lei, citando anche fatti tratti dai Commentarii – rispettando gli anni quanto i luoghi. Operazione non facile, perché i Commentarii – orribile perdita – non sono giunti fino a noi. Pierre Grimal ha tentato di risuscitarli, a mio avviso senza riuscirvi, per cui ho pensato di ritentare l’esperimento mettendo al centro il punto di vista di una femmina (anche al maschile) che vive e si muove in paesaggi dell’anima e in paesaggi del mondo, che tra loro si incontrano e scontrano (e l’editore Laterza in ciò mi ha incoraggiato).
Il dramma comincia con Augusto che abbandona sua moglie Scribonia che nel ventre ha una bambina, Giulia. Lui ha perso la testa per Livia, che anche lei ha nel ventre un bambino, Druso, avuto dal marito, un Domizio Enobarbo. Ma Livia non darà figli ad Augusto: problema enorme per un principe, cioè un monarca anche se in veste repubblicana. E allora, come dar vita alla dinastia dei Cesari, senza regolare la successione, che sarebbe con ammettere una regalità, impossibile a Roma?
Dal punto di vista dei Giuli – famiglia dal sangue celeste perché discendeva da Venere – ad Augusto doveva succedere uno dei tre figli di sua figlia Giulia. Invece, dal punto di vista dei Claudi – famiglia nobilissima ma priva di sangue divino – doveva succedere Tiberio, il primogenito di Livia.
Ha provveduto la crudele sorte e la mortifera Livia a spianare la strada al figlio: i tre figli di Giulia sono morti tutti giovani, uno o due eliminati da Livia, e Tiberio succederà ad un Augusto scontento di avere come erede il figlio di un nemico. Alla fine Livia ha prevalso su Augusto, anche perché è stata lei a finirlo con funghi avvelenati: non voleva che riabilitasse il terzo figlio di Giulia, Agrippa, come era intenzionato di fare.
Ma Giulia aveva avuto anche una figlia, Agrippina, che ha sposato Germanico figlio di Druso, il secondogenito di Livia. Nei piani di Augusto, Germanico avrebbe dovuto succedere a Tiberio, ma Tiberio e Livia lo hanno fatto avvelenare e Agrippina è stata esiliata a Ventotene, dove era stata relegata Giulia, sua madre.
Tiberio, per spianare il futuro al proprio figlio Druso, ha proceduto nelle stragi, eliminando i figli maschi di Agrippina, possibili rivali, salvo uno, Caligola, che poi gli è succeduto, ma con pessimo risultato essendo un folle. Era innamorato di sua sorella Drusilla e detestava detestato le altre due sorelle, tra cui era Agrippina, l’autrice dei Commentarii, l’ultima donna nelle cui vene scorreva il sangue celeste dei Giuli.
Agrippina è riuscita nell’impossibile: sposare il successore di Caligola e cioè suo zio Claudio, succedendo alla libidinosa Messalina morta ammazzata. Ha sposato il principe con una sola idea in testa, che a succedere a Claudio fosse, non Britannico figlio di Messalina, ma il proprio figlio, dovuto a un altro Domizio Enobarbo, che Claudio avrebbe dovuto adottare. Agrippina ha vinto Claudio come Livia aveva vinto Augusto, anche perché ha ucciso suo marito con funghi avvelenati. Così suo figlio, che era riuscito a farsi adottare da Claudio con il nome di Nerone, è diventato imperatore. Nerone avvelenerà poi l’ultimo possibile ingombro, cioè Britannico figlio di Claudio, di cui aveva sposato la sorella, Ottavia.
Come Tiberio non sopportava le pressioni di sua madre Livia, tanto da rifugiarsi a Capri, così Nerone non sopportava le pressioni di Agrippina, tanto da farla ammazzare nel più rocambolesco matricidio che la storia conosca. Ma le memorie di Agrippina sopravviveranno nell’antichità – anche se non fino a noi –, nonostante la furia distruttrice di Nerone (io penso grazie all’astuzia dell’autrice e a un fedele liberto).
Insomma, Agrippina era figlia di Germanico, l’imperatore che aveva trionfato sui Germani, ed era sorella di Caligola, nipote e moglie di Claudio e madre di Nerone. A essere imperatore toccava a lui ma a imperare doveva essere lei, e per questo è stata esiliata.
Nessuno più di Agrippina conosceva le verità dell’augusta casata, salvo i muri del palazzo. Ma i muri parlano con le mani come i muti, cioè per icone, mentre Agrippina sapeva apprezzare le architetture ed era anche una letterata.
Un’ultima curiosità. Agrippina è stata partorita da sua madre Agrippina in un campo militare sul Reno, Ara Ubiorum. Ma lei, come un generale vittorioso, ha promosso l’elevazione di quell’abitato al rango di colonia: Colonia Agrippinensium: la gran signora di Roma era diventata la patrona degli Ubii, ormai chiamati Agrippinenses. E questa Colonia è l’attuale Colonia, cioè Koeln.

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Livio, il narratore smaliziato ha spodestato lo storico ‘taglia e cuci’

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Bimillenario liviano. Da trent’anni in qua l’opera liviana viene letta e studiata in modo radicalmente nuovo sia dai filologi sia dagli storici. Ne emerge uno scrittore consapevole, che fa interagire molte istanze diverse

Luca Beltramini, “Il manifesto”, 24 settembre 2017

Nel libro 21 delle sue Storie, Livio racconta come all’inizio della seconda guerra punica, durante la battaglia del Ticino, un giovanissimo Publio Cornelio Scipione, futuro Africano, si tuffò in acqua e salvò il padre, ferito in combattimento. L’aneddoto è concluso da un intervento di Livio, che ricorda al lettore che sarà proprio questo Scipione il fatalis dux, il comandante inviato dai Fati che condurrà Roma alla vittoria. Sette anni dopo, Scipione viene eletto comandante del fronte spagnolo, a soli ventiquattro anni e senza alcuna esperienza di comando; in quell’occasione Livio spiega come quell’exploit sia stato determinato dal mito personale che il giovane si era costruito presso le masse, alimentando false dicerie sul suo rapporto privilegiato con gli dèi e su suoi supposti poteri oracolari. Il seguito del racconto offre molti esempi di quest’opera propagandistica, che trasforma fenomeni naturali in miracoli, informazioni di intelligence in segni del Fato. Nel lettore si insinua così il dubbio: davvero Scipione è stato il comandante della provvidenza? O Livio ci sta forse suggerendo che la sua fama di fatalis dux potrebbe non essere altro che il risultato di una scaltra opera di promozione personale?
La vasta opera di Livio è costellata di interrogativi irrisolti come questi, di ambiguità e inquietudini che solo in anni recenti la critica ha cominciato a illuminare. Tito Livio ha sempre goduto e insieme sofferto gli effetti di una statica gloria ‘scolastica’. Il denso stile narrativo, la ricchezza della lingua, lo slancio morale degli episodi più celebri lo hanno reso il perfetto autore «da manuale», lo storico «esemplare», fonte sommersa di gran parte del nostro immaginario collettivo sulla Roma repubblicana, saldamente ancorato a figure come Romolo, Orazio Coclite, Muzio Scevola e così via. Livio l’amico di Augusto ma nostalgico della repubblica, Livio della patavinitas e del romanocentrismo.

Prospettive viziate

Paradossalmente, a questo radicamento nella memoria e nei curricula scolastici non è corrisposto nel mondo degli studi specialistici un altrettanto vivace approfondimento scientifico. Livio è, fino agli anni novanta del Novecento, un autore sorprendentemente poco studiato. O, meglio, studiato secondo prospettive viziate da pregiudizi che hanno lasciato la critica liviana ai margini dell’evoluzione metodologica vissuta dagli studi di letteratura antica nel secolo scorso. Gli Ab urbe condita libri sono una fonte vitale per molte aree dell’antichistica: filologi e storici, archeologi e giusromanisti da sempre ne attraversano le vastità traendo informazioni vitali per i rispettivi campi di indagine. Ma il loro valore in quanto opera storiografica e la statura intellettuale del loro autore sono stati a lungo sottovalutati: Livio è stato ritenuto uno storico disattento e naïf, dedito più che altro a tagliare e cucire pezzi di fonti senza un reale vaglio critico. La critica non ha esitato a riconoscere le sue abilità di retore e narratore, ma ha spesso considerato il suo punto di vista storiografico poco degno di nota e severamente limitato dal noto moralismo filoromano. Questi pregiudizi, credo, hanno a lungo dissuaso i critici dall’impegnarsi in uno studio approfondito dei caratteri intrinseci dell’opera, che andasse al di là dell’analisi stilistica o della desunzione di dati utili alla ricostruzione storico-archeologica (non mancano, ovviamente, vistose eccezioni, ancora oggi illuminanti per completezza e profondità di indagine).
Ma gli ultimi trent’anni hanno visto un’evoluzione radicale e generalizzata nell’approccio critico all’opera liviana, derivante, credo, dal mutamento dei presupposti metodologici, tanto degli studi storici quanto di quelli filologico-letterari. Nel primo ambito si è smesso di misurare l’opera di Livio secondo gli standard della moderna storiografia o di quelle opere antiche che ai nostri occhi più si avvicinano al metodo storico-scientifico odierno, volgendosi piuttosto a una più precisa comprensione dei fondamenti programmatici della storiografia liviana, che soli possono illuminare i meccanismi più profondi dell’opera. I secondi hanno superato un approccio puramente retorico-stilistico, in favore di una concezione ‘olistica’ del testo, in cui forma e contenuto, contenuto narrativo ma anche dato storico, si influenzano e determinano reciprocamente.
Gli Ab urbe condita libri si rivelano così non soltanto un grande monumento della letteratura latina, ma soprattutto un oggetto di studio di enorme complessità, di fronte al quale l’applicazione delle più avanzate metodologie di indagine – narratologia, intertestualità, reader-response criticism – si rivela proficua e, direi, necessaria. Nei tre ambiti appena citati si muove oggi la critica liviana più produttiva, che ci restituisce un’immagine dell’autore ben lontana dallo storico ingenuo e un po’ sbadato delineato nei decenni passati: Livio emerge, al contrario, come un narratore estremamente consapevole, a tratti smaliziato, capace di far interagire nel proprio resoconto una grande quantità di istanze letterarie, storiche e culturali.
Sgomberato il campo dalla fama di storico «taglia e cuci», gli studiosi hanno potuto verificare la sua abilità nel rielaborare le fonti alla luce di un preciso credo storiografico, e di tessere all’interno della propria opera un’intricata rete di richiami inter- e intratestuali, grazie ai quali il lettore è chiamato a orientarsi nel racconto e a dotarlo di senso. La stessa complessità comincia a essere ravvisata nel punto di vista di Livio sulla storia romana: giudicato in passato una mera celebrazione della potenza di Roma sui popoli, a una più attenta analisi si rivela sorprendentemente sensibile nel cogliere i processi evolutivi, anche traumatici, che hanno segnato la storia della repubblica, primo fra tutti l’imporsi di una politica imperialistica spregiudicata.

Morale ed esemplare

La stessa natura «morale» ed «esemplare» della storiografia liviana, annunciata dall’autore fin dalla Praefatio, è stata oggetto di studi approfonditi che ne hanno precisato i termini: più che mera pedagogia patriottica, una lente attraverso la quale rappresentare gli eventi e mostrare al lettore i processi incessanti attraverso i quali gli attori della Storia fanno propri modelli passati e li riplasmano. In questo senso Livio non offre semplicemente una galleria di exempla da imitare o da evitare, ma illumina i meccanismi che regolano i fenomeni storici nel loro concreto farsi, in una narrazione non monolitica, ma attraversata da forze endogene potenti, che creano crepe, faglie, linee di frizione. La storiografia liviana perde così i tratti più rassicuranti del racconto apologetico, e si impone come articolata rappresentazione del potere politico e militare di Roma, visto in tutta la sua grandezza e ambiguità.
Da qui la difficoltà a dirimere l’eterno problema dell’aderenza di Livio al programma politico-culturale di Augusto, nel cui ambito i sostenitori dell’una e dell’altra ipotesi – un Livio storico di regime o di opposizione repubblicana– devono fare i conti con argomenti contraddittòri. Da un lato i riferimenti all’opera politica di Augusto, dall’altro il disprezzo verso la contemporaneità, che stride con l’idea di una celebrazione del nuovo ordine del princeps. Anche in questo caso, arroccarsi su posizioni esclusive non giova alla comprensione della figura di Livio. Più proficuo sarebbe forse concepire il problema in termini discorsivi: verificare se è in che misura Livio possa essere stato un interlocutore del potere augusteo, il rappresentante cioè di istanze culturali con cui il princeps doveva confrontarsi per dare forma e legittimità al proprio programma.

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Elena una e trina fiaccola della convivenza

Gustave Moreau, elena alle porte Scee, 1880 c.a

Dalla sposa di Menelao alla regina persiana, alla madre di Costantino, un filo invisibile che tiene insieme il nostro mondo

Fernando Gentilini, “La Stampa”, 24 settembre 2017

Il nome, in greco, significa fiaccola, scintilla, qualcosa che brilla. E un tempo risplendeva per tutto il mondo antico. Alla sua fortuna, in epoche diverse, contribuirono tre figure di donna: Elena di Sparta fu la più bella, Elena di Adiabene la più generosa, Elena Augusta la più santa. Le tre, a parte il nome, hanno poco da spartire. E non potrebbe essere altrimenti trattandosi della «figlia di Zeus», di una regina persiana convertita all’ebraismo e dell’imperatrice-madre dei cristiani. Eppure le loro biografie favolose sono legate da un filo invisibile, come se ciascuna rimandasse in qualche modo alle altre: traiettorie labirintiche, dimestichezza con il divino, destini che oscillano tra l’Uno e il Doppio.

Tra Sparta e Troia

Elena conteneva tutte le donne, tutti i pensieri e tutte le voci di donna. Per questo la sua bellezza sconvolgeva la mente degli uomini. Innocente e colpevole, predestinata e senza destino, disonesta e leale. Più di tutto fu un simulacro, l’esatto doppio di quella vera. Nel senso che a Troia c’era la sua ombra, mentre il corpo stava nascosto in Egitto.
Per essere la figlia di Zeus lasciò sulla terra moltissime tracce: a Sparta, nel palazzo d’oro; nell’isola Crenea, da dove salpò fuggiasca; sulla rocca di Troia, dove visse con Paride; sulle rotte tra la Fenicia, l’Egitto e Cipro, percorse con Menelao; oppure a Faro, dove fu prigioniera, o a Rodi, dove fu uccisa, o ancora sull’isola di Leuké, alle foci del Danubio, dove il suo fantasma vaga assieme a quello di Achille.
A me è capitato di sfiorarla a Micene, nella casa dove visse Schliemann durante la campagna di scavi del 1879. Ora è una modesta pensione – A la belle Hélène de Ménélas – ma le stanze sono quelle di sempre. Sul registro degli ospiti le firme di Sartre, Debussy, Woolf, Jung, Faulkner, Malaparte, Moravia… E in una vetrinetta dalle parti della reception, i versi di Quasimodo sul «sangue degli Atridi» (Micene). Elena era nell’aria, nel suo peplo luminoso. Non si vedeva, ma c’era.

Da Adiabene a Gerusalemme

Elena di Adiabene sposò il re di una provincia persiana, che era suo fratello. E si convertì all’ebraismo seguendo l’esempio del figlio. Secondo lo storico ebreo Flavio Giuseppe, arrivò a Gerusalemme all’inizio del primo secolo. C’era una carestia, e la regina distribuì enormi quantità di grano e di fichi acquistati in Egitto. Poi fece voto di astinenza, secondo la tradizione, e offrì al Tempio un candelabro (menorah) e una placca d’oro.
Ho cercato il suo sarcofago al Museo d’Israele, depistato da una foto sul web. Ma poi l’ho trovato al Louvre, tra i reperti degli scavi in Terra Santa di Felix de Soulcy (di lato c’è inciso il suo nome persiano, Saddan, sia in ebraico sia in aramaico). La tomba regale è a Gerusalemme, lungo la via che va verso Nablus; come pure i resti del suo palazzo, sotto un parcheggio vicino alle mura di Solimano il Magnifico.
I preti siriaci e armeni raccontano altre storie. Perché per essi Elena è anzitutto la moglie di Abgal, il re siriaco di Edessa che scriveva a Gesù. Elena di Edessa sarebbe dunque il doppio di quella di Adiabene. Non avrebbe scelto l’ebraismo, ma il cristianesimo. Non sarebbe persiana, ma siriaca o armena. E a Gerusalemme avrebbe visitato i luoghi della Passione tre secoli prima di Elena Augusta…

La santa-imperatrice

Elena di Costantinopoli si dice che sia nata a Drepanum, in Asia Minore, rinominata Helenopolis da suo figlio Costantino. Però potrebbe pure essere nata nei Balcani, in Palestina o in qualsiasi altro angolo dell’impero romano. Nel suo unico romanzo storico (Elena), Evelin Waugh riprende una vecchia leggenda e fa nascere la futura santa-imperatrice dei cristiani tra i Celti, a Colchester, figlia di un capo di nome Coel che discendeva da Priamo.
Waugh inventa sapientemente, ed è per questo che il suo romanzo è più vero del vero. Le nozze con Costanzo Cloro, la nascita di Costantino a Niš, gli anni in Dalmazia a crescere il bambino e quelli in solitudine a Trèves, abbandonata dallo sposo e lontana dal figlio. Rivedrà Costantino alcuni anni dopo, sul suo trono imperiale. E a quel punto capirà per sempre di avere una missione da compiere.
Elena Augusta partì per Gerusalemme nel 326, alla ricerca della Vera Croce del Cristo. E la ritrovò dove c’è ora la cappella che porta il suo nome, nella basilica del Santo Sepolcro. La salvezza degli uomini (e dell’impero) non stava dunque sepolta a Troia, come aveva fantasticato da bambina leggendo i poemi di Omero. Stava nascosta a Gerusalemme, sul fondo di una cisterna. Pareva un semplice pezzo di legno, e invece avrebbe cambiato le sorti del mondo.

Vedere l’invisibile

Per lo scrittore israeliano Yuval Noah Harari (Sapiens. Da animali a dèi. Breve storia dell’umanità), la capacità di immaginare ciò che non esiste è una prerogativa della nostra specie. Ed è grazie alle credenze magiche, mitologiche e religiose che i sapiens hanno formato le più grandi tribù del pianeta e sottomesso tutte le altre specie.
Finché saremo in grado di immaginare e comunicare l’invisibile, esisterà il nostro mondo – sembra suggerire Harari rispolverando la lezione di James Frazer (Il ramo d’oro). Che poi è il motivo per cui continuiamo a costruire pantheon e a popolarli con le idee e i fantasmi che ci sono più cari.
Elena di Sparta, Elena di Adiabene ed Elena Augusta sono da sempre oggetto della nostra attenzione per ragioni diverse: storico-letterarie, identitarie, filosofiche, religiose… Ed è facendo brillare la loro fiaccola che contribuiamo a realizzare ogni giorno il miracolo della convivenza e della collaborazione tra gli uomini.
Ciò che ci rende unici è la capacità di vedere l’invisibile, di utilizzare immagini simboliche come collante del nostro stare insieme. È stupefacente che alcuni di noi si riconoscano nel peplo della figlia di Zeus, o nella menorah della regina di Adiabene, oppure nel legno della Vera Croce della santa-imperatrice, senza averli mai visti, toccati o odorati, e senza neanche essere sicuri che esistano… Eppure è così che funziona la mente degli uomini. Ed è per questo che dobbiamo adorare il nome di Elena.

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Nerone in versi

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Costantino Kavafis (1863 – 1933), La scadenza di Nerone

Non si turbò Nerone, nell’udire
il vaticinio delfico:
“Dei settantatré anni abbia paura”.
Aveva tempo ancora di godere.
Ha trent’anni. Assai lunga
è la scadenza che concede il dio,
per angosciarsi dei rischi futuri.

Ora ritornerà a Roma, un poco stanco,
divinamente stanco di quel viaggio,
che fu tutto giornate di piacere,
nei giardini, ai teatri, nei ginnasi…
Sere delle città d’Acaia… oh gusto,
gusto dei corpi nudi, innanzi tutto…

Così Nerone. Nella Spagna, Galba
segretamente aduna le sue truppe
e le tempra, il vegliardo d’anni settantatré.

da Costantino Kavafis, La memoria e la passione, a cura di Filippomaria Pontani, in “Corriere della Sera – Un secolo di poesia”, a cura di Nicola Crocetti

Montale e Kavafis

Da E. MONTALE Quaderno di quattro anni, edizione commentata a cura di Alberto Bertoni e Guido Mattia Gallerani, con uno scritto di Cesare Garboli e un saggio di G. Orelli, Mondadori, 2015

L’ispirazione proviene da un testo del poeta alessandrino, ma di lingua neogreca, Costantino Kavafis (1863-1933), La scadenza di Nerone, come si evince combinando assieme il titolo e l’apparizione dell’imperatore romano al primo verso. Il componimento racconta di una visita di Nerone all’oracolo di Delfi, dove all’imperatore viene suggerito di guardarsi dai settantatré anni. Nerone non se ne preoccupa: al momento è ancora soltanto trentenne. Intanto — condude Kavafis nella sua poesia — prepara le sue truppe Galba, «d’anni settantatré». Il modello del poeta neogreco è ben presente a Montale: la sua lirica più famosa, I Barbari, è stata tradotta da Montale nel 1946 (vedi Quaderno di traduzioni); ne ripropone una versione nella prosa Un poeta greco (1962), poi raccolta in Fuori di casa, dopo che ebbe citato quella stessa poesia di Kavafis già in un altro articolo del 1955 (Un poeta alessandrino, Secondo mestiere). La prima parte di questa poesia del Quaderno rappresenta, attraverso immagini tipiche della mitologia pagana, il pericolo che incombe sull’imperatore Nerone addormentato. Nella seconda parte s’instaura un paragone tra la figura storica di Nerone e il poeta stesso che vive nella modernità tecnologica (vv. 9-10), perché anche il poeta è in preda a un pericolo che coscientemente avverte, non giacendo infatti addormentato ma essendo «desto già da un pezzo» (v. 13): è un rumore di piccoli passi sul pavimento, «microscopici»; si riveleranno essere «lo zampettìo di un topolino». Il ribaltamento ironico è evidente rispetto all’ipotesto neogreco: il poeta montaliano accoglie con stato di rassegnazione questa innocua minaccia al suo altrettanto piccolo regno “esistenziale”. Un tale nefasto annuncio, al contrario delle «Erinni» che incombevano sull’imperatore romano, non può comportare grandi stravolgimenti per quella consapevolezza della vita incapsulata dal poeta nella sua serena attesa: «sovrano di nulla, neppure di me stesso», «non mi attendo ulteriori orrori / oltre i già conosciuti […] Nulla mi turba». 

Eugenio Montale, Leggendo Kavafis (17 febbraio 1975)

Nerone dorme placido nella sua
traboccante bellezza
i suoi piccoli lari che hanno udito
le voci delle Erinni lasciano il focolare
in grande confusione. Come e quando
si desterà? Così disse il Poeta.
Io, sovrano di nulla, neppure di me stesso,
senza il tepore di odorosi legni
e lambito dal gelo di un aggeggio a gasolio,
io pure ascolto suoni tictaccanti
di zoccoli e di piedi, ma microscopici.
Non mi sveglio, ero desto già da un pezzo
e non mi attendo ulteriori orrori
oltre i già conosciuti.
Neppure posso imporre a qualche famulo
di tagliarsi le vene. Nulla mi turba. Ho udito
lo zampettìo di un topolino. Trappole
non ne ho mai possedute.

Roma, Domus aurea, affresco

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