I Parti in balìa di Roma

GIOVANNI BRIZZI, “Corriere della Sera – La Lettura”, 15 luglio 2018

Dopo la terribile sconfitta subita a Carre, le legioni si organizzarono con altre armi e misero alle strette
i loro nemici orientali in Mesopotamia. Ma poi le rivolte giudaiche costrinsero alla ritirata l’esercito dell’Impero

Pubblicato nel 2010, il libro Le guerre di Roma contro i Parti di Rose Mary Sheldon, docente all’Università del Michigan, appare ora in traduzione italiana per la Libreria Editrice Goriziana. Non di tutto il volume, oltre 400 pagine, potrò riferire. Non toccherò quindi, benché solo in parte ne condivida gli sviluppi, il grande tema dell’ambizione di Roma a un «governo e un dominio universali». Quanto alla questione, tuttora dibattuta, della Great Strategy, se cioè Roma avesse o no «una “grande strategia”… per i confini» o se calibrasse di volta in volta il suo approccio, pertinente al tema del libro, mi limiterò a sottolineare che il confronto con un avversario come lo Stato arsacide dei Parti richiedeva mezzi amplissimi, assai superiori alle risorse di qualsiasi provincia. Costretti a controllarsi l’un l’altro, i governatori romani disponevano di forze ridotte, ed erano inabili a ogni più vasta strategia; sicché, almeno a partire dall’età imperiale un attacco contro i Parti era possibile, di norma, solo su impulso di un solido potere centrale. Con buona pace della nostra studiosa, quindi, i moventi reali capaci di muovere queste azioni non furono mai la semplice brama, stolta perché antieconomica, di bottino o di una conquista fine a sé stessa.

Il volume presenta, fin dall’introduzione, alcuni limiti. Pur intuendone i rischi, l’autrice cede infatti alla suggestione di un’analogia con la condotta e gli esiti recenti dell’azione Usa nella stessa regione; e, specialista nei problemi di intelligence, coglie nelle carenze informative dei Romani, assimilate a quelle della potenza a stelle e strisce, l’elemento capace di riequilibrare una bilancia militare altrimenti favorevole a Roma. La spiegazione, pur valida (a fomentare l’insurrezione ebraica contro i Romani del 115 d.C., su cui torneremo, potrebbero essere stati agenti partici…), è però parziale. Uno studio che si prop one come un’opera, mai scritta, «sulle campagne militari tra Roma e i Parti» non può ignorare gli aspetti tattici e funzionali delle opposte strutture belliche e la loro evoluzione, fondamentale a spiegare gli esiti diversi di guerre asimmetriche come quelle trattate.

Toccando sommariamente la battaglia di Carre, in cui le legioni furono battute dai Parti nel 53 a.C., l’autrice non sfiora il problema della «tragica impotenza dell’esercito romano» in quella circostanza. Eppure, come scrisse lo storico Albino Garzetti, questo è il «nucleo della questione», ma «si risolve per lo più nel ricostruire come avvenne la sconfitta, non nel determinare perché avvenne». Definita feudale come lo Stato che l’esprimeva, quella partica era un’armata soprattutto di cavalieri — cavalleria pesante catafratta che inquadrava l’alta aristocrazia; e cavalleria leggera, gli hippotoxotai, arcieri montati, liberi e nobiltà minore armati con il potente arco composto delle steppe —, che combinava potenza di tiro e forza d’urto. Surena, il nobile che la comandava a Carre, rovesciò le tattiche tradizionali contro nemici appiedati; e la soluzione riuscì fatale alle legioni di Crasso, dotate di armamento insufficiente (la cotta di maglia era vulnerabile alle frecce, mentre i pila, i giavellotti leggeri, incapaci di raggiungere gli arcieri che restavano fuori tiro, erano inutili contro i catafratti). Logorato dai ripetuti caroselli degli inafferrabili hippotoxotai ed esposto alle cariche dei cavalieri corazzati ogni volta che cercava di dispiegarsi, l’esercito di Crasso, demoralizzato, finì per sbandarsi e fu quasi interamente distrutto.

Questa superiorità tattica, però, poco a poco si dissolse. Contrariamente a quello partico, rimasto immutato, l’esercito romano prese a evolversi; prima introducendo, dall’età di Antonio, i frombolieri che offrivano alle legioni un efficace tiro di protezione contro gli archi partici, poi una nuova corazza a lame, la lorica segmentata, capace di annullare l’effetto delle frecce, e un pilum pesante dalla penetrazione accresciuta, in grado di scavalcare i catafratti o di trapassarne le corazze e persino, a breve distanza, di arrestarne le cariche. La simbiosi funzionale tra le due componenti dell’esercito nemico venne così spezzata. Se i catafratti, mastodontici e lentissimi, avevano avuto qualche possibilità solo contro legionari schierati per coorti, vulnerabili alle cariche, la nuova arma metteva ora in grado di difendersi persino questi reparti.

Quanto agli arcieri, fondamentali per lo sforzo militare partico, per poter arrecare danni reali ad un’armata romana da campagna il loro attacco swarming, a sciame, doveva poter colpire indisturbato più e più volte, infiggendo migliaia di aculei nel corpo della compagine nemica. Ora però, grazie alla nuova armatura, questa era meglio protetta; e le condizioni di Carre non si ripeterono più. Troppo preziosa per venir esposta in attacchi che rischiavano di riuscirle fatali, la cavalleria pesante fu forse ritirata allora dai campi di battaglia per oltre un secolo; e ciò finì col ridurre l’efficacia anche degli arcieri. Privati dell’appoggio dei catafratti, questi avevano ormai solo opzioni tattiche limitate. Contro eserciti veri e propri, composti da una ben dosata combinazione di forze differenziate, gli hippotoxotai da soli avevano possibilità quasi nulle: per scagliare i loro dardi, resi inutili dalla nuova corazza, essi dovevano infatti prima superare lo sbarramento costituito da dense cortine di frombolieri balearici o cretesi, di arcieri osroeni e persino, dall’età di Traiano, di macchine mobili da getto, le cosiddette carroballistae. Oltre che poco produttivo e costoso in termini di vite, un attacco troppo insistito rischiava di riuscire fatale. Non più scortate da presso dai cavalieri corazzati, queste formazioni contavano per sopravvivere solo sulla loro mobilità: una volta sfiancati i cavalli, non avrebbero più potuto sfuggire alle cavallerie tracia e gallica e ancor meno, forse, ai celebri numeri Mauri, agli squadroni berberi che accompagnavano le grandi formazioni romane di fanteria. Ai Parti rimase così una sola risorsa: l’agguato o la rapida incursione seguita da una pronta ritirata e chiusa spesso dal colpo sferrato durante la fuga, la «freccia del Parto». E la guerriglia… Ma se i Parti assai se ne giovarono, a condurla per loro furono soprattutto gli Ebrei. Per limitarci alla campagna di Traiano, la coeva rivolta ebraica iniziò, come dimostrano i testi su papiro, in Cirenaica nel 115 d.C., quasi due anni prima che tra le comunità babilonesi. E fu spaventosa. Si può dubitare delle fonti scritte, non dell’archeologia: a Cirene, scrisse Sandro Stucchi, «i danni subiti… dal patrimonio monumentale» ad opera degli insorti appaiono «paragonabili a quelli di un pauroso cataclisma». Fu questo cataclisma, altrettanto grave a Cipro e in Egitto, a risucchiare indietro le legioni vittoriose dalla capitale nemica Ctesifonte, permettendo la riscossa partica in Mesopotamia.

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San Girolamo contro Roma

Évariste-Vital Luminais (1821-1896), Goti che attraversano un fiume

L’assedio dei goti visto come castigo per i costumi corrotti del paganesimo
Matthew Kneale rievoca i sette saccheggi subiti dalla città nella sua lunga storia. Su quello compiuto da Alarico nel 410 d. C. le versioni 
sono discordi: per alcuni fu una vera catastrofe, per altri provocò danni limitati

Paolo Mieli, “Corriere della Sera”, 3 luglio 2018

Roma, agli inizi del V secolo, era una città che contava forse più di un milione di abitanti (qualcuno li ha stimati addirittura un milione e mezzo), malsana e soffocante. Morbillo, orecchioni, tubercolosi e vaiolo erano ormai da tempo malattie endemiche. Ma la piaga più grande era la malaria. Dai documenti risulta che l’Urbe era vittima all’incirca di un’epidemia malarica ogni sei anni, in genere all’indomani dei temporali estivi e a partire dalle zone vicine al Tevere, dove prosperavano le zanzare e vivevano gli abitanti più poveri. Da ottocento anni non aveva più subito un’invasione e si riteneva che — soprattutto dopo un percorso di integrazione dei barbari — non ce ne sarebbero state mai più. Invece…
Nella notte del 24 agosto 410, torme di visigoti maleodoranti e pieni di pidocchi attraversarono la Porta Salaria e si riversarono nella città che veniva già dall’aver subito un lungo assedio: il cibo era stato razionato e gli 800 mila abitanti (forse anche di più) avevano cominciato a morire letteralmente di fame. Il sacco che ne seguì durò tre giorni. Secondo uno storico cristiano, Socrate di Costantinopoli (Socrate Scolastico, che scrisse trent’anni dopo l’accaduto) furono uccisi molti senatori e la maggior parte dei monumenti cittadini venne data alle fiamme. Procopio (che invece scrisse cento anni dopo il sacco) sostenne che i visigoti «annientarono» la maggioranza dei romani. San Girolamo che ne parlò dalla Terra Santa, soltanto due anni dopo gli eventi, diede una versione apocalittica di quel che era successo già prima che i visigoti entrassero in città: secondo lui, allorché gli uomini di Alarico fecero il loro ingresso a Roma buona parte degli abitanti era già morta di fame. «Una fame arrabbiata», raccontò Girolamo, «ha spinto i cittadini a cibi nefandi; si sono sbranati l’un l’altro, membro a membro: le mamme non hanno risparmiato i propri figli ancora lattanti».
Ma un’altra fonte, Paolo Orosio — che scrisse otto anni dopo l’invasione, probabilmente mentre si trovava in Spagna — offrì una versione assai diversa di quel che era capitato nei giorni delle scorribande romane dei visigoti: Alarico, sostenne Orosio, aveva dato «ordine alle truppe, principalmente, di lasciar illesi e tranquilli quanti si fossero rifugiati in luoghi sacri, specialmente nelle basiliche dei santi apostoli Pietro e Paolo, e, secondariamente, di astenersi quanto possibile, nella caccia alla preda, dal sangue». Uno storico della Chiesa, Sozomeno, che poco dopo Orosio si occupò di ciò che era avvenuto a Roma nel 410, indugiò su episodi di visigoti «di buon cuore» che fecero del bene alla città. A questo punto si pone una domanda: com’è possibile che queste fonti, tutte cristiane, siano a tal punto in contrasto tra loro? È lo stesso quesito che si pone Matthew Kneale in un libro assai stimolante, Storia di Roma in sette saccheggi, edito da Bollati Boringhieri. I saccheggi sono: 1) quello dei galli di Brenno del 387 a.C. descritto da Tito Livio; 2) quello di cui qui stiamo parlando del 410; 3) quello del 546 del re ostrogoto Totila; 4) quello dei normanni di Roberto il Guiscardo del 1084; 5) il sacco dei lanzichenecchi al soldo dell’imperatore Carlo V d’Asburgo del 1527; 6) l’assedio dei francesi di Luigi Napoleone del 1849 e 7) l’occupazione nazista del 1943-44.
Per tutti esistono, nella rappresentazione che se n’è data in seguito, clamorose contraddizioni e discrepanze come quelle di cui si è detto all’inizio. A proposito delle quali, fa notare Kneale, «gli autori che riferiscono di un saccheggio brutale, compreso Girolamo — il quale senza dubbio provava ancora rancore verso i ricchi che lo avevano scacciato dalla città — vedevano il disastro come la punizione divina dei romani per il lusso in cui si erano crogiolati e per il loro paganesimo». Agli occhi di Girolamo «il sacco doveva essere stato terribile, perché questo era ciò che i romani meritavano». All’epoca — anche se ormai da un secolo l’impero era governato dai cristiani, con una breve interruzione durante il regno del pagano Giuliano — il paganesimo era ancora molto presente nella vita romana. Con «gran disgusto del fervente vescovo di Milano Ambrogio, folle di romani, cristiani compresi, continuavano a prender parte con gioia alle antiche celebrazioni pagane della città». Le più popolari erano i Lupercalia, durante i quali «gruppi di giovani uomini rincorrevano le ragazze per la città colpendole con una frusta in onore della lupa di Roma, una pratica che si credeva le rendesse fertili».
I romani, riferisce Kneale, da secoli «consideravano il sesso in maniera positiva, come un piacere accordato dagli dei di cui si doveva godere». Si pensava anche che «traendone piacere si facessero figli più sani». Non ci si preoccupava troppo «nemmeno del tipo di rapporto, se avesse luogo tra un maschio e una femmina o tra maschi (soltanto i rapporti tra donne destavano qualche disagio)». Nessuno si poneva problemi in merito alle «categorizzazioni sessuali». Se un uomo una volta andava a letto con una donna o con un uomo, «non ci si aspettava che poi continuasse a fare lo stesso». Poteva «cercare il piacere ovunque lo vedesse». Se esistevano dei tabù, essi erano legati a questioni di classe. Qualora un ricco andasse a letto con la moglie di un altro aristocratico, «si trattava di adulterio». Ma lo stesso uomo era libero di «avere un rapporto con una persona di rango inferiore». Anzi, liberissimo. Nessuno si poneva problemi circa i rapporti sessuali con gli schiavi, considerati una proprietà. Casomai si ironizzava sulla «tirchieria» di coloro che, anziché comprare schiavi al mercato, ne generavano con le donne, schiave, «in loro possesso». Allo stesso modo, «nessuno era troppo turbato dall’idea di uomini che abusassero sessualmente dei bambini, a patto che non fossero figli di aristocratici».
A tutto ciò si oppose il cristianesimo di San Paolo, che «considerava un abominio qualsiasi pratica sessuale al di fuori di quella più semplice e funzionale» del matrimonio; e «il sesso in generale — per non parlare del goderne — era comunque visto con molto sospetto». I primi devoti «idealizzavano la verginità, la castità e i matrimoni platonici». Il monaco Girolamo fu un grande fustigatore di questi costumi: era disgustato «dal fatto che i ricchi cristiani di Roma aderissero alla loro fede a parole, adoperandosi nel contempo ai propri interessi dinastici». In che senso? Se «davano una figlia vergine a Gesù», ne tenevano un’altra nel mondo terreno, e «in caso di necessità non si facevano scrupoli a riprendersi la vergine donata a Cristo per metterla sul mercato a che trovasse un buon partito».
Le «tensioni maggiori, almeno all’interno dell’aristocrazia romana, spesso non vedevano contrapposti pagani e cristiani, ma pagani e cristiani da una parte e un gruppetto di cristiani molto devoti dall’altra». Ed è a sostegno di questi ultimi che Girolamo lanciava il suo anatema, sostenendo che il sacco era stato una sorta di punizione divina nei confronti di una Roma dissoluta e ancora pagana. Fu per le sue denunce che, alla morte del vescovo Damaso, suo protettore, Girolamo fu cacciato dalla città. E Girolamo «si vendicò» esaltando, per così dire, il sacco di Alarico come se si trattasse di una punizione divina per la persistenza del paganesimo a Roma.
Al contrario, sempre secondo Kneale, «chi raccontava di un saccheggio rispettoso aveva in mente un quadro politico più ampio». Questi autori «intendevano respingere le accuse pagane, secondo le quali il sacco aveva avuto luogo perché i romani avevano chiuso i templi degli antichi dei e ne avevano fuso le statue». Il secondo gruppo «voleva dimostrare che Pietro e Paolo avevano protetto bene la città e che, grazie alla loro influenza, Dio aveva addolcito i cuori dei visigoti». Ma chi aveva ragione? E cosa accadde davvero? Kneale si affida all’archeologia e censisce gli edifici che, a quel che risulta dagli scavi, furono realmente danneggiati. La lista, scrive, «non è molto lunga». Secondo l’autore, Orosio e coloro che riferiscono di un saccheggio «amichevole» paiono «avvicinarsi di più alla verità». È probabilmente tutt’altro che falso che Alarico avesse ordinato ai suoi di «comportarsi bene». Del resto, se avesse distrutto Roma, «la città avrebbe perso ogni valore come merce di scambio e lui stesso avrebbe avuto poche possibilità di stringere un accordo con l’Impero d’Occidente». Se ne può trarre la conclusione che «in generale, nel 410 d.C. Roma ebbe fortuna». In confronto al destino di altre città della stessa epoca (date alle fiamme, videro i propri abitanti ridotti in schiavitù), Roma in quel 410 «se la cavò molto bene».
Ciò nonostante i racconti di Orosio e Sozomeno sui «visigoti dal cuore tenero» sono, secondo Kneale, «lontani dalla verità». Agostino d’Ippona, il quale dall’Africa settentrionale reagì al saccheggio con una serie di sermoni dai quali prese forma la sua celebre opera La città di Dio, ricorda che nella sua congregazione erano presenti molti profughi romani e questi «se il sacco fosse stato una cosa da poco, è improbabile che avrebbero mai lasciato la città». Secondo Agostino, a meritare di finire sul banco degli imputati era la «base morale» del potere romano. Se i cristiani desideravano una città eterna, dovevano rivolgersi alla Città Celeste di Gerusalemme che «li attendeva in cielo». Nessuna città terrena, Roma inclusa, «sarebbe durata per sempre». Tra l’altro Agostino — spingendosi a riferire le atrocità subite da Roma nei giorni del sacco — parla delle vergini romane violentate precisando che «Dio non le aveva giudicate male né abbandonate» ed esprimendo la singolare supposizione che «potessero essere state loro, troppo orgogliose della propria verginità, ad attirare su di sé la violenza subita». Uno dei pochi scrittori che quell’anno si trovavano effettivamente a Roma fu il monaco britannico Pelagio, le cui idee avrebbero dato vita ad una forma di eresia cristiana che Agostino d’Ippona s’impegnò poi a sradicare. In una lettera così descrisse l’accaduto: «Ognuno era mescolato agli altri e scosso dalla paura; ogni famiglia aveva la propria afflizione e un terrore avvolgente afferrò tutti; schiavo e nobile erano una cosa sola; il medesimo spettro di morte si aggirava solennemente in mezzo a tutti noi».
Dopo tre giorni, con grande sollievo dei romani, i visigoti lasciarono la città e marciarono verso sud. Alarico sperava di arrivare in Sicilia e proseguire di seguito in Africa, ma non riuscì ad attraversare lo stretto di Messina. Due mesi dopo morì a Cosenza, probabilmente a causa della malaria contratta a Roma. «La città si era vendicata», scrive Kneale. Ma circa 136 anni dopo, nel 546, gli ostrogoti di Totila si presentarono nuovamente alle porte della città, la cinsero d’assedio, entrarono grazie a un tradimento e stavolta (pur per un breve periodo e a due riprese, la seconda nel 549) ne fecero la loro capitale. Nel 551 l’imperatore Giustiniano inviò in Italia un esercito comandato dall’eunuco Narsete, che all’inizio del 552 affrontò Totila in Umbria, lo sconfisse e lo uccise.
Dopodiché Roma, che ormai era pressoché spopolata «fu aiutata dalle disgrazie altrui». Le invasioni longobarde «provocarono un tale caos che la gente si riversò a fiotti entro le mura cittadine in cerca di salvezza». Alla fine del VI secolo contava quasi 50 mila abitanti. A causa degli argini marcescenti del Tevere, era devastata dalle alluvioni due o tre volte per secolo. Una delle più gravi ebbe luogo nel 589 e fu fantasiosamente descritta (due secoli dopo) da Paolo Diacono: il fiume «si gonfiò fino al punto che le sue acque scorrevano sopra le mura della città allagandone moltissimi rioni… Allora, nuotando nell’alveo del fiume insieme con moltissimi serpenti, un drago di terrificante grandezza attraversò la città e scese al mare». Templi e monumenti pagani furono abbandonati all’incuria e ai furti. A dire il vero, nota lo storico, «non vennero quasi costruite nuove chiese per lo meno non di dimensioni considerevoli, perché i Papi faticavano già a mantenere quelle esistenti». Date le sue dimensioni, San Pietro «in particolare rappresentava un problema e necessitava di riparazioni costanti». Sicché, nell’impossibilità di costruire nuovi edifici, i Papi si risolsero a riutilizzare quelli antichi. La cosa migliore fu che all’inizio del VII secolo il Pantheon, «il più bel tempio pagano di Roma», fu trasformato nella Basilica di Santa Maria ai Martiri, «scampando così alla lenta rovina cui andarono incontro altri grandi templi». Poi, dopo che Gerusalemme nel 636 cadde nelle mani dei musulmani, Roma divenne la meta principale dei pellegrinaggi cristiani. E risorse dai traumi, dalle sue rovine. In attesa, come detto all’inizio, di nuove incursioni e nuovi saccheggi.

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L’Ulisse di Derek Walcott

DEREK WALCOTT, Uva di mare, da Isole (1976), Adelphi, 2009

Quella vela che s’appoggia alla luce,
stanca delle isole,
una goletta che percorre i Caraibi

verso casa, potrebbe essere Odisseo,
diretto a casa sull’Egeo;
quella brama di marito

e padre, sotto acini aspri e raggrinziti,
è come l’adultero che sente il nome di Nausicaa
in ogni grido di gabbiano.

Questo non porta pace a nessuno. L’antica guerra
fra ossessione e responsabilità
non finirà mai ed è stata la stessa

per il navigante o per chi è a terra
e ora calza i sandali per incamminarsi verso casa,
da che Troia emise la sua ultima fiamma,

e il masso del gigante cieco sollevò la marea
dalla cui onda lunga i grandi esametri arrivano
alle conclusioni della risacca esausta.

I classici consolano. Ma non abbastanza.

 Sea Grapes

That sail which leans on light,
tired of islands,
a schooner beating up the Caribbean                                                          3

 for home, could be Odysseus,
home-bound on the Aegean;
that father and husband’s                                                                   6

longing, under gnarled sour grapes, is
like the adulterer hearing Nausicaa’s name
in every gull’s outcry.                                                                             9

This brings nobody peace. The ancient war
between obsession and responsibility
will never finish and has been the same                                           12

for the sea-wanderer or the one on shore
now wriggling on his sandals to walk home,
since Troy sighed its last flame,                                                         15

and the blind giant’s boulder heaved the trough
from whose groundswell the great hexameters come
to the conclusions of exhausted surf.                                                18

 The classics can console. But not enough.

Walter Siti, in “La Repubblica”, 7 dicembre 2014

Se c’è un trauma contro cui Walcott ha dovuto lottare per tutta la vita, è la propria origine geografica: Saint Lucia, nelle Piccole Antille, è solo uno dei grani di quella collana di isole che si inarca da Portorico fino alla costa sudamericana. Senza una vera identità culturale che non derivi dalla colonizzazione, passata di mano quattordici volte tra Francia e Inghilterra prima del definitivo dominio inglese (ancora oggi nello stemma conserva il giglio di Francia insieme alla rosa dei Tudor), selvatica e montuosa, dotata di un patois creolo senza ambizioni letterarie, rappresenta uno di quei luoghi da cui uno scrittore non può che emigrare; ma è anche l’eden da cui è duro staccarsi, la natura prima che Adamo la nominasse, la sinfonia d’acqua luce e colori che regala un imprinting indelebile tra rimpianto, tenerezza e complesso d’inferiorità.

La luce, prima di tutto (Lucia è nome di luce, anche nel motto della loro bandiera oltre che in Dante); una luce così pastosa e solida che la vela inclinata sembra appoggiarvisi –stanca di peregrinare tra troppe isole. Si presuppone un tramonto, un navigante che rientra; i pescatori tornavano a sera, quando Walcott era piccolo, ed era un passaggio pericoloso tra gli scogli; “più ci si avvicinava a casa”, scrive nel poema Omeros, “più crescevano le paure / e i pescatori lo temono proprio come Ulisse / finché non vedono lampeggiare l’unico occhio del faro”. La nostalgia (intesa alla greca come desiderio del “nòstos” cioè del ritorno) appartiene anche a lui, ogni volta che si trova all’estero per studiare o insegnare; l’archetipo mitico non può essere che Ulisse/Odisseo –e le isole caraibiche si duplicano nell’identità letteraria delle isole egee.

In tutta l’opera di Walcott agisce questo meccanismo di traduzione, o nobilitazione: ogni forma naturale, o persona, della sua isola senza storia viene paragonata a un elemento della grande cultura europea –i poemi omerici prima di tutto ma anche la Bibbia, e Dante e Shakespeare e la pittura del Rinascimento. E’ una specie di esotismo all’incontrario, che attira in periferia le figure del Centro. Quel che lo affascina è l’impasto tra vitalità selvaggia e raffinatezza, tra l’Africa nera dei suoi antenati e la Grecia classica; il sangue vergine può rinforzare l’esausta Europa, mentre la maturità della cultura europea può educare le nature troppo semplici (“i nostri miti sono ignoranza, i loro letteratura”). Un esempio di integrazione come piace a noi del Primo Mondo, che per questo nel 1992 gli abbiamo conferito il Nobel; un riconoscimento della nostra supremazia, sia pure con qualche perdonabile scatto d’orgoglio (“questo non è l’Egeo viola-uva,/ non c’è vino qui, né formaggio, le mandorle sono verdi,/ le uve di mare aspre, la lingua è quella degli schiavi”; “il progresso è la barzelletta sporca della Storia”).

L’uva di mare (nome comune della Coccolobauvifera) è un arbusto tropicale che dà bacche acidule di color rosso scuro, simili agli acini d’uva o alle olive. Perfetto esempio di condensazione: selvatico quanto basta ma anche allusivo di mediterraneità classica (gli olivi, appunto, e il “mare colore del vino” di omerica memoria). Sotto i suoi stenti grappoli l’anonimo padre e marito sente nel grido onomatopeico dei gabbiani il nome di Nausicaa; la profondità dell’amore familiare non esclude l’avventura erotica, con forzatura libertina del casto episodio odisseico. Walcott in genere è poeta epico e visivo ma qui si avvicina alla psicologia drammatica e romanzesca: la guerra tra ossessione e responsabilità significa ammettere in se stessi una duplicità non sanabile –la duplicità è un altro tema di Walcott (nato gemello): due sono i picchi montani della sua isola, due le lingue che parla e usa nei testi, doppio il cammino di conoscenza che impone a se stesso (“ci sono due viaggi / in ogni odissea, uno sulle acque agitate,/ l’altro accovacciato e immobile nel silenzio”).

Il dissidio non ha soluzione se non poetica: con un volo pindarico il pellegrino dei mari e l’umile pescatore caraibico sono ricondotti alla vicenda leggendaria, dall’incendio di Troia all’episodio di Polifemo –e dal masso che il gigante scaglia nasce un’onda (fatta di esametri, di cui viene mimato al v. 17) che attraverso chilometri e secoli viene a spegnersi sulla battigia di Saint Lucia. Lì cultura e natura arrivano alla sola possibile conclusione: la cultura serve a temperare le ossessioni più crude ma la vita proporrà sempre nuove spine. L’isola di Saint Lucia è stata contesa storicamente come Elena lo fu a Troia; l’unico occhio di Polifemo è anche l’occhio del faro di cui si parla in Omeros (“il faro cieco / si soffermò come un gigante, una nuvola di marmo nelle mani,/ per scagliare il suo macigno / … / poi un pescatore negro alzò la vela di sacco / e scandì il primo verso del nostro epico orizzonte”). Rete sotterranea di metafore, coerenze forse celate al loro stesso autore; che in un tessuto metrico libero ma fitto di echi (“name / same / flame” rimati in tre terzine successive, e anche “war / shore”, poi le rime visive “home / come” “trough / enough”, la mezza rima “islands / husband’s”) sa chiudere intere una coscienza, un’antropologia, una storia.

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Ettore e Achille per me pari son

Matteo Nucci, “La Repubblica”, 8 luglio 2018

Ettore. Umano, tenero, orgoglioso. Achille. Spietato, duro, arrogante. Ettore, il vinto.  Achille, il vincitore. Preferisci Ettore o Achille? Vincere a costo di essere considerato inumano? O perdere ma salvare la bellezza e l’altezza dei sentimenti? È difficile capire come mai da generazioni, ragazzini e adolescenti vengano spinti a cadere nel tranello di un’alternativa così poco corretta, artificiosa, banale e piena di una retorica vuota che agli antichi era estranea. Ma è molto difficile solo se si dimentica che in effetti pochi leggono per intero i poemi omerici e chissà perché, visto che si tratta di opere semplici, appassionanti, grondanti una tale potenza che restano non solo il principio ma anche la vetta della letteratura occidentale. Del resto, versioni semplificate, film, cartoni animati, ovvero tutta quella mondezza che si è sostituita a Omero per renderne veloce e acritica la lettura, ci ha convinto che nei poemi troveremo il cavallo di Troia, per esempio, o il tallone di Achille, o altre storie che mai gli aedi omerici cantarono. Ma così vanno le cose. Riassumere il dramma in due nomi. Achille contro Ettore. Figuriamoci. Per gli antichi, l’opposto caratteriale di Achille era semmai Odisseo. Achille schietto, sincero fino al controsenso, incapace di escogitare mezzi per abbindolare il nemico, sempre dritto contro il bersaglio. Odisseo astuto, menzognero, ingannevole, costantemente dedito ad aggirare il nemico anziché corrergli incontro per duellare contando solo sulla mente anziché sulla forza fisica. Opposto caratteriale di Ettore era semmai il fratello Paride, vigliacco, seduttore, insensibile, capace soltanto nei passi di danza e nel correre appresso alle gonne delle ragazze.

Ma Ettore e Achille invece? Certo, si sfidarono. Achille uccise Ettore per vendicare la morte del compagno Patroclo. E tuttavia, al di là di questo duello finale, Ettore e Achille non sono così diversi. Seguono gli stessi principi, rispettano la casa e la difendono, lottano anche se preferirebbero vivere pacificamente, soprattutto entrambi sanno di dover morire giovani, entrambi detestano il loro destino, entrambi lo accettano e si convincono che verrà loro riconosciuta l’immortalità, l’unica immortalità concessa agli umani, quella che sopravvive attraverso il canto epico, ovvero attraverso la letteratura. Certo, Ettore aveva qualche anno in più di Achille e in questo fu più fortunato. Aveva sposato una moglie tenera, tenace e fedele, Andromaca, da cui aveva avuto un figlio, Astianatte. Achille non ebbe il tempo di metter su famiglia. Solo ragazze che gli riempivano le notti, concubine. Certo, Ettore aveva solo intuito che la fine per lui e per la sua città sarebbe arrivata inesorabile. Mentre Achille lo sapeva fin dal principio, sapeva che la sua morte sarebbe arrivata prima di espugnare Troia e mai più sarebbe tornato a casa. Che fosse intuizione o consapevolezza, sia Ettore che Achille sapevano che la guerra non avrebbe portato che mali, combatterono come ci sia aspettava da loro e lo fecero con la grazia degli uomini che si sottomettono alla sorte o al destino, vagheggiando di rimanere immortali attraverso il canto degli aedi. Ma in questo ebbero ragione. Perché noi siamo qui a parlarne. E li ricordiamo in quell’immagine in cui ci si mostrano alla fine del poema, quando Priamo, re di Troia, rifiuta ogni consiglio e si avventura da solo, di notte, nel campo nemico, per raggiungere la tenda di Achille e chiedere la restituzione del corpo di suo figlio. Achille osserva Priamo, un vecchio che ha perso il figlio più amato. In lui vede suo padre che mai più riabbraccerà. Priamo osserva Achille, il giovane eroe destinato a morire. In lui vede il figlio il cui corpo giace poco lontano. Allora Priamo e Achille si abbracciano e piangono. Non ci sono vincitori né vinti nei poemi omerici. Solo padri e figli. Uomini e donne che piangono i rispettivi dolori. Così, quando noi, a tre millenni di distanza, ci emozioniamo a vedere Priamo che abbraccia Achille come se fosse suo figlio, scopriamo che Ettore e Achille sono due facce della stessa medaglia, addirittura un uomo solo in lotta con sé stesso e il proprio dolore. Allora torniamo indietro agli anni in cui ci sfidavamo per essere Ettore o Achille. E ripensiamo agli amici perduti. A quelli che ci erano fratelli e non lo avevamo capito.

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Le sirene, una malattia oltre il mito

Stefano Bucci, “Corriere della Sera – La Lettura”, 1 luglio 2018

Tutta la potenza e la modernità di un mito.

Quello delle giovani donne-pesce che spuntavano dalle acque del mare e che, con il loro dolcissimo canto, incantavano i naviganti facendoli naufragare (in realtà Omero nel XII libro dell’Odissea le descrive semplicemente «sedute sul prato», l’iconografia classica le voleva metà donne e metà uccelli). Un mito tuttavia capace da sempre di conquistare gli artisti con il fascino della bellezza mostruosa. Perché di sirene (anche nelle loro più classiche mutazioni, quelle dei Tritoni, delle Nereidi, quelle celebrate dagli Etruschi, dai Greci, dai Romani) è affollato ancora oggi un immaginifico bestiario che assembla le creature inventate dall’anonimo artigiano che attorno al 1100 scolpisce, in pietra, il capitello della chiesa di San Sigismondo, a Rivolta d’Adda (Cremona), e dall’«armoraro» Filippo Negroli che nel 1543 crea un fantastico elmo in ferro e oro (oggi al Met di New York); dall’Arcimboldo e da Marc Chagall; da Auguste Rodin e da John William Waterhouse.
Paradossalmente, però, la mostra aperta fino al 30 settembre al Museo nazionale etrusco di Villa Giulia a Roma (La sirena: soltanto un mito?) parte dalla classicità, quella di un raro ex voto del IV-III secolo a.C. ritrovato nella necropoli di Veio nell’Ottocento, per avvicinarsi in maniera sorprendente alla contemporaneità, una contemporaneità che coinvolge mito, religione, arte, scienza e medicina: quella, recente, delle sirene secondo Kiki Smith (Sirens), creature demoniache che sul corpo confondono piume e squame; quella della sirena con il volto della top model Kate Moss fusa in oro da Marc Quinn (Siren, 2008); quella della grande scultura blu scuro (Mermaid, 2017) che occupava Punta della Dogana durante la monografica-evento di Damien Hirst a Venezia. Quella di figure indefinite tanto nella loro diversità (una coda da pesce, la pelle verde, le corna da cervo) quanto nel loro sesso (così, nel 2012, Elmgreen & Dragset avrebbero potuto senza tanto scandalo piazzare nella baia di Elsinore Han, versione maschile in alluminio della Sirenetta di Copenaghen).
Intorno a questo singolare intreccio di mitologia e di scienza (che ha visto coinvolti, oltre al Museo di Villa Giulia, altre istituzioni romane come il Dipartimento di medicina molecolare del Museo di storia della medicina, il Polo museale della Sapienza, la Fondazione San Camillo Forlanini) ruotano racconti e immagini che fanno comprendere come nel mondo antico alcune malattie — per esempio il nanismo e l’epilessia — fossero ritenute straordinarie. E come, nel mondo etrusco, numerose manifestazioni del sacro venissero collegate in maniera quasi automatica all’evidenza di anomalie o di «comportamenti divergenti dalla norma» in bambini a loro volta ritenuti prodigiosi. E come, ancora, nella letteratura latina ricorressero di frequente termini quali monstrum o prodigium, paragonabili al greco téras e (allo stesso modo) destinati a esprimere concetti legati al soprannaturale, più o meno funesto. Concetti che potrebbero essere oggi tranquillamente utilizzati per Il mostro della laguna nera dell’horror di Jack Arnold (1954) come per l’uomo anfibio di La forma dell’acqua di Guillermo del Toro (2017, Leone d’Oro a Venezia, quattro Oscar tra cui miglior film e miglior regista).
L’ex-voto che fa da «pretesto» alla mostra evoca, in maniera suggestiva e molto chiara, un corpo affetto da una rarissima malformazione congenita, la sirenomelia, grave patologia che determina lo sviluppo di un singolo arto, simile a una coda di pesce. Dunque, il lato scientifico della diversità. A sottolinearlo arriva dal Museo di anatomia patologica della Sapienza il reperto anatomico di una neonata affetta appunto da sirenomelia. All’elemento prodigioso (e poetico) volutamente si contrappongono lo «sguardo tecnico» degli strumenti chirurgici, di quelli diagnostici e delle cartelle cliniche; e poi quello «sociale». Nella Grecia classica Platone sognava un mondo senza patologie mentre Ippocrate e la sua medicina si basano sull’edificazione di una società risanata dalle malattie. Sarà soltanto la cultura alessandrina che sceglierà di rappresentare con verismo (e talvolta compiacimento) la decadenza fisica e la malattia.
Sono storie e suggestioni di religione, scienza, arte e medicina che fanno comprendere come nel mondo antico, al pari della sirenomelia, fossero ritenute «straordinarie» altre patologie rare. Tra queste, il nanismo acondroplastico che avrebbe colpito la tozza figurina intenta a liberare un picchio nero in una pittura della Tomba François di Vulci. O la progeria, malattia genetica che si manifesta nei bambini con evidenti segni di invecchiamento e con uno sviluppo precoce di malattie tipiche delle persone anziane: quella che avrebbe afflitto Tagete, il fanciullo divino dalle sembianze di vecchio, raffigurato nella Gemma Castellani, agata di età micenea (nella collezione del Museo etrusco di Villa Giulia). La stessa malattia che potrebbe avere manifestato Benjamin Button nel racconto breve di Francis Scott Fitzgerald (1922). Ancora una volta, nel mondo antico come in quello contemporaneo, la storia e, in qualche modo, la celebrazione della diversità. In tutte le forme.

Arnold Böcklin, Le sirene tentatrici (1886)

Eva Cantarella, Da mostri a seduttrici per merito di Omero

Per noi le sirene sono donne bellissime, con la parte inferiore del corpo in forma di pesce. Ma la tradizione che dà loro questa forma non è greca, nasce solo nel Medioevo: per i Greci le sirene avevano testa di donna e corpo di uccello, come ce le mostra tra l’altro un celebre vaso, sul quale svolazzano sopra la barca di Ulisse, che si è fatto legare all’albero dai compagni per ascoltare il loro canto senza fare la terribile fine che aspetta chiunque lo ascolti. Come scrive Omero, chi sente la loro voce «mai più la sposa e i piccoli figli,/ tornato a casa, festosi lo attorniano,/ ma le sirene dal canto armonioso stregano/ sedute sul prato: pullula in giro la riva di scheletri/ umani marcenti; sull’ossa le carni si disfano». Lungi dall’essere affascinanti, le sirene greche erano simili alle Arpie, anch’esse metà donna e metà uccello, temute perché, oltre all’abitudine di rapire i bambini, avevano il compito di accompagnare le anime nell’aldilà. E lì giunte cedevano il passo alle sirene, che con voce sgradevolissima, gracchiando, le conducevano da Ade e Proserpina, i sovrani di quel terribile mondo. Per i Greci, insomma, le sirene erano demoni dell’oltretomba. Ma come, perché accadde che in Omero perdessero l’inquietante somiglianza con le Arpie e acquistassero una voce melodiosa, cui nessuno poteva resistere? Tra le ipotesi, quella che Omero, che a volte attingeva ai racconti popolari (come prova il personaggio di Circe, la maga con la bacchetta), si sia ispirato a un uccellino dalla voce melodiosa e incantatrice, famoso nel folklore orientale. Ma ammesso che questa sia la spiegazione, un mistero resta: cosa cantavano le sirene? Svetonio racconta che l’imperatore Tiberio perseguitava i grammatici con questo interrogativo, al quale nessuno sapeva rispondere. Meglio così: il segreto della seduzione ingannevole rimane e ciascuno di noi può continuare a cercare e trovare la sua risposta.

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Picchi di intensità per il ritmo di Achille ed Ettore

Classici ritradotti. L’esametro greco viene trasformato in una sequenza sillabica scandita con enfasi contenuta e discreta, che spesso gioca sulla sospensione precipitando nel verso successivo

Maria Grazia Ciani, “il manifesto”, 1 luglio 208

Nonostante la mole, la nuova Iliade di Franco Ferrari (Oscar «Classici», testo greco a fronte) è estremamente maneggevole e soprattutto ha il pregio di cogliere tutti gli aspetti relativi a un capolavoro antico, restituendolo nella sua complessità ma sciogliendo al tempo stesso quei nodi tecnici che tendono a rendere di difficile comprensione i testi classici. L’introduzione è fondata sulla questione dell’oralità e della redazione scritta del poema. Qui Ferrari chiarisce la «scoperta» di Parry e Lord inserendola in un quadro più ampio che si rivela a una lettura molto attenta del poema, a quei particolari considerati come «incidenti» sui quali facilmente il lettore sorvola, e che fanno pensare a una «precoce redazione scritta del poema» (come documento da conservare), tesi sostenuta dai numerosi esempi di riprese omeriche – sia pure elaborate e variate – da parte di autori posteriori a Omero, quali Simonide, Stesicoro, Alceo, Alcmane… Esistevano quindi esemplari scritti anteriori alla cosiddetta redazione pisistratea e il poema – come del resto osservava Wilamowitz – era già «pronto» quando pervenne agli Ateniesi.
Nonostante ciò o forse proprio per questo, il testo dei poemi omerici rimase a lungo «liquido e cangiante nel dettato e nel numero dei versi», e qui il curatore interviene sulla figura degli aedi (quali Femio e Demodoco nell’Odissea) , che rappresentano una sorta di archeologia del canto epico e in un certo senso precedono i rapsodi, che si esibivano per lo più nelle feste recitando pezzi staccati dell’epopea e si davano il cambio, raccogliendo l’uno il testimone dell’altro. Ma l’osservazione più interessante – al di là di altri particolarità su cui sorvolo – è, a mio parere, quella sulla concezione dell’Iliade stessa, poema di guerra, ma fino a un certo punto, in quanto si basa innanzitutto sull’ideologia del dono e dell’onore per poi trasformarsi in una visione allargata della vita e del destino dei singoli, mentre la guerra, pur nella ferocia delle descrizioni, diventa lo sfondo necessario ma non fondamentale del racconto.
In conclusione: un’introduzione originale, concreta, che si sofferma su particolari in genere tralasciati, ignorati, poco analizzati – i quali invece mettono in luce la frastagliata realtà di questi poemi che in genere si leggono e studiano tenendo conto delle parti più poetiche, dimenticando che la filologia, quando è applicata con chiarezza e ariosità, apre scenari inattesi e svela minuti e affascinanti misteri.
Asciutto ed essenziale il commento, variegato in quanto unisce rilievi tecnici e informazioni necessarie senza dilungarsi in interpretazioni fantasiose: modello da imitare specie trattando opere così vaste e complesse. E lo stesso dicasi della «Nota filologica», che ci presenta un tratto della storia della filologia interessante come un romanzo, sfatando una volta di più l’idea che questi argomenti siano la morte della poesia.
Abituale asciuttezza
Infine, la traduzione, cioè l’argomento che più ci interessa e incuriosisce. E incominciamo da quanto lo stesso Franco Ferrari ci dice in poche paginette con l’abituale asciuttezza. La posizione di Ferrari è categorica ma non è facile comprendere la sua esposizione se non si possiede un concetto chiaro e una conoscenza approfondita della metrica in generale e della sua evoluzione, perché è su questa che si basa la scelta del traduttore. Risalendo al blank verse e al gioco di fusione tra la ritmica delle sillabe (italiano e lingue romanze) e quella degli accenti (lingue germaniche), Ferrari opta per lo «statuto sillabico forte della lingua italiana» (senza peraltro attenersi a una polarità secca sillaba/accento, ma a uno spettro allargato di tendenze secondo l’orientamento di Franco Fortini) – il quale fa sì che «una cadenza legata a picchi di intensità si risolva… in un ritmo scandito con enfasi contenuta e discreta, più adatto del martellante esametro barbaro pascoliano a riverberare le inflessioni dell’esametro greco».
Se la comprensione di quanto viene affermato non è facile, veniamo alla traduzione per la quale ho pensato di prendere in considerazione alcuni brani noti del poema omerico.
«Canta, Musa, l’ira…»
Ineludibile l’inizio del primo canto: «Canta, Musa, l’ira di Achille Pelide, / l’ira sciagurata che lutti innumerevoli impose / agli Achei precipitando alla casa dei morti molte / anime forti di eroi e facendo dei loro corpi / la preda di cani, il banchetto di rapaci: si attuava / il piano di Zeus da quando, scontratisi, si separarono / l’Atride capo di genti e Achille divino».
Non credo sia dovuto a suggestione il fatto che – in luogo della resa dell’esametro ad verbum, che suscita la sensazione di un racconto ininterrotto, di una specie di prosa spezzata – qui si avverta un ritmo il quale, facendo leva sulla lingua d’arrivo, «traveste», secondo l’espressione stessa del traduttore, l’esametro greco e lo trasforma in una sequenza scandita, nella quale gli enjambement – invece di scomporre l’ordito – lo rafforzano, sottolineando una sospensione che precipita nel verso seguente, in un alternarsi di pieni e di vuoti, di pause e di riprese che trascinano il lettore concentrando l’attenzione proprio sul «travestimento». Una nuova proposta di traduzione, profondamente studiata e rispettosa del testo greco senza essere né libera né pedissequa, ma originale soprattutto nella resa del «passo epico», grazie appunto all’adozione dello «statuto sillabico».
Citerò un passo del Catalogo delle navi (libro II): «Lo seguivano gli agili Abanti chiomati sulla nuca, / guerrieri avidi di squarciare con le aste protese / di frassino le corazze attorno al petto dei nemici. / Venivano con lui quaranta navi scure».
La ripetizione del ritornello, reso molto felicemente (venivano quaranta o ottanta navi scure) e la versione sincopata della rassegna rendono la misura del terrore – la forza marinara dell’intera Ellade schierata all’orizzonte, archetipo di un’Operazione Overlord ante litteram.
La bellezza di alcuni passi
Sfogliando il poema, anziché leggerlo puntigliosamente da cima a fondo, è più facile cogliere la bellezza di alcuni passi, come questi del libro IX: «Ma anche a voi altri vorrei consigliare di far vela verso casa / Perché ormai non vi accadrà di vedere la fine / Di Ilio scoscesa: stese la sua mano a proteggerla / Zeus tonante, la sua gente ha ripreso fiducia» (vv. 417-420); «Nulla per me vale il soffio della vita: non le ricchezze / Che dicono ospitasse la popolosa città di Ilio / In tempo di pace, prima che arrivassero i figli degli Achei, / né quelle che chiude al suo interno la soglia marmorea / di Febo Apollo l’arciere di Pito rupestre. / Buoi e grasse pecore si possono razziare, bacili / E cavalli dalle fulve criniere si possono acquistare: il soffio / Della vita non si può, per farlo tornare indietro, né rubare / Né comprare una volta che abbia varcato la barriera dei denti» (vv. 401-409).
E alcuni versi tratti dalle scene di morte di Sarpedonte e Patroclo nel libro XVI: «Cadde simile a quercia o a pioppo o a pino / Svettante che calafati tagliano sui monti con scuri / Appena affilate per farne scafo di nave: / così quello giaceva disteso davanti ai cavalli / e al cocchio rantolando e stringendo la polvere insanguinata» (Sarpedonte, vv. 482-486); «Si troncò di netto nelle mani di Patroclo l’asta / Dalla lunga ombra, pesante, poderosa, dalla punta / Di bronzo e gli cadde dalle spalle con la sua cinghia lo scudo / Ben orlato. Gli slegò la corazza Apollo sovrano / Figlio di Zeus. Cecità gli invase la mente, si sfaldarono / I suoi splendidi arti, si fermò sbalordito…» (Patroclo, vv. 801-806);
Dal libro XXIV – da molti ritenuto un’aggiunta postuma – ricorderò almeno due passi significativi di quel risvolto umano della guerra che Ferrari ha sottolineato nell’introduzione: «Achille prende tra le sue braccia il cadavere di Ettore per deporlo sul carro: / Dopo che le serve lavarono e unsero il corpo / E lo avvolsero in un telo pregiato e in una tunica Achille / Lo sollevò di persona e lo depose su un letto e insieme / Con lui i compagni lo issarono sul lucido carro» (vv. 587-590); e la mirabile scena della «contemplazione»: «Allungavano prontamente le mani sui cibi imbanditi, / ma quando ebbero saziato il desiderio di bevanda e di cibo / Priamo Dardanide guardava Achille ammirandone / L’imponenza e la bellezza tanto somigliava agli dei / E Achille guardava Priamo Dardanide ammirandone / La nobile figura e porgendo ascolto alle sue parole» (vv. 627-632).
Considerata l’arte della traduzione nel suo insieme, pur citando solo pochissimi esempi, vorrei dire ancora due parole sull’uso e la resa delle formule fisse e degli epiteti. Regola aurea della tradizione epica è – si dice – il rispetto di tutti quegli elementi «fissi» che costituiscono i punti di appoggio per i cantori itineranti. A tal proposito Ismail Kadaré, rievocando in un suo docu-romanzo la scoperta dell’oralità da parte di Parry-Lord, rammenta che nei Balcani era prassi consueta la conservazione delle leggende per via orale e che esistevano gilde di cantori molto chiuse, che si trasmettevano le loro leggende col divieto assoluto di alterare alcunché, con una fissità dura e ostinata da portare alla follia (Ismail Kadare-Jusuf Vrioni, Le dossier H., Fayard, 1989).
La traduzione di Franco Ferrari rispetta l’antica regola, con qualche leggera variante peraltro giustificata dalla fluidità del poema da lui stesso sottolineata. Quindi Apollo è sempre «arciere» o «signore dell’arco», Ettore «sterminatore», gli Achei «dalle forti gambiere», Zeus «adunatore di nembi», Aiace «baluardo degli Achei», Andromaca e Era «dalle candide braccia» (confesso che la variante «candida di braccia» mi piace meno, e così «bella di guance» e simili). Trovo estremamente efficaci le formule «di morte», nelle loro lievi variazioni, che peraltro rispondono alle variazioni del testo («Lo catturò tenebra odiosa», «Morte lo avvolse», «Livida notte avvolse i suoi occhi», «La notte calò sui suoi occhi» ecc.). Qualche altra soluzione, specie degli epiteti, mi piace meno e eviterò di citarle perché è solo un mio parere, ma non posso fare a meno di confessare che là dove sono rimasta delusa è nella traduzione degli epiteti degli eroi maggiori. Non mi riconosco in un Achille «scattante di piede» o anche semplicemente «scattante», e soprattutto in Ettore «domesticatore di puledri», siano o non siano questi termini quelli più esatti per rendere il greco. Per entrambi gli eroi l’epiteto è importante, li caratterizza in modo assoluto e inoltre l’Ettore domesticatore di puledri chiude il poema – musicalmente parlando – in minore. Certo, anche questo dimostra come sia difficile tradurre l’epiteto che in sé racchiude tutta una storia, a volte ci vorrebbe un verso intero, come ha fatto quello scrittore che , citando l’ultimo verso dell’Iliade, scriveva: «Questi furono gli onori funebri resi a Ettore, a Ettore che quando era vivo, amava domare i cavalli». Bello, certo, ma non è possibile forzare e snaturare in questo modo il severo anche se fluido esametro. D’altronde quello che conta è l’insieme di questa nuova traduzione che appare diversa dalle altre e avvincente per il ritmo trascinante di quello «statuto sillabico forte» che si dimostra una scelta estremamente felice e che rende la lettura sorprendentemente scorrevole e «nuova». Una bellissima Iliade.

Federico Condello, L’«Iliade» plurilingue di Franco Ferrari
Classici ritradotti. Negli Oscar una nuova, personalissima versione, con denso commento

«Non si è autori che a partire dalla seconda opera», diceva il Lejeune del Patto autobiografico. Aurea regola, dalla quale viene una formula tra le più fortunate del nostro marketing librario: «dallo stesso autore di…». Segue, naturalmente, menzione di uno o più bestseller anteriori. Ma cosa accadrebbe se volessimo applicare la regola, e la pubblicità che ne deriva, all’autore primo e principe, cioè a Omero? Il gioco funzionerebbe ancora? O invece Omero fa eccezione, ed è nato autore fin dalla sua prima opera, che è per noi la prima di tutte le opere a venire? L’«Oscar» omerico che si discute in queste pagine (Iliade, a cura di Franco Ferrari, pp. 1232) esibisce placidamente questa réclame: «di Omero negli Oscar: Iliade, Odissea». E però bisogna ammettere che la dicitura suona piuttosto spiazzante, se applicata al cieco di Chio, al poeta dei poeti. «Iliade, Odissea»: che altro mai dovrebbe esserci? «Di Omero»: siamo sicuri? E «di Omero» in che senso? Omero è forse un autore come un altro?
Eppure, a suo modo, la regola di Lejeune funziona anche per l’autore dell’Iliade e dell’Odissea. «Omero» – il suo nome, il suo mito – è decisamente posteriore ai poemi che del suo nome e del suo mito si alimentarono: appropriarsi di quei poemi, e diffonderli sotto la paternità di un proto-poeta leggendario, fu una geniale operazione di marketing letterario avvenuta nel corso del VI sec. a.C. Gli aedi che la promossero, oltre a tutelare se stessi dietro un comodo anonimato, diedero impulso a una dilagante attività pubblicitaria in virtù della quale «tutta la poesia epica, intorno al 500 a.C., è poesia di Omero» (Wilamowitz): tutta l’epica perduta che noi oggi leggiamo a brandelli. Finché essa circolò sotto il nome di Omero, fu salvaguardata. Poi si perse. Così, se dapprima «Omero» trasse lustro dall’Iliade, di lì a breve l’Iliade trasse lustro da «Omero»; e con essa l’Odissea, poema programmaticamente epigonale con cui inizia davvero «la letteratura», diceva Vincenzo Di Benedetto; e con l’Iliade e l’Odissea ogni altro epos di età arcaica a vocazione panellenica: tutti poemi provenienti a qualche titolo da Omero, cioè «dallo stesso autore di…».
E oggi? Oggi Omero è più che mai «Omero», perché la sua canonizzazione moderna – un fenomeno tutto sommato recente, di pretta età romantica – ne fa un autore più che mai anonimo, più che mai collettivo. Diciamoci la verità: situare Omero nel tempo e nello spazio non solo non ci interessa, ma ripugnerebbe al nostro gusto, e ci parrebbe lesa maestà. Semmai, ci interessa sapere chi lo traduce per noi.
In effetti, fra le infinite patenti di classicità che vanno riconosciute a Omero, una si deve sottolineare, perché la si nota di rado: Omero è l’unico «autore» classico di cui importa sapere chi sia il suo traduttore. Nessuno se lo chiede, fuori dagli specialisti, per Senofonte o Cicerone, per Seneca o Plutarco, e nemmeno per Platone o Aristotele. Omero è diverso. «Voglio rileggere Omero», oppure «mia figlia deve leggere Omero, che traduzione mi consigli?»: ecco una domanda che i classicisti si sentono porre da amici e conoscenti con la stessa frequenza con cui i medici si sentono interpellare su questo o quell’acciacco. E improvvisamente i classicisti si scoprono utili: anche se quasi mai riescono a dare una risposta secca.
D’ora in poi, per l’Iliade, la risposta risulterà forse più facile. Sì, perché a Ferrari riesce qualcosa che ai traduttori omerici riesce di rado: emanciparsi, nella misura in cui è possibile e legittimo, dal canone traduttivo anteriore. Ora, si sa che l’Omero novecentesco è indiscutibilmente quello di Rosa Calzecchi Onesti: la portentosa traduttrice forgiò nel 1950 l’italo-omerico contemporaneo; liberarsi del suo modello si è rivelato per lo più un’impresa impossibile, anche quando la si è lucidamente perseguita. Fra le rare eccezioni, il coraggioso Omero in prosa di Maria Grazia Ciani; e l’ispida, laboriosa, genialmente cervellotica Odissea del citato Di Benedetto.
Ferrari, con questa sua Iliade, si colloca da par suo fra le eccezioni. La sua Iliade viene dopo l’Odissea da lui tradotta quasi vent’anni fa; e viene dopo tanti altri classici – lirici, tragici, prosatori – volgarizzati per le maggiori case editrici italiane: se a Ferrari applicassimo la formula «dallo stesso traduttore di…», l’elenco sarebbe lunghissimo. Con l’Iliade, però, egli compie un’operazione speciale, costata anni e anni di lavoro: il traduttore cerca un ritmo e un tono che siano solo suoi; e solo sue sono tante singole soluzioni che innovano, oltre al ron-ron formulare, tutto il campionario lessicale del poema. Ne esce una stupenda Iliade plurilingue: accanto al registro aulico, c’è il colloquiale; accanto alla vaghezza lirica, c’è il vocabolario tecnico; accanto all’epiteto stereotipato – atto d’ossequio dell’aedo alla sua tradizione, che impone al traduttore un analogo tradizionalismo – c’è l’imprevisto guizzo della nominazione inedita, esatta, illuminante.
Un’Iliade nuova è una novità davvero. Le novità sono qui figlie di dottrina, non solo di felicità espressiva: quasi ogni scelta è una meditata presa di posizione esegetica. E infatti l’introduzione, la nota filologica, il densissimo commento sono fra i migliori contributi omerici recenti. La profondità si abbina a una chiarezza superba, di cui pochi sarebbero stati capaci.
«Voglio rileggere l’Iliade…». Bene: questa traduzione si può caldeggiare con ottimi motivi.

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Mettiti nudo davanti a Omero: solo così puoi capire gli eroi greci

Andrea Marcolongo, “La Stampa TuttoLibri”, 9 giugno 2018

Mi sono immerso nell’Iliade e nell’Odissea come nelle acque impetuose di una cascata. Ho respirato per mesi al ritmo dei versi omerici, nelle mie orecchie ne risuonava la musica, battaglie e navi in procinto di levare le ancore affollavano i miei sogni». È con una prosa che sembra poesia che inizia il racconto dell’Estate con Omero di Sylvain Tesson. Da sempre lo scrittore parigino non riesce a scrivere se prima non ha vissuto: abbandonate le foreste siberiane che l’hanno reso celebre, per questo libro Tesson si è segregato un mese nelle Cicladi abitando in una piccionaia sferzata dal vento sull’isola di Tinos. Accanto Iliade e Odissea, con l’intento di «abbattere la distanza tra la carne del lettore e l’astrazione del testo».
Ho studiato a lungo la letteratura e la lingua greca, ne ho scritto anche dei libri -da Virgilio a Marcel Conche, da Racine a Shelley e Nietzsche, non sono stata certo la prima né sarò l’ultima. Tuttavia, mai avevo visto un uomo nudo come Tesson di fronte a Omero: nel suo spogliarsi completamente da ogni sovrastruttura, pregiudizio, polvere accademica o dibattito, Tesson risulta eroico, dunque umano, nel suo libro tanto quanto Achille, Ettore, Ulisse e gli altri eroi di cui scrive. Non ha alcuna paura «dell’Himalaya di glosse» che da millenni sembrano assediare l’antico fino a farlo sembrare un prodotto di nicchia (oggi stranamente molto trendy, ma funzionale solo a fare italici processi al liceo classico). Lo scrittore è, semplicemente, un essere umano che osa mandare al diavolo (espressioni gustose non mancano, a partire da «sciocchezze, Dei dell’Olimpo!») i canti delle Sirene 2.0 che predicano scienza, progresso e perfezione, convinto che i poemi omerici siano immarcescibili perché l’uomo è sempre lo stesso: «ugualmente miserabile o grandioso, mediocre o sublime, sia che indossi l’elmo sulla piana di Troia o che aspetti il bus sul marciapiede di una città del Ventunesimo secolo».
Nella sua Estate con Omero, Tesson non si fa mancare nulla, a partire dal chiedersi chi fosse in realtà Omero. E non può fare a meno di notare come risulti perfettamente consona alla nostra epoca di rivendicazione dell’ego e di scrittori di storie su Instagram la tentazione di accanirsi per scoprire chi sia stato l’ideatore del più grande bestseller della storia (dopo la Bibbia). Le risposte alla secolare «questione omerica» sono sempre le stesse: sorride divertito, Tesson, e con l’Iliade tra le mani se ne disinteressa subito. E ancora di più ride di chi si è ostinato a ricostruire la geografia di Omero, atemporale perché topos per definizione. È davvero necessario, come è accaduto di recente, avventurarsi con un’imbarcazione costruita come quelle di epoca greca utilizzando solo le tecniche di navigazione antiche per bearsi dell’universo geo-poetico del viaggio di Ulisse? Il Vangelo ha raggiunto gli inuit come i Palestinesi, commenta, e non servono le coordinate GPS della foresta di Shakespeare per affezionarsi a Puck.
La luce, quella sì che è necessaria. «Iliade e Odissea sfavillano di fotoni», scrive Tesson, proprio come Jacqueline de Romilly sosteneva che la bellezza della lingua greca si celi nella luminosità del paesaggio. I Greci hanno sempre venerato la luce e la sciagura più funesta era diventare un’ombra, nebbia che cala sulla gloria e soprattutto l’oblio da se stessi. Il tradimento della propria misura. In quel soffio della vita compreso tra nascita e morte, l’eroismo più grande era dato dal fare qualcosa che lasciasse il segno, soprattutto dentro di sé. Anche Hanna Arendt scrisse di questa concezione tutta greca in cui il futuro non importava -«ma se un eroe greco giungesse sul proprio carro in una delle nostre città, oggi verrebbe immediatamente arrestato», commenta ironico Tesson.
No, non insegna nulla Un’estate con Omero – e per fortuna, visto che in Italia ogni testo che parli di classico viene accusato di non essere un manuale che ci rende tutti grecisti ad honorem e non come letteratura che stimola la curiosità per la vita, la prima dote dell’eroe. Ci libera, invece, nella convinzione che non servano chissà quali studi specialistici per «lustrarci lo spirito» con la melodia di questi antichi canti. E aggiunge, Tesson, un consiglio dadaista: rimandiamo i piatti da lavare, spegniamo il cellulare e apriamo Iliade e Odissea sotto l’ombrellone, in un’estate con i Greci come è stata la sua, per lasciare entrare in noi versi immortali, scintillanti come una calanca, capaci di svelarci l’enigma del domani e di chi ancora non siamo diventati.

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La letteratura latina secondo Des Esseintes

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Gli scrittori latini nel giudizio di Des Esseintes, protagonista del romanzo di J. K. Huysmans À rebours [Controcorrente], pubblicato nel 1884.

Parte delle scansie che rivestivano le pareti dello studio blu e arancio, erano riservate a quella letteratura latina che i cervelli mortificati dalle Sorbone, pappagallescamente designano sotto il nome generico: «la decadenza».
Ché il latino, come lo si scrisse nel secolo che i professori si ostinano tuttora a chiamare il secolo d’oro, non lo attirava granché. Quella lingua ristretta, dai giri di frasi contati, pressoché invariabili; irrigidita nella sua sintassi, senza colore né sfumature; quella lingua lisa in ogni costura, accuratamente potata delle espressioni meno corrette ma a volte quanto mai efficaci delle età precedenti; poteva a rigore enunciare le pompose banalità, i vaghi luoghi comuni che rimasticavano retori e poeti; ma emanava un tale disinteresse, un tale tedio che per trovare un’altra lingua altrettanto mortificata di proposito, altrettanto solennemente grigia e massacrante, il filologo doveva scendere sino allo stile francese del secolo di Luigi XIV.
Fra tutti, l’ineffabile Virgilio, colui che i prefetti di camerata chiamano il cigno di Mantova – evidentemente perché non è nato in tale città – gli appariva non solo uno dei più esosi pedanti, ma anche uno dei più sinistri rompiscatole che l’antichità abbia mai prodotto. I suoi pastori, usciti pur mo’ dal bagno ed azzimati di tutto punto, che si scaricano a vicenda sul capo filastrocche di versi sentenziosi e gelati; il suo Orfeo ch’egli paragona a un usignolo in lagrime; il suo Aristeo che piagnucola per delle api; il suo Enea, questo personaggio indeciso e ondeggiante che si muove come un’ombra cinese, con mosse di marionetta, dietro il trasparente malfermo e male oliato del poema, lo mettevano fuori dei gangheri.
E ancora, egli sarebbe passato sopra alle noiose scemenze che quei burattini si scambiano a vuoto; avrebbe chiuso un occhio sugli impudenti plagi di cui fan le spese Omero, Teocrito, Ennio, Lucrezio; sul furto bell’e buono, di cui ci informa Macrobio, costituito dal secondo libro dell’Eneide, copiato si può dire parola per parola da un poema di Pisandro; su tutta insomma la indicibile vuotaggine di quel centone di canti; ma ciò cui non poteva passar sopra era la fattura di quegli esametri che rendon suono di latta, di fiasca di latta vuota; che alternano le lunghe e le brevi di parole pesate a chilo secondo l’immutabile schema d’una prosodia arida e pedante; l’ordito di quei versi rasposi e burbanzosi, nella loro tenuta ufficiale, nella loro bassa soggezione alla grammatica; di quei versi meccanicamente spezzati da un’impassibile cesura, turati in coda sempre allo stesso modo dall’inciampare d’un dattilo in uno spondeo.
Tolta in prestito alla perfezionata officina di Catullo, quella invariabile metrica, senza fantasia, senza discrezione, impinzata di parole inutili, di zeppe, di appigli sempre eguali e previsti; quella miseria dell’epiteto omerico che torna ogni momento e non dice nulla, non evoca nulla; tutto quell’indigente vocabolario sordo e piatto, lo mettevano alla tortura.
Ma se la sua ammirazione per Virgilio era delle meno calorose e dei più modesti e sordi il fascino che esercitavano su lui le evidenti cacate di Ovidio, una sconfinata avversione provava per le grazie elefantesche di Orazio, per il balbettìo di questo insopportabile centochili che fa lo smorfioso con lazzi di vecchio saltimbanco infarinato.
Nella prosa la verbosità, le ridondanti metafore, le gratuite disgressioni del Cece, non lo allettavano di più. La jattanza delle sue apostrofi, l’alluvione di luoghi comuni patriottici, l’enfasi delle sue concioni, la greve compattezza del suo stile carnoso, ben nutrito ma degenerato in grasso, privo d’osso e di midolla; le intollerabili scorie degli avverbi sesquipedali coi quali apre le frasi, l’inalterabile schema su cui son calcati i suoi adiposi periodi, mal cuciti insieme dal filo delle congiunzioni; infine il tedioso vezzo della tautologia, lo seducevano mediocremente. Né molto di più di Cicerone lo entusiasmava Cesare, famoso pel suo laconismo; perché l’eccesso contrario diventava in questo aridità da caporalmaggiore, secchezza da appunto, stitichezza incredibile e sconveniente.
Tirate le somme, non trovava di che pascersi né in questi né in quegli altri scrittori che pure fan la delizia dei falsi letterati: Sallustio, ancorché meno sbiadito degli altri; Tito Livio, patetico e pomposo; Seneca, turgido e scialbo; Svetonio, linfatico ed embrionale; Tacito, il più nerboruto tuttavia nella sua voluta concisione, il più aspro, il più muscoloso di tutti costoro.
In poesia, lo lasciavano freddo Giovenale, nonostante qualche verso ben battuto; quanto Persio, nonostante le sue oscure allusioni. Trascurando Tibullo e Properzio, Quintiliano e i due Plinio, Stazio, Marziale di Bilbili, lo stesso Terenzio e Plauto (di Plauto gli sarebbe piaciuto il gergo pieno di neologismi, di parole composte, di diminutivi; ma lo torturava la sua comicità plebea, il suo sale grosso di cucina); Des Esseintes cominciava ad interessarsi con Lucano. Con Lucano il latino si liberava delle sue pastoie, diventava meno mortificato, più espressivo. Quell’armatura cesellata, quei versi smaltati, ingioiellati se lo cattivavano; ma la preoccupazione esclusiva della forma, quelle sonorità verbali, quegli squilli di metallo non riuscivano a celargli del tutto il vuoto del pensiero, le ampollosità che seminano di tumori la superficie della Farsalia.
L’autore che amava davvero, che gli faceva bandire per sempre dalle sue letture le roboanti tirate di Lucano, era Petronio.
Eccolo finalmente un acuto osservatore, un fine analista, un pittore meraviglioso. Tranquillamente, senza partito preso, senza animosità di sorta, Petronio descriveva la vita d’ogni giorno a Roma, fermava nei vivaci corti capitoli del Satyricon i costumi del tempo.
Annotando via via i fatti, consegnandoli in una forma definitiva, egli faceva passare sotto gli occhi del lettore la minuta vita del popolo con le sue peripezie, le sue bestialità, le sue foie.
Qui è l’ispettore alle locande che viene a chiedere il nome dei viaggiatori ultimi arrivati. Là, lupanari dove i clienti girano intorno a donne nude che si esibiscono in piedi tra cartelli; mentre per gli usci mal chiusi delle stanze si intravedono coppie sollazzarsi. Là ancora, in ville d’un lusso sfacciato, d’una ricchezza e d’un fasto pazzeschi, o in miserabili taverne che si susseguono coi vivai di piattole dei loro giacigli a cinghia disfatti, s’agita la società del suo tempo. Osceni marioli, quali Ascilto ed Eumolpo, in busca d’una buona bazza; vecchi sporcaccioni dalla veste rimboccata, le guance intonacate di cerussa e rossetto; gitoni sedicenni, paffuti e riccioluti; donne in preda ad attacchi isterici; genitori a caccia di eredità nell’atto di offrire figli e figlie alle voglie dei testatori; tutti passano schizzati nelle pagine, si vedono discorrere per le vie, palpeggiarsi nei bagni, caricarsi di botte come in una pantomima.
E tutto questo, raccontato in uno stile d’un colorato preciso, d’un brio indiavolato; in una lingua che attinge a tutti i dialetti, toglie in prestito modi di dire a tutti gli idiomi portati a spasso per Roma; in una sintassi che non conosce barriere, sciolta dalle pastoie del cosidetto secolo d’oro, e che fa parlare a ciascuno il suo idioma: ai rozzi liberti, il latino plebeo, il gergo della strada; agli stranieri il loro dialetto barbarico, imbastardito d’africano, di sirio e di greco; ai pedanti imbecilli, come l’Agamennone del libro, un retoricume di parole posticce. Tutti questi personaggi sono schizzati d’un solo tratto di penna, mentre, abbruttiti intorno ad una tavola, scambiano sceme frasi da ubbriachi, spacciano massime barboge, insulsi proverbi, il grugno volto verso Trimalcione che si stuzzica i denti, offre orinali ai convitati, li intrattiene sullo stato del suo ventre e dei suoi intestini, li invita a mettersi a lor agio.
Questo romanzo verista, questa fetta di vita romana tagliata nel vivo, che non si preoccupa, checché si dica, né di riformare né di satireggiare i costumi; che fa a meno d’una conclusione e d’una morale; questa storia senza intreccio, dove non succede nulla, che mette in scena le avventure della selvaggina di Sodoma; che analizza con imperturbabile acutezza gioie e dolori di codesti amori e di codeste coppie; che, senza che l’autore faccia mai capolino, senza che si lasci andare a un solo commento, senza che approvi o maledica gli atti o i pensieri dei suoi personaggi, dipinge in una lingua da orafo i vizi d’una civiltà decrepita, d’un impero che si va sfasciando – conquideva Des Esseintes, il quale nella raffinatezza dello stile, nell’acutezza dell’osservazione, nel fermo piglio con cui la narrazione veniva condotta, intravvedeva singolari parentele, curiose analogie con i pochi romanzi del tempo suo che non gli dispiacevano.
Inutile aggiungere ch’egli rimpiangeva amaramente l’irrimediabile perdita delle altre due opere di Petronio, menzionate da Planciade Fulgenzio; l’Eustion e l’Albutia; ma di quella perdita consolava il letterato il bibliofilo che era in lui, e che del Satyricon poteva religiosamente maneggiare la splendida edizione di sua proprietà: l’in-ottavo, recante il millesimo 1585 e il nome di J. Dousa, stampatore a Leyda.
A partire da Petronio, s’entrava nel secondo secolo dell’era cristiana.
La collezione saltava Frontone, il declamatore dal vocabolario antiquato, malamente rabberciato e rinverniciato; scavalcava le Notti attiche di Aulo Gellio, discepolo di Frontone e amico suo: mente sagace e indagatrice, ma, come scrittore, impegolato in una melma attaccaticcia; e sostava davanti ad Apuleio, presentato nell’edizione principe, in-folio, stampata a Roma nel 1469.
Questo africano gli richiamava in volto il sorriso.
Nelle sue Metamorfosi il latino raggiungeva la pienezza: travolgeva seco limi, acque diverse, affluite da tutte le provincie; e tutte si mescevano, si confondevano in una tinta bizzarra, esotica, quasi nuova. Vezzi, particolari nuovi della società latina trovavano la loro piena espressione in neologismi scaturiti, in quell’angolo d’Africa romano, dalle necessità della conversazione.
Inoltre lo divertiva quella sua esuberanza d’uomo evidentemente pingue, quella sua esuberanza meridionale. Apuleio gli appariva così come un gaio e salace mattacchione vicino agli apologisti cristiani che fiorivano nello stesso suo secolo: il soporifero Minucio Felice, un falso classico che spaccia nel suo Octavius le emulsioni, inspessite ancora, di Cicerone; nonché lo stesso Tertulliano, che probabilmente Des Esseintes conservava più per l’edizione aldina che per l’opera in sé.
Sebbene fosse ferrato in teologia, le dispute dei montanisti contro la Chiesa cattolica, le polemiche sulla gnosi, lo lasciavano freddo; dimodoché, sebbene di Tertulliano lo interessasse lo stile – uno stile conciso, pieno di anfibologie, che si regge sui participi, scoppietta di antitesi, gremito di giochi di parole e di frizzi, screziato di vocaboli pescati nel giure e nella lingua dei Padri della Chiesa – non apriva quasi più l’Apologetico né il Trattato sulla Pazienza; tutt’al più scorreva qualche pagina di quel De cultu feminarum dove l’autore scongiura le donne di non pararsi di gioielli e di stoffe preziose ed interdice loro l’uso dei cosmetici perché s’arrogano di emendare la natura e di abbellirla.
Queste idee, diametralmente opposte alle sue, lo facevano sorridere. Aggiungi che la parte sostenuta da Tertulliano come vescovo di Cartagine, gli pareva dar materia a divertenti riflessioni. Più dell’opera, era l’uomo che lo attirava.
Sebbene infatti vivesse in tempi procellosi, agitati da paurosi torbidi, sotto Caracalla, sotto Macrino, sotto lo stupefacente Pontefice di Emesa, Elagabal, egli preparava imperterrito i suoi sermoni, gli scritti di dogmatica, le difese, le omelie, intanto che l’impero romano vacillava dalle fondamenta, mentre le follie dell’Asia, le sozzure del paganesimo scorrevano come fiume in piena. Raccomandava con la maggiore serietà l’astinenza carnale, la frugalità nel cibo, la modestia nel vestire, mentre, incedendo su polvere d’argento e sabbia d’oro, cinto di tiara il capo, i paludamenti tempestati di gemme, Elagabal accudiva nel cerchio dei suoi eunuchi a lavori donneschi; si faceva chiamare Imperatrice e mutava ogni notte di Imperatore, eleggendoselo di preferenza tra i barbitonsori, i rovinasalse ed i cocchieri di circo.
Questo contrasto estasiava Des Esseintes. Aggiungi che il latino, giunto con Petronio all’apice della perfezione, cominciava a corrompersi; la letteratura cristiana, imponendosi, introduceva con le nuove idee nuove parole, costrutti inusitati, verbi sconosciuti, aggettivi di senso lambiccato, vocaboli astratti: rari sin allora nella lingua romana, e che Tertulliano era stato il primo ad adottare.
Senonché questo processo di deliquescenza, proseguito dopo la morte di Tertulliano dal suo discepolo San Cipriano, da Arnobio, dal pesante e goffo Lattanzio, era senza attrattiva. Era un infrollirsi lento e parziale con sgraziati ritorni all’enfasi ciceroniana; cui mancava ancor quel particolare sentore che nel IV secolo e soprattutto nei secoli che gli seguiranno il cristianesimo comunicherà alla lingua pagana, ormai corrotta come selvaggina; e che si sbriciolerà via via che s’andrà sgretolando la civiltà del vecchio mondo, via via che crolleranno sotto l’urto dei Barbari gli Imperi putrefatti dalla sanie dei secoli.
Un solo poeta cristiano, Commodiano di Gaza, rappresentava nella biblioteca l’arte del terzo secolo. Il suo Carmen apologeticum, scritto nel 259, è una raccolta di precetti, torti in acrostico, composto in esametri popolareschi messi insieme senza badare alla quantità e lo hiatus ed accompagnati sovente di rime; di quelle rime di cui il latino chiesastico darà in seguito numerosi esempi.
Quei versi stentati, cupi, che san di selvatico, pieni di termini della parlata, di vocaboli distratti dal loro primiero significato, lo attiravano, lo interessavano anche più dello stile mézzo e già frollo degli storici Ammiano Marcellino e Aurelio Vittore, dell’epistolografo Simmaco e del compilatore e grammatico Macrobio; sinanco li preferiva agli autentici versi scanditi, alla lingua screziata e superba che parlarono Claudiano, Rutilio e Ausonio.
Eran questi allora i maestri, i cui gridi riempivano l’Impero agonizzante: il cristiano Ausonio, col suo Centone Nuziale e coll’esuberante e fastoso poema La Mosella; Rutilio, coi suoi inni alla gloria di Roma, gli anatemi contro monaci e giudei, col suo viaggio dall’Italia alla Gallia in cui riesce a rendere mirabilmente certe sensazioni ottiche: l’incertezza dei paesaggi riflessi nell’acqua, le morgane che crea il vapor acqueo, lo staccarsi dai monti e l’involarsi del nebbione che li avviluppava; Claudiano, una specie di reincarnazione di Lucano, che domina tutto il quarto secolo col clangore guerriero dei suoi versi; il fabbro d’un esametro smagliante e sonoro che tra un grande sprizzar di faville foggia d’un colpo di martello l’epiteto, animando l’opera d’un afflato possente, attingendo una specie di grandezza.
Nell’Impero d’Occidente, che sempre più si va sfasciando, nel cruento pantano dei massacri che si susseguono incessanti intorno a lui, nella perenne minaccia dei Barbari che si pigiano ormai in folla alle porte dell’Impero e ne fan scricchiolare i cardini, Claudiano resuscita l’antichità, canta il ratto di Proserpina, sfida il tempo con lo smagliare dei suoi colori, passa con tutti i suoi fuochi accesi nel buio che inghiotte il mondo.
Torna con lui il paganesimo a suonare la sua ultima fanfara; alza in lui il suo ultimo grande poeta al disopra del Cristianesimo, che sommergerà d’ora in poi completamente la lingua e che, per sempre ormai, resterà unico maestro d’arte: con Paolino, allievo d’Ausonio; col prete spagnolo Juvenco che parafrasa in versi l’Evangelo; con Vittorino, l’autore dei Maccabei; Sanctus Burdigalensis che in un’ecloga, imitata da Virgilio, fa lamentare ai pastori Egone e Bucolo le malattie dei loro greggi; con tutta la serie dei Santi: Ilario di Poitiers, il difensore della fede di Nicea, l’Atanasio dell’Occidente come vien chiamato; Ambrogio, autore d’indigeste omelie, tedioso Cicerone cristiano; Damaso, il fabbricante di epigrammi lapidari; Gerolamo, il traduttore della Vulgata ed il suo avversario Vigilanzio di Comminges, che se la prende col culto dei santi, l’abuso dei miracoli, i digiuni; e che già predica, con argomenti che i secoli riprenderanno da lui, contro i voti monastici ed il celibato dei preti.
Infine, nel quinto secolo, Agostino, vescovo di Ippona.
Questo, Des Esseintes non lo conosceva che troppo: non era lo scrittore più apprezzato della Chiesa, il fondatore dell’ortodossia cristiana, colui che i cattolici tengono in conto di oracolo, di maestro dei maestri?
Sicché non lo apriva più, sebbene nelle Confessioni avesse cantato il fastidio del mondo e sebbene nella Città di Dio la sua gemebonda devozione avesse cercato d’alleviare con la cullante prospettiva di destini migliori la paurosa angoscia del tempo. Bazzicava ancora la teologia, che già Des Esseintes era ristucco delle sue prediche e geremiadi, delle sue teorie sulla predestinazione e sulla grazia, delle sue polemiche contro gli Scismi.
Preferiva sfogliare la Psychomachia di Prudenzio, l’inventore del poema allegorico che doveva poi imperversare nel Medio Evo; e l’opera di Sidonio Apollinare, l’autore di quelle lettere che lo attiravano, lardellate com’erano di arguzie, di frecciate, d’arcaismi, di indovinelli. Con diletto si rileggeva i panegirici dove questo vescovo per dar forza ai suoi vanitosi encomi, invoca le deità pagane; e, nonostante tutto, sentiva un debole per le affettazioni ed i sottintesi di quelle poesie, opera d’un ingegnoso operaio che ha cura della sua macchina, ne olia gli ingranaggi, ne inventa all’occorrenza di complicati e di inutili.
Dopo Sidonio, bazzicava ancora il panegirista Merobaude; Sedulio, autore di poemi rimati e d’inni abbecedari, di cui la Chiesa s’appropriò certe parti per i bisogni dei suoi offizi; Mario Vittore il cui tenebroso trattato sulla Pravità dei costumi s’illumina qua e là di slucciolii fosforescenti; Paolino di Pella, il poeta dell’infreddolito Eucharisticon; Orienzio, vescovo di Auch, che nei distici dei suoi Monitori scoppia in invettive contro la dissolutezza delle donne che col loro viso, afferma, mandano i popoli alla perdizione.
L’interesse che Des Esseintes portava alla lingua latina, non s’affievoliva neanche ora che, completamente putrefatta, essa penzolava, perdendo membro a membro, colando marcia; neanche ora che da tanta corruzione restavano illese poche parti che gli scrittori cristiani staccavan via per marinarle nella salamoja della loro nuova lingua.
La seconda metà del quinto secolo era venuta; l’epoca spaventosa in cui la terra sembrò vacillare sulle sue fondamenta. I Barbari saccheggiavano la Gallia; Roma paralizzata, messa a ferro e fuoco dai Visigoti, avvertiva il gelo della fine; vedeva le sue più lontane provincie, l’Oriente e l’Occidente, dibattersi nel sangue, ogni giorno più esaurirsi.
In mezzo allo sfacelo generale, mentre uno dopo l’altro i Cesari cadevano assassinati, fra gli urli che s’alzavano dalle carneficine di cui l’Europa da un capo all’altro s’insanguinava, più forte d’ogni voce, dominando ogni clamore, un urrà raccapricciante echeggiò. Sulla riva del Danubio, migliaia d’uomini, piantati su piccoli cavalli, avviluppati in casacche fatte di pelli di topo, dei Tartari orrendi, con enormi teste, nasi schiacciati, menti scavati da sfregi e cicatrici, glabre facce di itterici, si precipitano ventre a terra, circondano d’un turbine le terre dei Bassi Imperi.
Tutto sparì nella polvere che il loro galoppo sollevava, nel fumo degli incendi. La notte si fece; ed i popoli interroriti tremarono udendo passare col rombo d’un tuono il ciclone devastatore. L’orda degli Unni spianò l’Europa, irruppe nella Gallia, dove nelle piane di Châlons Ezio la macellò in una memorabile carica. La pianura, imbevuta di sangue, schiumò come un mare di porpora. Duecentomila cadaveri, sbarrando la strada, infransero l’impeto di quella valanga, che, deviata, precipitò con schianti di folgore sull’Italia, dove le città messe a sacco arsero come mucchi di fieno.
All’urto, l’Impero d’Occidente crollò; la vita di moribondo che trascinava nell’imbecillità e nel lordume si spense. La fine del mondo pareva del resto vicina: le città risparmiate da Attila, le decimava la fame e la peste. Il latino sembrò restar schiacciato pur lui sotto le macerie del mondo.

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La guerra innovatrice di Odisseo e Diomede

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La cultura classica vedeva nell’attività bellica un fenomeno dinamico dai due volti: l’eroismo e la razionalità

Giovanni Brizzi, “Corriere della Sera – La Lettura”,  11 febbraio 2018

A cinquant’anni esatti dalla prima edizione (e a ben 54 dal convegno in Sorbona che ne aveva anticipato i temi…) esce in italiano la raccolta di saggi a cura di Jean-Pierre Vernant La guerra nella Grecia antica (Raffaello Cortina). Riparazione dovuta, se pur tardiva, verso un curatore e una raccolta che hanno coperto ogni fase cronologica (micenea ed omerica, arcaica, classica, ellenistica) e ogni aspetto (mitologia e politica, società, tecnica, diritto) del campo d’indagine prescelto; e che ne hanno affidato la trattazione ad alcuni tra i migliori studiosi, non solo francesi, di quell’epoca.
Tutto invecchia; ma gran parte dell’opera possiede ancora una straordinaria forza di pensiero, come sottolinea nella sua mirabile introduzione Umberto Curi, che arriva infine a rimpiangere funzioni e sostanziale innocenza della guerra antica. Già, perché Vernant — giovane e brillantissimo agrégé del 1937 divenuto poi il leggendario «colonel Berthier» a capo delle Ffi (Forze francesi dell’interno), la resistenza interna ai nazisti nel Sud Ovest della Francia, lo studioso sollecitato da Georges Dumézil a entrare nell’École pratique des hautes études e qui salito alla testa di una sezione dedicata alle scienze religiose, il leader carismatico di una «scuola» che annoverava figure come Marcel Detienne e Pierre Vidal- Naquet — era altresì l’«eretico» irriducibile a ogni schema, il marxista capace, prima ancora di uscire dal Partito comunista francese, di criticare un’ideologia per lui «senza più alcuna relazione con l’economia e la politica odierne» e di liberarsi di qualunque assunto preconcetto, a cominciare da quel pacifismo di maniera che, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, tanto aveva nuociuto alla corretta interpretazione della storia.
Della storia antica, in particolare: «La guerra era al centro della cultura classica… Nei mondi greco e romano — ha scritto lo storico Harry Sidebottom — quasi ogni cosa si possa leggere, ascoltare o guardare potrebbe evocare la guerra». E Vernant lo sapeva. « Pólemos è padre e re di tutte le cose», disse Eraclito; e il nostro autore ritiene che in Grecia sia la guerra la matrice di ogni mutamento; sicché, con siffatte premesse, «rovescia di fatto le modalità con le quali… è concepito il rapporto guerra-pace. È il primo termine del binomio, e non il secondo, a introdurci alla comprensione delle forme di organizzazione e funzionamento delle società antiche», osserva Curi.
La storia militare diviene così, per lui, ciò che dovrebbe essere sempre: un’insostituibile chiave di lettura. Governato da questa concezione, il volume offre una ricca serie di spunti, vitali ancor oggi, dei quali chi scrive è debitore di persona. Due temi, fra tanti.
Aprendo il fondamentale lavoro di quattro anni prima (La fonction guerrière dans la Grèce ancienne) che prelude al volume collettivo di cui stiamo parlando, Vernant non si limita a sottolineare come la forza della falange oplitica risieda nella coesione dei ranghi serrati; ricorda che «la città rimodella i valori antichi. Ciò che conta nella guerra è la padronanza di sé, il senso dell’azione collettiva». Tra l’eroismo individuale di Aristodemo, che a Platea contro i Persiani si slancia «come un forsennato fuori dallo schieramento», e il valore cosciente di Posidonio, il quale rimane al suo posto in nome dell’eutaxía, della disciplina che fa degli opliti un mondo di uguali, gli Spartani scelgono senza esitare il secondo. Checché si voglia pensare del formalismo oplitico e del reale funzionamento della falange sul campo, l’idea di base è comunque feconda.
Recensendo mesi fa proprio su queste pagine il bel volume di Paola Angeli Bernardini Il soldato e l’atleta (il Mulino, 2016), mi sono chiesto per esempio se la fortuna degli agoni sportivi, che comincia a imporsi appieno nel momento in cui la guerra piega verso l’oplitismo, non sia una forma surrogata, da collegarsi alla svolta, sociale più ancora che tattica, e all’istituzione della pólis; e se non sia per questo che il mondo greco finisce coll’ignorare nello sport ogni «gioco» di squadra, riservandone la pratica alla guerra e riconoscendo al gesto del singolo la gloria, certo prestigiosa in tutta l’Ellade, dei trionfi panellenici, ma limitandola di norma a quei Giochi che, durante il loro svolgersi, sospendono ogni conflitto.
Ricorda infine Vian, nel ricchissimo saggio su La funzione guerriera nella mitologia greca incluso in questo volume, come Esiodo (Le opere e i giorni, 143-173) distingua due stirpi di combattenti — la Stirpe del Bronzo, cui «le gesta di Ares stavano a cuore, piene di pianto, e le opere della tracotanza»; e i «più giusti e migliori» — e due concezioni diverse della guerra, che si richiamano all’opposizione tra Ares e Atena. Atena, già Vian lo ricorda, prevale in Omero su Ares di cui pure ha amato uno dei discepoli: quel Tideo al quale, sotto le mura di Tebe, ha rinunciato a dare l’immortalità solo perché l’ha visto, ferito, divorare il cervello del nemico. Dopo di lui ne amerà il figlio, Diomede, da lei prediletto, suo assistente ad Argo e a Salamina Cipria. Ma c’è di più: ciò che Vian sembra non aver colto è il fatto che Diomede non è solo il beniamino della dea, ne diviene figura in certo qual modo complementare, sancendo una ricomposizione tra due opposte forme di guerra che è evidentemente affermata già in Omero. Non è Afrodite soltanto a esser ferita da Diomede, ma lo stesso Ares; sicché, accettando Vian, si potrebbe dire che il Tidìde ripudia così la sua stessa figura di riferimento. Il dio del ménos , della furia cieca, soccombe sul campo di fronte a un mortale che, in condizioni normali, avrebbe ben poco da opporgli; ma a guidarlo è Atena, che — come ha detto altrove proprio Vernant — «nell’Olimpo divino è l’intelligenza incarnata», figlia e simbolo di quella mêtis alla quale già nei poemi omerici viene assegnata una preminenza assoluta.
Altro mi pare dunque il modello: è la guerra razionale che modera quella istintiva. Un’ulteriore figura vi è infatti che, vicaria rispetto alla dea, in assenza di questa accompagna Diomede in tutte le sue gesta più brillanti, il polytropon (versatile), il polymêtis (ingegnoso) per eccellenza, che di Atena è la proiezione terrena, davvero «maggior corno», come ha intuito Dante (Inferno XXVI, v. 85), rispetto al compagno che protegge e guida: Odisseo.
Già nell’età di Omero, dunque, le due anime, di Ares e di Atena, sono riconciliate; e il combattente greco esibisce una natura duplice, vorrei dire «duale». Il riferimento non è Achille, il quale — è ancora Vernant che parla — riassume «tutte le contraddizioni dell’ideale eroico…», ma resta un «essere marginale» colpevole di hybris (superbia) perché chiuso «nell’altera solitudine del suo sdegno»; sono Odisseo e Diomede, doppia, indissolubile figura sinergica che incarna in archetipi eterni le due anime della guerra, eroismo e razionalità.

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L’antichità smontata e ricomposta dai nazifascisti

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Un Companion pubblicato da Brill. A quale «Classico» si riferivano Hitler e Mussolini? Una raccolta di saggi, perlopiù anglosassoni, cerca radici, usi e sviluppi di un paradigma flessibile

Carlo Franco, “il manifesto”, 11 febbraio 2018

A sentire i fondatori, tutto chiaro. «Roma è il nostro punto di partenza: è il nostro simbolo; o se si vuole, il nostro mito. Noi sogniamo l’Italia romana, cioè saggia e forte, disciplinata e imperiale». Così Mussolini in occasione del «Natale di Roma» sul proprio giornale, nell’aprile 1922. Ante marcia, quindi. Più astratto e generico Hitler, in un discorso al Reichstag del gennaio ’39, sei anni dopo la Machtergreifung, sei anni prima della fine: «Il debito che il germanesimo ha con l’antichità, nel campo dell’assetto statale ma poi anche del proprio sviluppo spirituale e nel settore della cultura in generale, è non misurabile nei dettagli e, nel complesso, gigantesco». E oltre alle linee espresse dai capi, molto altro: soprattutto in Italia, libri, francobolli, monete, statue, monumenti, film. L’antichità aveva grande spazio nei fascismi europei. Fa il punto sul tema il Brill’s Companion to the Classics, Fascist Italy and Nazi Germany, curato da Helen Roche e Kyriakos Demetriou nel quadro di una serie dedicata alla Classical Reception (Leiden, pp. 471).
Ma a quale antichità si faceva riferimento? Il paradigma era flessibile, sicché ogni sintesi è parziale. Si diceva «antichità», «Grecia», «Roma», ma da questi contenitori venivano ritagliati dei momenti, per costruire una immagine ideale, una narrazione rigenerante utile a proiettare gli animi verso nuovi (ma antichi e già scritti) destini. Ne derivava una combinazione mutevole. Per il fascismo, si guardò a Roma, soprattutto imperiale, più o meno cristiana a seconda delle opportunità di relazioni col Vaticano: un mito utile per raccontare sia la rivoluzione, sia la conservazione. Per il nazismo, invece, contava una varia combinazione di Grecia (guerriera, spartana), Germania (purezza genetica, purezza etica) e Roma imperiale (per le infrastrutture: come la Kongresshalle di Norimberga). Forse anche per questa varietà, valutare il ruolo dei modelli antichi sui due movimenti è più difficile che non sembri. Di certo, non basta liquidare la romanità littoria o la «spartanità» nazista come un ciarpame privo di gusto o di senso: caduca può apparire oggi certa esteriorità di manifestazioni, ma profondi e persistenti segni di quella stagione marcarono piazze, musei e biblioteche, e forse le coscienze.
Assoluzioni complici o smemorate
Il tema è rimasto a lungo estraneo all’interesse degli storici, ma occupa da quarant’anni filologi e archeologi. Il primo ripensamento venne già da quanti furono direttamente coinvolti, come protagonisti o vittime, o come testimoni. Ma l’elaborazione ha conosciuto un percorso difficile, segnato da reticenze e polemiche, in Italia come in Germania. Si sono viste sia assoluzioni complici o smemorate di studiosi compromessi con i regimi, sia pesanti e irrevocabili condanne. Il Companion Brill cerca la via mediana, invitando a non credere sempre all’innocenza di quelli che furono vicini al potere, ma nemmeno all’idea che tutto quanto si scrisse o si fece allora sia sempre disprezzabile perché dettato dall’ideologia (o dall’adulazione).
Rispetto all’antico, Italia e Germania mostrano due elaborazioni differenti. Varia fu la continuità che portò dai classicismi e i filellenismi di età romantica ai nazionalismi, e alle dittature. Poco conta che Mussolini o Hitler mostrassero una conoscenza del tema superficiale o errata: non di filologia o storia si nutriva il loro discorso. E il loro pensiero, alla bisogna, riceveva forma più colta grazie a solerti pennivendoli. I saggi del Companion si rivolgono piuttosto a ricercare radici, usi e sviluppi del paradigma. Senza sistematicità, per altro: e dunque, per la Germania, si muove dalle fasi ottocentesche della ricerca sugli «Ariani», con le successive ricadute razziste e antisemite, e poi le ambiguità del circolo riunito negli anni trenta del Novecento intorno al poeta Stefan George: un approccio alla grecità antistorico e antifilologico, che piacque anche al conte von Stauffenberg (l’attentatore del luglio 1944). Da quella linea nicciana e antifilologica derivarono (particolarmente per Platone) interpretazioni che oggi appaiono pre-naziste, ma che forse non sono morte con il nazismo. Più esplicitamente propagandistico fu l’approccio ai classici imposto(si) nelle scuole del Terzo Reich, studiato da Helen Roche. Se si passa alle scelte individuali, si incontrano quelle tormentate, al tempo del regime, di studiosi (non antichisti) come Adorno, Auerbach e Klemperer, e soprattutto il notevole ruolo degli archeologi – vista la forza evocativa di oggetti e monumenti. In Germania il gruppo accademico ha a lungo difeso, come mostra Stefan Altekamp, l’idea fallace che l’archeologia classica non fosse compromessa con il nazismo (a differenza da quella preistorica e dalla storia antica): il condizionamento fu molto notevole, e con effetti di lunga durata, anche per l’emigrazione forzata di molti importanti studiosi.
La terza Roma sognata da Mazzini
Per l’Italia il Companion non si sofferma sulle radici del «mito di Roma», mito che però attraversa tutto l’Ottocento italiano: una «terza Roma», dopo quella dei cesari e dei papi, era stata sognata da Mazzini, prima che da Mussolini. L’antichistica italiana è inquadrata direttamente nell’età del fascismo: Dino Piovan esamina gli esemplari percorsi e le differenti scelte politiche di studiosi come De Sanctis, Ferrabino, Momigliano e Treves, alle prese con il regime ma anche con il ripensamento storico della propria disciplina accademica. Il fascismo, meno interessato alla cultura greca, esibiva una romanità militaresca, disciplinata, dominatrice, virile, più italica che ellenistica, quindi «nazionale». Ma, come mostra Jan Nelis, non era (solo) un mito regressivo, quanto piuttosto un approccio paradossale, palingenetico alla modernità. Per questo è opportuno soffermarsi con attenzione sul «piccone del regime»: quello che operò in Roma città larghi sventramenti allo scopo di creare il «teatro del consenso» e lasciare i monumenti a «giganteggiare nella solitudine» (ma la pratica aveva importanti precedenti di fine Ottocento). Per questo oggi si possono considerare con sguardo nuovo, superato il rigetto totale alla Bruno Zevi, i prodotti dell’architettura durante il ventennio, gli edifici di Vaccaro o Moretti, e persino di Piacentini. I quali produssero in Italia risultati assai migliori rispetto ai classicismi e ai gigantismi creati da Speer in Germania: quella grandiosità celava di fatto un’ossessiva pulsione di sacrificio e morte, cui risposero le bombe angloamericane…
Non c’era poi solo il mondo accademico: l’antico parlava con più immediata evidenza quando era veicolato da mezzi potenti e popolari, come il cinema. Le differenze tra i due regimi, per mezzi e messaggi, si comprendono assai bene ponendo l’opera di Leni Riefenstahl versus quella di Carmine Gallone. Importanti osservazioni vengono anche da eventi come le Olimpiadi di Berlino (1936) e la Mostra augustea della Romanità (’37-’38). Nel caso della Mostra, l’impegno scientifico si mescolò inestricabilmente a una operazione tutta propagandistica. Nel Companion si parla, ovviamente, del Führer in visita a Roma nel maggio 1938, la «giornata particolare» del film di Scola: ma non si parla di Bianchi Bandinelli, l’archeologo e poi antifascista che fece da guida a Hitler e Mussolini, e li ritrasse sotto gli pseudonimi di Mario e Silla nel memorabile Diario di un borghese, pubblicato nel ’48. Negli anni del massimo consenso per il regime, dopo che nel ’36 l’impero era tornato per poco tempo sui colli fatali, pochissimi capivano dove quell’orgia romanolatrica poteva condurre.
Su un tema così vasto, un Companion non può dire tutto: poco utile allora rilevare che manca, per esempio, il ruolo della «romanità» nelle colonie, soprattutto in Libia. Non disturbano troppo i (parecchi) refusi nell’italiano e nel tedesco. Spiace invece certo squilibrio nella concezione e nella qualità dei contributi. Numerose sovrapposizioni erano evitabili con un editing più stringente. Si nota poi che la maggior parte dei saggi è affidata a studiosi stranieri: ossia né italiani né tedeschi. Certo, nazismo e fascismo sono temi di ricerca internazionali, e non necessariamente lo sguardo dall’interno dei paesi coinvolti è il migliore. Ma l’esito è l’emarginazione della ricerca italiana e tedesca e, per contro, la valorizzazione di recenti lavori anglosassoni presentati come «pionieristici», ma di fatto volti a temi già ben studiati (in altre lingue). Sono gli effetti ormai generalizzati del monolinguismo storiografico: diventerà monopensiero?
Incertezze emergono quando si passa dai fatti o dalle idee alle persone: la vicenda culturale degli studiosi e accademici coinvolti nella macchina delle dittature richiede esperienza. Per capire la fascistizzazione dell’Antico si deve conoscere il dettaglio di persone e luoghi (e consultare con cura il Dizionario Biografico degli Italiani). Spiace, per esempio, leggere di D’Annunzio «futurista» (p. 273), o che «gran parte della nostra esperienza attuale di città iconiche come Firenze e Venezia è il prodotto di scorci legati all’era fascista» (p. 345). Dette in inglese, alcune cose fanno forse meno effetto: ma certe osservazioni banali sopra la «totalitarian legacy» in Italia e Germania andavano evitate (p. 448-54). Certo, in Italia sopravvivono segni pubblici del fascismo (e anche ritratti esposti di Mussolini), mentre in Germania no: ma ciò dipende dalle vicende belliche e postbelliche, più che dallo sfondo ideologico dei due regimi, e dei due paesi.

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