La letteratura latina secondo Des Esseintes

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Gli scrittori latini nel giudizio di Des Esseintes, protagonista del romanzo di J. K. Huysmans À rebours [Controcorrente], pubblicato nel 1884.

Parte delle scansie che rivestivano le pareti dello studio blu e arancio, erano riservate a quella letteratura latina che i cervelli mortificati dalle Sorbone, pappagallescamente designano sotto il nome generico: «la decadenza».
Ché il latino, come lo si scrisse nel secolo che i professori si ostinano tuttora a chiamare il secolo d’oro, non lo attirava granché. Quella lingua ristretta, dai giri di frasi contati, pressoché invariabili; irrigidita nella sua sintassi, senza colore né sfumature; quella lingua lisa in ogni costura, accuratamente potata delle espressioni meno corrette ma a volte quanto mai efficaci delle età precedenti; poteva a rigore enunciare le pompose banalità, i vaghi luoghi comuni che rimasticavano retori e poeti; ma emanava un tale disinteresse, un tale tedio che per trovare un’altra lingua altrettanto mortificata di proposito, altrettanto solennemente grigia e massacrante, il filologo doveva scendere sino allo stile francese del secolo di Luigi XIV.
Fra tutti, l’ineffabile Virgilio, colui che i prefetti di camerata chiamano il cigno di Mantova – evidentemente perché non è nato in tale città – gli appariva non solo uno dei più esosi pedanti, ma anche uno dei più sinistri rompiscatole che l’antichità abbia mai prodotto. I suoi pastori, usciti pur mo’ dal bagno ed azzimati di tutto punto, che si scaricano a vicenda sul capo filastrocche di versi sentenziosi e gelati; il suo Orfeo ch’egli paragona a un usignolo in lagrime; il suo Aristeo che piagnucola per delle api; il suo Enea, questo personaggio indeciso e ondeggiante che si muove come un’ombra cinese, con mosse di marionetta, dietro il trasparente malfermo e male oliato del poema, lo mettevano fuori dei gangheri.
E ancora, egli sarebbe passato sopra alle noiose scemenze che quei burattini si scambiano a vuoto; avrebbe chiuso un occhio sugli impudenti plagi di cui fan le spese Omero, Teocrito, Ennio, Lucrezio; sul furto bell’e buono, di cui ci informa Macrobio, costituito dal secondo libro dell’Eneide, copiato si può dire parola per parola da un poema di Pisandro; su tutta insomma la indicibile vuotaggine di quel centone di canti; ma ciò cui non poteva passar sopra era la fattura di quegli esametri che rendon suono di latta, di fiasca di latta vuota; che alternano le lunghe e le brevi di parole pesate a chilo secondo l’immutabile schema d’una prosodia arida e pedante; l’ordito di quei versi rasposi e burbanzosi, nella loro tenuta ufficiale, nella loro bassa soggezione alla grammatica; di quei versi meccanicamente spezzati da un’impassibile cesura, turati in coda sempre allo stesso modo dall’inciampare d’un dattilo in uno spondeo.
Tolta in prestito alla perfezionata officina di Catullo, quella invariabile metrica, senza fantasia, senza discrezione, impinzata di parole inutili, di zeppe, di appigli sempre eguali e previsti; quella miseria dell’epiteto omerico che torna ogni momento e non dice nulla, non evoca nulla; tutto quell’indigente vocabolario sordo e piatto, lo mettevano alla tortura.
Ma se la sua ammirazione per Virgilio era delle meno calorose e dei più modesti e sordi il fascino che esercitavano su lui le evidenti cacate di Ovidio, una sconfinata avversione provava per le grazie elefantesche di Orazio, per il balbettìo di questo insopportabile centochili che fa lo smorfioso con lazzi di vecchio saltimbanco infarinato.
Nella prosa la verbosità, le ridondanti metafore, le gratuite disgressioni del Cece, non lo allettavano di più. La jattanza delle sue apostrofi, l’alluvione di luoghi comuni patriottici, l’enfasi delle sue concioni, la greve compattezza del suo stile carnoso, ben nutrito ma degenerato in grasso, privo d’osso e di midolla; le intollerabili scorie degli avverbi sesquipedali coi quali apre le frasi, l’inalterabile schema su cui son calcati i suoi adiposi periodi, mal cuciti insieme dal filo delle congiunzioni; infine il tedioso vezzo della tautologia, lo seducevano mediocremente. Né molto di più di Cicerone lo entusiasmava Cesare, famoso pel suo laconismo; perché l’eccesso contrario diventava in questo aridità da caporalmaggiore, secchezza da appunto, stitichezza incredibile e sconveniente.
Tirate le somme, non trovava di che pascersi né in questi né in quegli altri scrittori che pure fan la delizia dei falsi letterati: Sallustio, ancorché meno sbiadito degli altri; Tito Livio, patetico e pomposo; Seneca, turgido e scialbo; Svetonio, linfatico ed embrionale; Tacito, il più nerboruto tuttavia nella sua voluta concisione, il più aspro, il più muscoloso di tutti costoro.
In poesia, lo lasciavano freddo Giovenale, nonostante qualche verso ben battuto; quanto Persio, nonostante le sue oscure allusioni. Trascurando Tibullo e Properzio, Quintiliano e i due Plinio, Stazio, Marziale di Bilbili, lo stesso Terenzio e Plauto (di Plauto gli sarebbe piaciuto il gergo pieno di neologismi, di parole composte, di diminutivi; ma lo torturava la sua comicità plebea, il suo sale grosso di cucina); Des Esseintes cominciava ad interessarsi con Lucano. Con Lucano il latino si liberava delle sue pastoie, diventava meno mortificato, più espressivo. Quell’armatura cesellata, quei versi smaltati, ingioiellati se lo cattivavano; ma la preoccupazione esclusiva della forma, quelle sonorità verbali, quegli squilli di metallo non riuscivano a celargli del tutto il vuoto del pensiero, le ampollosità che seminano di tumori la superficie della Farsalia.
L’autore che amava davvero, che gli faceva bandire per sempre dalle sue letture le roboanti tirate di Lucano, era Petronio.
Eccolo finalmente un acuto osservatore, un fine analista, un pittore meraviglioso. Tranquillamente, senza partito preso, senza animosità di sorta, Petronio descriveva la vita d’ogni giorno a Roma, fermava nei vivaci corti capitoli del Satyricon i costumi del tempo.
Annotando via via i fatti, consegnandoli in una forma definitiva, egli faceva passare sotto gli occhi del lettore la minuta vita del popolo con le sue peripezie, le sue bestialità, le sue foie.
Qui è l’ispettore alle locande che viene a chiedere il nome dei viaggiatori ultimi arrivati. Là, lupanari dove i clienti girano intorno a donne nude che si esibiscono in piedi tra cartelli; mentre per gli usci mal chiusi delle stanze si intravedono coppie sollazzarsi. Là ancora, in ville d’un lusso sfacciato, d’una ricchezza e d’un fasto pazzeschi, o in miserabili taverne che si susseguono coi vivai di piattole dei loro giacigli a cinghia disfatti, s’agita la società del suo tempo. Osceni marioli, quali Ascilto ed Eumolpo, in busca d’una buona bazza; vecchi sporcaccioni dalla veste rimboccata, le guance intonacate di cerussa e rossetto; gitoni sedicenni, paffuti e riccioluti; donne in preda ad attacchi isterici; genitori a caccia di eredità nell’atto di offrire figli e figlie alle voglie dei testatori; tutti passano schizzati nelle pagine, si vedono discorrere per le vie, palpeggiarsi nei bagni, caricarsi di botte come in una pantomima.
E tutto questo, raccontato in uno stile d’un colorato preciso, d’un brio indiavolato; in una lingua che attinge a tutti i dialetti, toglie in prestito modi di dire a tutti gli idiomi portati a spasso per Roma; in una sintassi che non conosce barriere, sciolta dalle pastoie del cosidetto secolo d’oro, e che fa parlare a ciascuno il suo idioma: ai rozzi liberti, il latino plebeo, il gergo della strada; agli stranieri il loro dialetto barbarico, imbastardito d’africano, di sirio e di greco; ai pedanti imbecilli, come l’Agamennone del libro, un retoricume di parole posticce. Tutti questi personaggi sono schizzati d’un solo tratto di penna, mentre, abbruttiti intorno ad una tavola, scambiano sceme frasi da ubbriachi, spacciano massime barboge, insulsi proverbi, il grugno volto verso Trimalcione che si stuzzica i denti, offre orinali ai convitati, li intrattiene sullo stato del suo ventre e dei suoi intestini, li invita a mettersi a lor agio.
Questo romanzo verista, questa fetta di vita romana tagliata nel vivo, che non si preoccupa, checché si dica, né di riformare né di satireggiare i costumi; che fa a meno d’una conclusione e d’una morale; questa storia senza intreccio, dove non succede nulla, che mette in scena le avventure della selvaggina di Sodoma; che analizza con imperturbabile acutezza gioie e dolori di codesti amori e di codeste coppie; che, senza che l’autore faccia mai capolino, senza che si lasci andare a un solo commento, senza che approvi o maledica gli atti o i pensieri dei suoi personaggi, dipinge in una lingua da orafo i vizi d’una civiltà decrepita, d’un impero che si va sfasciando – conquideva Des Esseintes, il quale nella raffinatezza dello stile, nell’acutezza dell’osservazione, nel fermo piglio con cui la narrazione veniva condotta, intravvedeva singolari parentele, curiose analogie con i pochi romanzi del tempo suo che non gli dispiacevano.
Inutile aggiungere ch’egli rimpiangeva amaramente l’irrimediabile perdita delle altre due opere di Petronio, menzionate da Planciade Fulgenzio; l’Eustion e l’Albutia; ma di quella perdita consolava il letterato il bibliofilo che era in lui, e che del Satyricon poteva religiosamente maneggiare la splendida edizione di sua proprietà: l’in-ottavo, recante il millesimo 1585 e il nome di J. Dousa, stampatore a Leyda.
A partire da Petronio, s’entrava nel secondo secolo dell’era cristiana.
La collezione saltava Frontone, il declamatore dal vocabolario antiquato, malamente rabberciato e rinverniciato; scavalcava le Notti attiche di Aulo Gellio, discepolo di Frontone e amico suo: mente sagace e indagatrice, ma, come scrittore, impegolato in una melma attaccaticcia; e sostava davanti ad Apuleio, presentato nell’edizione principe, in-folio, stampata a Roma nel 1469.
Questo africano gli richiamava in volto il sorriso.
Nelle sue Metamorfosi il latino raggiungeva la pienezza: travolgeva seco limi, acque diverse, affluite da tutte le provincie; e tutte si mescevano, si confondevano in una tinta bizzarra, esotica, quasi nuova. Vezzi, particolari nuovi della società latina trovavano la loro piena espressione in neologismi scaturiti, in quell’angolo d’Africa romano, dalle necessità della conversazione.
Inoltre lo divertiva quella sua esuberanza d’uomo evidentemente pingue, quella sua esuberanza meridionale. Apuleio gli appariva così come un gaio e salace mattacchione vicino agli apologisti cristiani che fiorivano nello stesso suo secolo: il soporifero Minucio Felice, un falso classico che spaccia nel suo Octavius le emulsioni, inspessite ancora, di Cicerone; nonché lo stesso Tertulliano, che probabilmente Des Esseintes conservava più per l’edizione aldina che per l’opera in sé.
Sebbene fosse ferrato in teologia, le dispute dei montanisti contro la Chiesa cattolica, le polemiche sulla gnosi, lo lasciavano freddo; dimodoché, sebbene di Tertulliano lo interessasse lo stile – uno stile conciso, pieno di anfibologie, che si regge sui participi, scoppietta di antitesi, gremito di giochi di parole e di frizzi, screziato di vocaboli pescati nel giure e nella lingua dei Padri della Chiesa – non apriva quasi più l’Apologetico né il Trattato sulla Pazienza; tutt’al più scorreva qualche pagina di quel De cultu feminarum dove l’autore scongiura le donne di non pararsi di gioielli e di stoffe preziose ed interdice loro l’uso dei cosmetici perché s’arrogano di emendare la natura e di abbellirla.
Queste idee, diametralmente opposte alle sue, lo facevano sorridere. Aggiungi che la parte sostenuta da Tertulliano come vescovo di Cartagine, gli pareva dar materia a divertenti riflessioni. Più dell’opera, era l’uomo che lo attirava.
Sebbene infatti vivesse in tempi procellosi, agitati da paurosi torbidi, sotto Caracalla, sotto Macrino, sotto lo stupefacente Pontefice di Emesa, Elagabal, egli preparava imperterrito i suoi sermoni, gli scritti di dogmatica, le difese, le omelie, intanto che l’impero romano vacillava dalle fondamenta, mentre le follie dell’Asia, le sozzure del paganesimo scorrevano come fiume in piena. Raccomandava con la maggiore serietà l’astinenza carnale, la frugalità nel cibo, la modestia nel vestire, mentre, incedendo su polvere d’argento e sabbia d’oro, cinto di tiara il capo, i paludamenti tempestati di gemme, Elagabal accudiva nel cerchio dei suoi eunuchi a lavori donneschi; si faceva chiamare Imperatrice e mutava ogni notte di Imperatore, eleggendoselo di preferenza tra i barbitonsori, i rovinasalse ed i cocchieri di circo.
Questo contrasto estasiava Des Esseintes. Aggiungi che il latino, giunto con Petronio all’apice della perfezione, cominciava a corrompersi; la letteratura cristiana, imponendosi, introduceva con le nuove idee nuove parole, costrutti inusitati, verbi sconosciuti, aggettivi di senso lambiccato, vocaboli astratti: rari sin allora nella lingua romana, e che Tertulliano era stato il primo ad adottare.
Senonché questo processo di deliquescenza, proseguito dopo la morte di Tertulliano dal suo discepolo San Cipriano, da Arnobio, dal pesante e goffo Lattanzio, era senza attrattiva. Era un infrollirsi lento e parziale con sgraziati ritorni all’enfasi ciceroniana; cui mancava ancor quel particolare sentore che nel IV secolo e soprattutto nei secoli che gli seguiranno il cristianesimo comunicherà alla lingua pagana, ormai corrotta come selvaggina; e che si sbriciolerà via via che s’andrà sgretolando la civiltà del vecchio mondo, via via che crolleranno sotto l’urto dei Barbari gli Imperi putrefatti dalla sanie dei secoli.
Un solo poeta cristiano, Commodiano di Gaza, rappresentava nella biblioteca l’arte del terzo secolo. Il suo Carmen apologeticum, scritto nel 259, è una raccolta di precetti, torti in acrostico, composto in esametri popolareschi messi insieme senza badare alla quantità e lo hiatus ed accompagnati sovente di rime; di quelle rime di cui il latino chiesastico darà in seguito numerosi esempi.
Quei versi stentati, cupi, che san di selvatico, pieni di termini della parlata, di vocaboli distratti dal loro primiero significato, lo attiravano, lo interessavano anche più dello stile mézzo e già frollo degli storici Ammiano Marcellino e Aurelio Vittore, dell’epistolografo Simmaco e del compilatore e grammatico Macrobio; sinanco li preferiva agli autentici versi scanditi, alla lingua screziata e superba che parlarono Claudiano, Rutilio e Ausonio.
Eran questi allora i maestri, i cui gridi riempivano l’Impero agonizzante: il cristiano Ausonio, col suo Centone Nuziale e coll’esuberante e fastoso poema La Mosella; Rutilio, coi suoi inni alla gloria di Roma, gli anatemi contro monaci e giudei, col suo viaggio dall’Italia alla Gallia in cui riesce a rendere mirabilmente certe sensazioni ottiche: l’incertezza dei paesaggi riflessi nell’acqua, le morgane che crea il vapor acqueo, lo staccarsi dai monti e l’involarsi del nebbione che li avviluppava; Claudiano, una specie di reincarnazione di Lucano, che domina tutto il quarto secolo col clangore guerriero dei suoi versi; il fabbro d’un esametro smagliante e sonoro che tra un grande sprizzar di faville foggia d’un colpo di martello l’epiteto, animando l’opera d’un afflato possente, attingendo una specie di grandezza.
Nell’Impero d’Occidente, che sempre più si va sfasciando, nel cruento pantano dei massacri che si susseguono incessanti intorno a lui, nella perenne minaccia dei Barbari che si pigiano ormai in folla alle porte dell’Impero e ne fan scricchiolare i cardini, Claudiano resuscita l’antichità, canta il ratto di Proserpina, sfida il tempo con lo smagliare dei suoi colori, passa con tutti i suoi fuochi accesi nel buio che inghiotte il mondo.
Torna con lui il paganesimo a suonare la sua ultima fanfara; alza in lui il suo ultimo grande poeta al disopra del Cristianesimo, che sommergerà d’ora in poi completamente la lingua e che, per sempre ormai, resterà unico maestro d’arte: con Paolino, allievo d’Ausonio; col prete spagnolo Juvenco che parafrasa in versi l’Evangelo; con Vittorino, l’autore dei Maccabei; Sanctus Burdigalensis che in un’ecloga, imitata da Virgilio, fa lamentare ai pastori Egone e Bucolo le malattie dei loro greggi; con tutta la serie dei Santi: Ilario di Poitiers, il difensore della fede di Nicea, l’Atanasio dell’Occidente come vien chiamato; Ambrogio, autore d’indigeste omelie, tedioso Cicerone cristiano; Damaso, il fabbricante di epigrammi lapidari; Gerolamo, il traduttore della Vulgata ed il suo avversario Vigilanzio di Comminges, che se la prende col culto dei santi, l’abuso dei miracoli, i digiuni; e che già predica, con argomenti che i secoli riprenderanno da lui, contro i voti monastici ed il celibato dei preti.
Infine, nel quinto secolo, Agostino, vescovo di Ippona.
Questo, Des Esseintes non lo conosceva che troppo: non era lo scrittore più apprezzato della Chiesa, il fondatore dell’ortodossia cristiana, colui che i cattolici tengono in conto di oracolo, di maestro dei maestri?
Sicché non lo apriva più, sebbene nelle Confessioni avesse cantato il fastidio del mondo e sebbene nella Città di Dio la sua gemebonda devozione avesse cercato d’alleviare con la cullante prospettiva di destini migliori la paurosa angoscia del tempo. Bazzicava ancora la teologia, che già Des Esseintes era ristucco delle sue prediche e geremiadi, delle sue teorie sulla predestinazione e sulla grazia, delle sue polemiche contro gli Scismi.
Preferiva sfogliare la Psychomachia di Prudenzio, l’inventore del poema allegorico che doveva poi imperversare nel Medio Evo; e l’opera di Sidonio Apollinare, l’autore di quelle lettere che lo attiravano, lardellate com’erano di arguzie, di frecciate, d’arcaismi, di indovinelli. Con diletto si rileggeva i panegirici dove questo vescovo per dar forza ai suoi vanitosi encomi, invoca le deità pagane; e, nonostante tutto, sentiva un debole per le affettazioni ed i sottintesi di quelle poesie, opera d’un ingegnoso operaio che ha cura della sua macchina, ne olia gli ingranaggi, ne inventa all’occorrenza di complicati e di inutili.
Dopo Sidonio, bazzicava ancora il panegirista Merobaude; Sedulio, autore di poemi rimati e d’inni abbecedari, di cui la Chiesa s’appropriò certe parti per i bisogni dei suoi offizi; Mario Vittore il cui tenebroso trattato sulla Pravità dei costumi s’illumina qua e là di slucciolii fosforescenti; Paolino di Pella, il poeta dell’infreddolito Eucharisticon; Orienzio, vescovo di Auch, che nei distici dei suoi Monitori scoppia in invettive contro la dissolutezza delle donne che col loro viso, afferma, mandano i popoli alla perdizione.
L’interesse che Des Esseintes portava alla lingua latina, non s’affievoliva neanche ora che, completamente putrefatta, essa penzolava, perdendo membro a membro, colando marcia; neanche ora che da tanta corruzione restavano illese poche parti che gli scrittori cristiani staccavan via per marinarle nella salamoja della loro nuova lingua.
La seconda metà del quinto secolo era venuta; l’epoca spaventosa in cui la terra sembrò vacillare sulle sue fondamenta. I Barbari saccheggiavano la Gallia; Roma paralizzata, messa a ferro e fuoco dai Visigoti, avvertiva il gelo della fine; vedeva le sue più lontane provincie, l’Oriente e l’Occidente, dibattersi nel sangue, ogni giorno più esaurirsi.
In mezzo allo sfacelo generale, mentre uno dopo l’altro i Cesari cadevano assassinati, fra gli urli che s’alzavano dalle carneficine di cui l’Europa da un capo all’altro s’insanguinava, più forte d’ogni voce, dominando ogni clamore, un urrà raccapricciante echeggiò. Sulla riva del Danubio, migliaia d’uomini, piantati su piccoli cavalli, avviluppati in casacche fatte di pelli di topo, dei Tartari orrendi, con enormi teste, nasi schiacciati, menti scavati da sfregi e cicatrici, glabre facce di itterici, si precipitano ventre a terra, circondano d’un turbine le terre dei Bassi Imperi.
Tutto sparì nella polvere che il loro galoppo sollevava, nel fumo degli incendi. La notte si fece; ed i popoli interroriti tremarono udendo passare col rombo d’un tuono il ciclone devastatore. L’orda degli Unni spianò l’Europa, irruppe nella Gallia, dove nelle piane di Châlons Ezio la macellò in una memorabile carica. La pianura, imbevuta di sangue, schiumò come un mare di porpora. Duecentomila cadaveri, sbarrando la strada, infransero l’impeto di quella valanga, che, deviata, precipitò con schianti di folgore sull’Italia, dove le città messe a sacco arsero come mucchi di fieno.
All’urto, l’Impero d’Occidente crollò; la vita di moribondo che trascinava nell’imbecillità e nel lordume si spense. La fine del mondo pareva del resto vicina: le città risparmiate da Attila, le decimava la fame e la peste. Il latino sembrò restar schiacciato pur lui sotto le macerie del mondo.

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La guerra innovatrice di Odisseo e Diomede

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La cultura classica vedeva nell’attività bellica un fenomeno dinamico dai due volti: l’eroismo e la razionalità

Giovanni Brizzi, “Corriere della Sera – La Lettura”,  11 febbraio 2018

A cinquant’anni esatti dalla prima edizione (e a ben 54 dal convegno in Sorbona che ne aveva anticipato i temi…) esce in italiano la raccolta di saggi a cura di Jean-Pierre Vernant La guerra nella Grecia antica (Raffaello Cortina). Riparazione dovuta, se pur tardiva, verso un curatore e una raccolta che hanno coperto ogni fase cronologica (micenea ed omerica, arcaica, classica, ellenistica) e ogni aspetto (mitologia e politica, società, tecnica, diritto) del campo d’indagine prescelto; e che ne hanno affidato la trattazione ad alcuni tra i migliori studiosi, non solo francesi, di quell’epoca.
Tutto invecchia; ma gran parte dell’opera possiede ancora una straordinaria forza di pensiero, come sottolinea nella sua mirabile introduzione Umberto Curi, che arriva infine a rimpiangere funzioni e sostanziale innocenza della guerra antica. Già, perché Vernant — giovane e brillantissimo agrégé del 1937 divenuto poi il leggendario «colonel Berthier» a capo delle Ffi (Forze francesi dell’interno), la resistenza interna ai nazisti nel Sud Ovest della Francia, lo studioso sollecitato da Georges Dumézil a entrare nell’École pratique des hautes études e qui salito alla testa di una sezione dedicata alle scienze religiose, il leader carismatico di una «scuola» che annoverava figure come Marcel Detienne e Pierre Vidal- Naquet — era altresì l’«eretico» irriducibile a ogni schema, il marxista capace, prima ancora di uscire dal Partito comunista francese, di criticare un’ideologia per lui «senza più alcuna relazione con l’economia e la politica odierne» e di liberarsi di qualunque assunto preconcetto, a cominciare da quel pacifismo di maniera che, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, tanto aveva nuociuto alla corretta interpretazione della storia.
Della storia antica, in particolare: «La guerra era al centro della cultura classica… Nei mondi greco e romano — ha scritto lo storico Harry Sidebottom — quasi ogni cosa si possa leggere, ascoltare o guardare potrebbe evocare la guerra». E Vernant lo sapeva. « Pólemos è padre e re di tutte le cose», disse Eraclito; e il nostro autore ritiene che in Grecia sia la guerra la matrice di ogni mutamento; sicché, con siffatte premesse, «rovescia di fatto le modalità con le quali… è concepito il rapporto guerra-pace. È il primo termine del binomio, e non il secondo, a introdurci alla comprensione delle forme di organizzazione e funzionamento delle società antiche», osserva Curi.
La storia militare diviene così, per lui, ciò che dovrebbe essere sempre: un’insostituibile chiave di lettura. Governato da questa concezione, il volume offre una ricca serie di spunti, vitali ancor oggi, dei quali chi scrive è debitore di persona. Due temi, fra tanti.
Aprendo il fondamentale lavoro di quattro anni prima (La fonction guerrière dans la Grèce ancienne) che prelude al volume collettivo di cui stiamo parlando, Vernant non si limita a sottolineare come la forza della falange oplitica risieda nella coesione dei ranghi serrati; ricorda che «la città rimodella i valori antichi. Ciò che conta nella guerra è la padronanza di sé, il senso dell’azione collettiva». Tra l’eroismo individuale di Aristodemo, che a Platea contro i Persiani si slancia «come un forsennato fuori dallo schieramento», e il valore cosciente di Posidonio, il quale rimane al suo posto in nome dell’eutaxía, della disciplina che fa degli opliti un mondo di uguali, gli Spartani scelgono senza esitare il secondo. Checché si voglia pensare del formalismo oplitico e del reale funzionamento della falange sul campo, l’idea di base è comunque feconda.
Recensendo mesi fa proprio su queste pagine il bel volume di Paola Angeli Bernardini Il soldato e l’atleta (il Mulino, 2016), mi sono chiesto per esempio se la fortuna degli agoni sportivi, che comincia a imporsi appieno nel momento in cui la guerra piega verso l’oplitismo, non sia una forma surrogata, da collegarsi alla svolta, sociale più ancora che tattica, e all’istituzione della pólis; e se non sia per questo che il mondo greco finisce coll’ignorare nello sport ogni «gioco» di squadra, riservandone la pratica alla guerra e riconoscendo al gesto del singolo la gloria, certo prestigiosa in tutta l’Ellade, dei trionfi panellenici, ma limitandola di norma a quei Giochi che, durante il loro svolgersi, sospendono ogni conflitto.
Ricorda infine Vian, nel ricchissimo saggio su La funzione guerriera nella mitologia greca incluso in questo volume, come Esiodo (Le opere e i giorni, 143-173) distingua due stirpi di combattenti — la Stirpe del Bronzo, cui «le gesta di Ares stavano a cuore, piene di pianto, e le opere della tracotanza»; e i «più giusti e migliori» — e due concezioni diverse della guerra, che si richiamano all’opposizione tra Ares e Atena. Atena, già Vian lo ricorda, prevale in Omero su Ares di cui pure ha amato uno dei discepoli: quel Tideo al quale, sotto le mura di Tebe, ha rinunciato a dare l’immortalità solo perché l’ha visto, ferito, divorare il cervello del nemico. Dopo di lui ne amerà il figlio, Diomede, da lei prediletto, suo assistente ad Argo e a Salamina Cipria. Ma c’è di più: ciò che Vian sembra non aver colto è il fatto che Diomede non è solo il beniamino della dea, ne diviene figura in certo qual modo complementare, sancendo una ricomposizione tra due opposte forme di guerra che è evidentemente affermata già in Omero. Non è Afrodite soltanto a esser ferita da Diomede, ma lo stesso Ares; sicché, accettando Vian, si potrebbe dire che il Tidìde ripudia così la sua stessa figura di riferimento. Il dio del ménos , della furia cieca, soccombe sul campo di fronte a un mortale che, in condizioni normali, avrebbe ben poco da opporgli; ma a guidarlo è Atena, che — come ha detto altrove proprio Vernant — «nell’Olimpo divino è l’intelligenza incarnata», figlia e simbolo di quella mêtis alla quale già nei poemi omerici viene assegnata una preminenza assoluta.
Altro mi pare dunque il modello: è la guerra razionale che modera quella istintiva. Un’ulteriore figura vi è infatti che, vicaria rispetto alla dea, in assenza di questa accompagna Diomede in tutte le sue gesta più brillanti, il polytropon (versatile), il polymêtis (ingegnoso) per eccellenza, che di Atena è la proiezione terrena, davvero «maggior corno», come ha intuito Dante (Inferno XXVI, v. 85), rispetto al compagno che protegge e guida: Odisseo.
Già nell’età di Omero, dunque, le due anime, di Ares e di Atena, sono riconciliate; e il combattente greco esibisce una natura duplice, vorrei dire «duale». Il riferimento non è Achille, il quale — è ancora Vernant che parla — riassume «tutte le contraddizioni dell’ideale eroico…», ma resta un «essere marginale» colpevole di hybris (superbia) perché chiuso «nell’altera solitudine del suo sdegno»; sono Odisseo e Diomede, doppia, indissolubile figura sinergica che incarna in archetipi eterni le due anime della guerra, eroismo e razionalità.

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L’antichità smontata e ricomposta dai nazifascisti

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Un Companion pubblicato da Brill. A quale «Classico» si riferivano Hitler e Mussolini? Una raccolta di saggi, perlopiù anglosassoni, cerca radici, usi e sviluppi di un paradigma flessibile

Carlo Franco, “il manifesto”, 11 febbraio 2018

A sentire i fondatori, tutto chiaro. «Roma è il nostro punto di partenza: è il nostro simbolo; o se si vuole, il nostro mito. Noi sogniamo l’Italia romana, cioè saggia e forte, disciplinata e imperiale». Così Mussolini in occasione del «Natale di Roma» sul proprio giornale, nell’aprile 1922. Ante marcia, quindi. Più astratto e generico Hitler, in un discorso al Reichstag del gennaio ’39, sei anni dopo la Machtergreifung, sei anni prima della fine: «Il debito che il germanesimo ha con l’antichità, nel campo dell’assetto statale ma poi anche del proprio sviluppo spirituale e nel settore della cultura in generale, è non misurabile nei dettagli e, nel complesso, gigantesco». E oltre alle linee espresse dai capi, molto altro: soprattutto in Italia, libri, francobolli, monete, statue, monumenti, film. L’antichità aveva grande spazio nei fascismi europei. Fa il punto sul tema il Brill’s Companion to the Classics, Fascist Italy and Nazi Germany, curato da Helen Roche e Kyriakos Demetriou nel quadro di una serie dedicata alla Classical Reception (Leiden, pp. 471).
Ma a quale antichità si faceva riferimento? Il paradigma era flessibile, sicché ogni sintesi è parziale. Si diceva «antichità», «Grecia», «Roma», ma da questi contenitori venivano ritagliati dei momenti, per costruire una immagine ideale, una narrazione rigenerante utile a proiettare gli animi verso nuovi (ma antichi e già scritti) destini. Ne derivava una combinazione mutevole. Per il fascismo, si guardò a Roma, soprattutto imperiale, più o meno cristiana a seconda delle opportunità di relazioni col Vaticano: un mito utile per raccontare sia la rivoluzione, sia la conservazione. Per il nazismo, invece, contava una varia combinazione di Grecia (guerriera, spartana), Germania (purezza genetica, purezza etica) e Roma imperiale (per le infrastrutture: come la Kongresshalle di Norimberga). Forse anche per questa varietà, valutare il ruolo dei modelli antichi sui due movimenti è più difficile che non sembri. Di certo, non basta liquidare la romanità littoria o la «spartanità» nazista come un ciarpame privo di gusto o di senso: caduca può apparire oggi certa esteriorità di manifestazioni, ma profondi e persistenti segni di quella stagione marcarono piazze, musei e biblioteche, e forse le coscienze.
Assoluzioni complici o smemorate
Il tema è rimasto a lungo estraneo all’interesse degli storici, ma occupa da quarant’anni filologi e archeologi. Il primo ripensamento venne già da quanti furono direttamente coinvolti, come protagonisti o vittime, o come testimoni. Ma l’elaborazione ha conosciuto un percorso difficile, segnato da reticenze e polemiche, in Italia come in Germania. Si sono viste sia assoluzioni complici o smemorate di studiosi compromessi con i regimi, sia pesanti e irrevocabili condanne. Il Companion Brill cerca la via mediana, invitando a non credere sempre all’innocenza di quelli che furono vicini al potere, ma nemmeno all’idea che tutto quanto si scrisse o si fece allora sia sempre disprezzabile perché dettato dall’ideologia (o dall’adulazione).
Rispetto all’antico, Italia e Germania mostrano due elaborazioni differenti. Varia fu la continuità che portò dai classicismi e i filellenismi di età romantica ai nazionalismi, e alle dittature. Poco conta che Mussolini o Hitler mostrassero una conoscenza del tema superficiale o errata: non di filologia o storia si nutriva il loro discorso. E il loro pensiero, alla bisogna, riceveva forma più colta grazie a solerti pennivendoli. I saggi del Companion si rivolgono piuttosto a ricercare radici, usi e sviluppi del paradigma. Senza sistematicità, per altro: e dunque, per la Germania, si muove dalle fasi ottocentesche della ricerca sugli «Ariani», con le successive ricadute razziste e antisemite, e poi le ambiguità del circolo riunito negli anni trenta del Novecento intorno al poeta Stefan George: un approccio alla grecità antistorico e antifilologico, che piacque anche al conte von Stauffenberg (l’attentatore del luglio 1944). Da quella linea nicciana e antifilologica derivarono (particolarmente per Platone) interpretazioni che oggi appaiono pre-naziste, ma che forse non sono morte con il nazismo. Più esplicitamente propagandistico fu l’approccio ai classici imposto(si) nelle scuole del Terzo Reich, studiato da Helen Roche. Se si passa alle scelte individuali, si incontrano quelle tormentate, al tempo del regime, di studiosi (non antichisti) come Adorno, Auerbach e Klemperer, e soprattutto il notevole ruolo degli archeologi – vista la forza evocativa di oggetti e monumenti. In Germania il gruppo accademico ha a lungo difeso, come mostra Stefan Altekamp, l’idea fallace che l’archeologia classica non fosse compromessa con il nazismo (a differenza da quella preistorica e dalla storia antica): il condizionamento fu molto notevole, e con effetti di lunga durata, anche per l’emigrazione forzata di molti importanti studiosi.
La terza Roma sognata da Mazzini
Per l’Italia il Companion non si sofferma sulle radici del «mito di Roma», mito che però attraversa tutto l’Ottocento italiano: una «terza Roma», dopo quella dei cesari e dei papi, era stata sognata da Mazzini, prima che da Mussolini. L’antichistica italiana è inquadrata direttamente nell’età del fascismo: Dino Piovan esamina gli esemplari percorsi e le differenti scelte politiche di studiosi come De Sanctis, Ferrabino, Momigliano e Treves, alle prese con il regime ma anche con il ripensamento storico della propria disciplina accademica. Il fascismo, meno interessato alla cultura greca, esibiva una romanità militaresca, disciplinata, dominatrice, virile, più italica che ellenistica, quindi «nazionale». Ma, come mostra Jan Nelis, non era (solo) un mito regressivo, quanto piuttosto un approccio paradossale, palingenetico alla modernità. Per questo è opportuno soffermarsi con attenzione sul «piccone del regime»: quello che operò in Roma città larghi sventramenti allo scopo di creare il «teatro del consenso» e lasciare i monumenti a «giganteggiare nella solitudine» (ma la pratica aveva importanti precedenti di fine Ottocento). Per questo oggi si possono considerare con sguardo nuovo, superato il rigetto totale alla Bruno Zevi, i prodotti dell’architettura durante il ventennio, gli edifici di Vaccaro o Moretti, e persino di Piacentini. I quali produssero in Italia risultati assai migliori rispetto ai classicismi e ai gigantismi creati da Speer in Germania: quella grandiosità celava di fatto un’ossessiva pulsione di sacrificio e morte, cui risposero le bombe angloamericane…
Non c’era poi solo il mondo accademico: l’antico parlava con più immediata evidenza quando era veicolato da mezzi potenti e popolari, come il cinema. Le differenze tra i due regimi, per mezzi e messaggi, si comprendono assai bene ponendo l’opera di Leni Riefenstahl versus quella di Carmine Gallone. Importanti osservazioni vengono anche da eventi come le Olimpiadi di Berlino (1936) e la Mostra augustea della Romanità (’37-’38). Nel caso della Mostra, l’impegno scientifico si mescolò inestricabilmente a una operazione tutta propagandistica. Nel Companion si parla, ovviamente, del Führer in visita a Roma nel maggio 1938, la «giornata particolare» del film di Scola: ma non si parla di Bianchi Bandinelli, l’archeologo e poi antifascista che fece da guida a Hitler e Mussolini, e li ritrasse sotto gli pseudonimi di Mario e Silla nel memorabile Diario di un borghese, pubblicato nel ’48. Negli anni del massimo consenso per il regime, dopo che nel ’36 l’impero era tornato per poco tempo sui colli fatali, pochissimi capivano dove quell’orgia romanolatrica poteva condurre.
Su un tema così vasto, un Companion non può dire tutto: poco utile allora rilevare che manca, per esempio, il ruolo della «romanità» nelle colonie, soprattutto in Libia. Non disturbano troppo i (parecchi) refusi nell’italiano e nel tedesco. Spiace invece certo squilibrio nella concezione e nella qualità dei contributi. Numerose sovrapposizioni erano evitabili con un editing più stringente. Si nota poi che la maggior parte dei saggi è affidata a studiosi stranieri: ossia né italiani né tedeschi. Certo, nazismo e fascismo sono temi di ricerca internazionali, e non necessariamente lo sguardo dall’interno dei paesi coinvolti è il migliore. Ma l’esito è l’emarginazione della ricerca italiana e tedesca e, per contro, la valorizzazione di recenti lavori anglosassoni presentati come «pionieristici», ma di fatto volti a temi già ben studiati (in altre lingue). Sono gli effetti ormai generalizzati del monolinguismo storiografico: diventerà monopensiero?
Incertezze emergono quando si passa dai fatti o dalle idee alle persone: la vicenda culturale degli studiosi e accademici coinvolti nella macchina delle dittature richiede esperienza. Per capire la fascistizzazione dell’Antico si deve conoscere il dettaglio di persone e luoghi (e consultare con cura il Dizionario Biografico degli Italiani). Spiace, per esempio, leggere di D’Annunzio «futurista» (p. 273), o che «gran parte della nostra esperienza attuale di città iconiche come Firenze e Venezia è il prodotto di scorci legati all’era fascista» (p. 345). Dette in inglese, alcune cose fanno forse meno effetto: ma certe osservazioni banali sopra la «totalitarian legacy» in Italia e Germania andavano evitate (p. 448-54). Certo, in Italia sopravvivono segni pubblici del fascismo (e anche ritratti esposti di Mussolini), mentre in Germania no: ma ciò dipende dalle vicende belliche e postbelliche, più che dallo sfondo ideologico dei due regimi, e dei due paesi.

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Perché i Romani misero la malinconia sugli altari

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Antropologia. Da Ippocrate a Ovidio, dalla melancholia all’atra bilis, il mal di vivere in Grecia e a Roma: un saggio di Donatella Puliga tra semantica, antropologia e psicologia

Giuseppe Pucci, “il manifesto”, 21 gennaio 2018

«Non c’è nulla di nuovo sotto il sole», dice il biblico Qohelet. Questo vale anche per quello che nell’epoca moderna – specialmente dopo il fortunato libro di Giuseppe Berto – siamo avvezzi a chiamare ‘il male oscuro’. Lo dimostra, in un intrigante saggio intitolato La depressione è una dea. I Romani e il male oscuro (il Mulino «Antropologia del mondo antico», pp. 248), Donatella Puliga, classicista dell’Università di Siena. L’indagine si focalizza sulle manifestazioni del mal di vivere nell’antichità greca e, soprattutto, romana, ma la depressione è antica quanto l’uomo. Si sarebbe potuto citare a questo proposito il Papiro di Berlino 3024, in cui già sullo scorcio del terzo millennio prima della nostra èra un anonimo egiziano distillò in 156 impressionanti righe la sua cupa voglia di farla finita con una vita che gli appariva insopportabile. I greci, sulla scorta della dottrina di Ippocrate, collegarono la depressione a un eccesso di bile nera (melancholé) nell’organismo. Lo stato di avvilimento e scoramento che tale ‘umor nero’ causava era definito col termine melancholia, dal quale deriva la nostra ‘malinconia’, quella ‘ninfa gentile’ – così la chiamava Pindemonte – nelle cui braccia i romantici si gettarono con morbido compiacimento. Una scelta rilevante I romani, nel chiamare la bile nera atra bilis, fecero una scelta semantica rilevante: a differenza dell’anodino aggettivo niger, che attiene alla sola sfera cromatica, ater ha una connotazione negativa sul piano assiomatico, indica un’oscurità che è anche interiore. A questa virata lessicale si collega un ampliamento dello spettro sintomatico della depressione, che a Roma include l’ira, e il furor, ovvero tutto ciò che mette l’individuo in uno stato di patologica instabilità, che non lo fa più essere padrone di se stesso. Non sfuggiva peraltro agli antichi che a essere melancolici erano sovente i poeti e gli artisti. Un trattato della scuola aristotelica mette chiaramente in relazione melancolia e creatività, osservando che chi soffre di questo disturbo è soggetto a essere ‘posseduto’ da un agente esterno: la follia, ma anche l’ispirazione artistica, che spesso sono le due facce di una stessa medaglia. Un’idea, questa, che avrà lunga fortuna in età moderna, da Marsilio Ficino a Baudelaire, da Dürer a Van Gogh a Munch e oltre. Acuminate pagine Puliga dedica al mal di vivere in alcuni grandi della letteratura latina: Lucrezio, Cicerone, Orazio, Seneca, e specialmente Ovidio, il poeta che più e meglio di ogni altro seppe notomizzare, senza reticenze, anzi quasi con clinica precisione, la depressione in cui piombò negli anni del forzato esilio sulle lontane coste del Mar Nero. Egli si rendeva lucidamente conto del fatto che il suo malessere era psicofisico («la mia mente non sta meglio del mio corpo, l’una e l’altro sono malati e io sopporto una doppia infermità». L’angoscia (anxietas animi) che mai lo abbandonava (quae mihi sempre adest) e la ‘noia’ (taedium), ovvero il disgusto per la vita, lo portavano a coltivare il desiderio di morte (amor mortis), anzi a vedersi già come un morto che cammina. Nondimeno riuscì a dare una veste letteraria sofisticatissima (il capitolo che il saggio gli dedica si intitola, molto appropriatamente, l’arte di essere depresso) a questa sua fondamentalmente sincera autoanalisi, trovando proprio nella scrittura l’unico possibile sostegno terapeutico: «Se vivo, e resisto … devo ringraziare te, o musa. Tu mi dai sollievo … tu vieni a me come una medicina». Il contributo più originale del libro sta però nell’individuazione di una differenza semantica tra gli antichi e noi, che rivela una interessante differenza antropologica (Puliga è membro attivissimo del Centro Antropologia e Mondo Antico di Siena): noi associamo la depressione all’essere schiacciati verso il basso, come gravati da un peso (è questo il significato del verbo de-primere), mentre i romani la collegavano all’idea del ‘marcire’, dell’andare in putrefazione. Anche l’animus, la sede immateriale delle facoltà psichiche, poteva secondo i romani decomporsi al pari della materia organica. Ma la categoria del marcio era più ampia per loro che per noi: marcidus/murcidus comprendeva tutto ciò che è fiacco, languido, vacillante, torpido, obnubilato. La depressione era perciò vista come uno stato di spossatezza, di abbattimento, di progressivo venir meno delle forze vitali. Triangolo di Lévi-Strauss Molto opportunamente Puliga confronta la pregnante metafora del marcio a Roma con il noto ‘triangolo culinario’ di Lévi-Strauss – ai vertici del quale stanno il crudo, il cotto e il putrido –, osservando che se in quello schema il cotto è la trasformazione culturale del crudo e il putrido è la trasformazione naturale tanto del crudo che del cotto, a Roma la condizione di putrescenza non era estranea alla sfera culturale, dal momento che connotava «la deriva delle emozioni e dell’interiorità verso la dimensione della ‘morte nella vita’». La polisemia del marcere latino era ipostatizzata nella figura di Murcia, uno degli innumerevoli ‘piccoli dèi’ che nell’immaginario dei romani presiedevano ai molteplici aspetti dell’esistenza umana e sui quali Sant’Agostino – che ce li elenca – esercitò il suo sarcasmo. Murcia aveva il potere di infiacchire gli animi, rendendo l’individuo non reattivo, privo di iniziativa, di entusiasmo. Possiamo perciò dire – echeggiando il titolo del libro – che i romani misero la depressione sugli altari. Apparentato alla sfera del marcio era – spiega Puliga – un altro termine che i romani utilizzavano per definire il male oscuro: veternus. Collegato etimologicamente a vetus (vecchio), indica la degenerazione conseguente alla senescenza (il cui esito finale è appunto la putrescenza) e la fenomenologia psichica che l’accompagna (letargia, indolenza, apatia: qualcosa di simile all’akrasía dei greci), rendendo in qualche modo vecchi prima del tempo. È noto che in inglese e in altre lingue moderne, per alludere alla depressione si usa l’espressione idiomatica ‘cane nero’ (sorprenderà apprendere che l’applicava a se stesso anche Churchill, che conosciamo per uomo tutt’altro che abulico). Non tutti sanno però che l’attribuzione della metafora a Orazio, che si legge anche in autorevoli dizionari, è frutto di un curioso equivoco. Orazio – chiarisce Puliga – parla di una ‘compagna nera’ (comes atra) che perennemente affianca il malinconico, non di una cagna (canis) nera! Schiavi melanconici Benché a Roma gli schiavi fossero considerati alla stregua di cose (res), erano pur sempre esseri umani, e dunque accadeva anche a loro di cadere nella depressione (certo la loro condizione gliene dava più di un motivo). Scopriamo però con Puliga che un serio dibattito divise i giuristi romani sulla possibilità di chiedere indietro al venditore il prezzo pagato per un servus melancholicus. Le cose potevano avere un’anima sofferente? L’ultimo capitolo del libro (Murcia in convento) indaga quella particolare forma di depressione che rappresentava il lato oscuro della vita monastica: quell’inerzia eccessiva a cui portava la vita contemplativa diventerà il vizio capitale dell’accidia. Molti sono i fili con cui l’autrice ha tessuto la sua tela: se l’ordito è rappresentato dalla civiltà classica e dall’antropologia, la trama è data dalla psicologia, dalla psichiatria e anche dalla fisiologia. In tutti questi campi Donatella Puliga si muove con sicurezza e scioltezza: la sprezzatura della scrittura lascia comunque trasparire l’ingente lavoro di ricerca multidisciplinare di cui il saggio è apprezzabile frutto.

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Agamennone e Clitennestra, Medea e Giasone. Il fascino allusivo di narrazioni senza tempo

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Oggi le leggende arcane rivivono nell’inconscio
A determinare ogni evento provvede la forza irresistibile del fato

Franco Manzoni, “Corriere della Sera”, 9 gennaio 2018

Mistero e memoria, simbolo e rito, fenomeno inconscio e identità culturale, sensibilità dello spirito e pensiero primordiale. Quante sembianze, sfumature e potenziali diverse interpretazioni possiede ogni grande mito greco!
Un racconto senza dimensione cronologica, eterno perché cerimonia sacra, evento che non è semplicemente ricordato, bensì ogni volta a cui si attinge risulta attuale, vale a dire presente e vivo in misura assoluta. È l’opposto della storia, che colloca ciascun avvenimento in un tempo preciso. Mentre nella tensione leggendaria tendono a mescolarsi la natura, l’uomo, gli eroi, le potenze divine in un’azione collettiva, al contrario scienza e filosofia eliminano le associazioni per contrasto, equivoci, allusioni, in nome della razionalità e dell’esperienza tangibile.
Per comprendere il senso della narrazione simbolica i lettori del terzo millennio devono appropriarsi della civiltà ellenica e del significato del mito per i Greci antichi. Soltanto in tale modo è possibile accostarsi a quell’esperienza originaria, prodotto di un’evoluzione di spirito e pensiero, talmente profonda da riemergere nell’uomo occidentale d’oggi grazie alla cassaforte invisibile dell’inconscio.
La nascita dell’esperienza mitica va a coincidere con l’artista posseduto, in delirio, ispirato dalle divinità: il poeta esercita la propria mnemotecnica, ricorrendo fedelmente alla tradizione, conservata nei secoli, e trasmette oralmente ciò che è stato vissuto o raccontato da un precedente testimone. Spesso viene ricordato come cieco che percepisce l’invisibile, la realtà che sfugge allo sguardo umano. È il caso dei numerosi aedi, passati nella storia della letteratura sotto l’unico nome di Omero.
Ciò che narra il cantore rappresenta il ritorno alle origini, il ripristino delle condizioni iniziali di un’armonia cosmica perduta, la rammemorazione di avvenimenti arcaici, la loro ripetizione nel rito della parola. Il linguaggio coincide così col ricordo nello sforzo continuo di suturare le colpe commesse di generazione in generazione, le ingiustizie compiute inconsapevolmente, di cui si è macchiata l’umanità e non solo.
Nella Teogonia , il poema di Esiodo che racchiude una trattazione unitaria della genealogia degli dèi, si procede difatti a descrivere la creazione delle divinità nel passaggio del potere attraverso il parricidio e l’incesto, come accadeva nelle altre civiltà mediterranee coeve. Crono, mostro polimorfo per gli iniziati all’orfismo, creatore dell’uovo cosmico che aprendosi diede origine alla terra e al cielo, evira il padre Urano, Zeus mette in catene il padre Crono. Intanto le unioni si susseguono tra fratello e sorella.
In un tempo senza legge, quello della leggenda, tutto è lecito e a determinare ogni accadimento è la forza del destino, che esula pure dal volere delle potenti divinità antropomorfe. Tocca al poeta narrare gli aneddoti eziologici, che sono espressi per spiegare il senso etico e cosmico dell’oracolo e delle sue profezie. Gli eroi, i semidei e tutti gli esseri umani non sono altro che marionette mosse dal Fato. Si pensi al re di Micene, comandante supremo dei Greci nella guerra contro Troia: al suo ritorno Agamennone è atteso per essere ucciso dalla moglie Clitennestra e dal suo amante Egisto. O l’astuto Odìsseo, l’Ulisse dei latini, che in Omero vorrebbe subito tornare agli affetti familiari ad Itaca, ma è costretto a compiere altri dieci anni di affascinanti avventure per volere di Poseidone, dio del mare che lo avversa. Solo con Dante diviene l’eroe desideroso di conoscenza e verità, un viaggiatore che cerca l’ignoto, senza alcun desiderio di fare ritorno alla propria isola.
Oppure Medea tradita da Giasone, che giunge ad uccidere i figli da lui avuti per vendicarsi, o Antigone messa a morte dalla politica per aver infranto le legge seguendo l’impulso della pietà e dell’affetto familiare, per non dire dell’innocente Edipo, figlio di Laio colpevole di pederastia, e per questo costretto dalla violenza del destino a uccidere il padre e a procreare figli dalla madre Giocasta: è il maledetto di una famiglia esecrabile, che deve essere interamente cancellata. Qui Freud e la psicanalisi irrompono a farne materia di analisi dell’inconscio, rendendo eterno e contemporaneo il mito.

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Edipo ha tante facce non solo quella di Freud

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La sua tragedia parla soprattutto della giustizia
Eva Cantarella, “Corriere della Sera”, 9 gennaio 2018

La tragedia di Edipo ha inizio il giorno in cui questi, a bordo del suo carro, giunge a un crocicchio dove, al termine di un diverbio, uccide il proprietario di un carro arrivato insieme al suo, che pretendeva gli fosse data la precedenza: senza sapere che quell’uomo era suo padre. Edipo, infatti, si credeva figlio del re di Corinto Polibo, al quale era stato consegnato da neonato, e che lo aveva cresciuto come fosse suo figlio. Non sapeva che il suo vero padre era Laio, il re di Tebe, che lo aveva abbandonato in fasce, sperando in questo modo di evitare una maledizione secondo la quale sarebbe stato ucciso da suo figlio, scagliata contro di lui da Pelope, del quale egli aveva violentato uno dei figli. Per questo, quando sua moglie Giocasta aveva partorito Edipo, Laio (dopo aver forato con un ferro le caviglie del bambino per poterlo appendere a una correggia, donde il nome Edipo, che vuol dire «piede gonfio»), aveva ordinato di abbandonarlo.
Ma torniamo al momento dell’incidente stradale, per così chiamarlo. Il diverbio sulla precedenza aveva avuto luogo mentre Edipo tornava da Delfi, dove il dio, da lui interrogato per sapere perché un compagno di giochi lo aveva chiamato «bastardo», gli aveva dato un terribile responso: «Un giorno ucciderai tuo padre e sposerai tua madre». Più che comprensibilmente sconvolto, Edipo non osava tornare a Corinto, terrorizzato all’idea di uccidere quelli che credeva i suoi genitori, e aveva preso la strada per Tebe, dove, incontrandolo, aveva ucciso Laio: ancora non lo sapeva, ma la prima parte dell’oracolo si era avverata, e la seconda stava per avverarsi. Proseguendo per il suo cammino, infatti, egli era giunto alle porte di Tebe, dove aveva incontrato la Sfinge: un essere orribile, dal corpo di leone e la testa di donna, che terrorizzava e uccideva i Tebani, ponendo un enigma insolubile e divorando chi non sapeva risolverlo. Ma Edipo ci era riuscito: alla domanda «qual è l’essere che cammina a volte a due gambe, a volte a tre, a volte a quattro, ed è più debole quando ha più gambe?», aveva risposto: «È l’uomo, che da bambino cammina su mani e piedi, da adulto sulle due gambe, e da vecchio appoggiato a un bastone». Sconfitta, la Sfinge si era suicidata e i Tebani, in segno di riconoscenza, gli avevano offerto in moglie la vedova di Laio: Giocasta, sua madre. Anche la seconda parte dell’oracolo si era avverata, e la tragedia di Edipo stava per compiersi.
La città era stata colpita da una grave carestia che, secondo l’oracolo, sarebbe cessata solo quando fosse stato allontanato l’uccisore di Laio. Al termine di una lunga inchiesta, condotta dallo stesso Edipo, la verità viene scoperta: alla luce della spaventosa rivelazione, Giocasta si impicca ed Edipo si acceca.
Così finisce la tragedia Edipo re di Sofocle, ma la storia non si conclude qui: a raccontare il seguito, infatti, è di nuovo Sofocle nell’Edipo a Colono.
Cieco, vecchio e stanco, Edipo, con le figlie Ismene e Antigone, che ha avuto da Giocasta, giunge ad Atene, dove un tuono annuncia che è arrivato il momento della sua morte. Ma questo Edipo, quello che muore ad Atene, è molto diverso da quello dell’Edipo re. E proprio per questo è il personaggio che offre ai Greci l’occasione per riflettere sul problema della responsabilità e della colpa.
Nell’Edipo re, infatti, quando scopre la verità Edipo si punisce accecandosi, anche se, come ha detto, ha agito «perché era scritto». In altre parole: non aveva agito volontariamente. Era stato il destino, erano stati gli dèi che avevano mosso la sua mano. Ma nell’Edipo a Colono afferma che in lui non esiste «macchia di colpa» e quindi non può essere biasimato, perché, dice, «ho subito, non volendo, uccisioni e nozze e sventure: se l’oracolo vaticinò a mio padre che sarebbe morto per mano mia, come è possibile accusare me, che allora non ero stato neppur generato?»
Sono radicalmente diversi i due Edipi sofoclei. Per capirne la ragione bisogna pensare al momento in cui andarono in scena: un momento in cui era ancora forte lo scontro tra la nuova civiltà giuridica, per la quale si rispondeva solo degli atti compiuti volontariamente, e l’antica cultura della vendetta, per la quale l’atteggiamento soggettivo dell’agente non aveva alcuna rilevanza: contavano solo i fatti. La tragedia di Edipo rifletteva le contraddizioni di un momento storico in cui Atene discuteva con il suo passato.
E adesso veniamo all’interpretazione moderna del mito. Quasi superfluo ricordare che a partire dal 1900, anno della pubblicazione dell’ Interpretazione dei sogni di Sigmund Freud, esso è considerato la base della teoria secondo la quale il primo impulso sessuale infantile sarebbe indirizzato verso la madre, mentre verso il padre si rivolgerebbe il primo impulso di odio e violenza. L’eventuale riaffiorare di simili impulsi in età adulta sarebbe la causa di stati patologici, che la psicoanalisi dovrebbe curare attraverso un percorso di ricerca nei meandri della psiche analogo a quello condotto da Edipo alla ricerca della verità. Ma la storia di Edipo raccontata da Sofocle non è l’unica che la mitologia greca ha tramandato, e non è quella originaria.
In Omero Giocasta (chiamata Epicaste) si uccide, ma Edipo non si acceca né va in esilio. Egli continua a vivere e muore nella sua città, rimanendone il re: in Omero, come ha scritto lo storico francese Jean-Pierre Vernant, troviamo «un Edipo senza complesso», per il quale l’incesto non era un tabù. Del resto, la Teogonia di Esiodo non è forse un susseguirsi di incesti, che non sembrano creare alcun problema? L’incesto è aggiunto alla storia di Edipo da Sofocle, e da lui usato con indiscutibile efficacia come materiale tragico. L’interpretazione freudiana, basata esclusivamente sull’Edipo sofocleo, non tenendo conto della complessità dei miti, può portare fuori strada chi cerca di capire quello dello sfortunatissimo re di Tebe.

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Armi e donne, la forza di Traiano

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Nato in Spagna, portò l’impero alla massima estensione. Scampò a un terremoto e costruì un ponte rimasto per un millennio il più lungo. La moglie introdusse il primo welfare per i bambini. Una mostra lo celebra a 1.900 anni dalla morte

LIVIA CAPPONI, “La Lettura”, 31 dicembre 2017

Marco Ulpio Nerva Traiano, di cui Roma celebra i 1.900 anni dalla morte con una mostra ai Fori Imperiali, fu il primo imperatore proveniente da una provincia e non dall’Italia. Originario di Todi, ma nato nel 53 d.C. a Italica (Andalusia), come generale di successo portò l’impero alla sua massima espansione, secondo un piano grandioso già auspicato da Giulio Cesare. Dodici anni dopo che il suo predecessore Domiziano aveva stipulato con il re di Dacia (Romania) Decebalo una pace ignominiosa, Traiano conquistò la regione in due campagne (101-102 e 105-106) motivate soprattutto dal desiderio di gloria, oltre che di sfruttare le miniere d’oro della Transilvania, e stabilì il Danubio come confine naturale dell’impero.

Rimanevano da fare i conti con l’impero dei Parti, eredi dei Persiani: una vittoria contro di loro avrebbe consentito a Traiano di configurarsi come il nuovo Alessandro Magno. Dopo accurati preparativi strategici, dalla costruzione di porti (Ancona, Fiumicino, Civitavecchia, Terracina) alla conquista dell’Arabia, allo scavo di un canale fra il Nilo e il Golfo di Suez, e accordi diplomatici con città e re locali, nel 113 Traiano partì per l’Oriente, e dopo i primi successi, nel 114 il Senato gli decretò il titolo di Optimus, «il migliore», che lo rendeva assai fiero perché si riferiva alle qualità morali ancor più che a quelle militari (Cassio Dione). Il soprannome stabiliva un parallelismo ideale fra Traiano e Iuppiter Optimus Maximus, contribuendo ad avvicinare l’imperatore al dio. Ad Antiochia Traiano trascorse l’inverno del 115, e in dicembre sopravvisse miracolosamente a un terremoto che sconvolse la città per diversi giorni. Si salvò fuggendo da una finestra dell’abitazione in cui si trovava — secondo la leggenda circolata in seguito, fu portato fuori pericolo da una creatura di dimensioni sovrumane, celebrata sulla monetazione del 115 come «Giove salvatore del padre della patria».

Il sovrano sopravvisse anche a numerosi attentati sul fronte: già dall’età di cinquant’anni era infatti facilmente riconoscibile per i capelli bianchissimi. Ripartito per la guerra, a gennaio del 116 entrò nella capitale dell’impero partico, Ctesifonte, dove fu salutato come Imperator e prese il titolo di Parthicus, atto che segnò la fine della guerra. Di qui in poi, però, la sua proverbiale fortuna lo abbandonò.

Dalla Libia e dall’Egitto, una grande insurrezione ebraica si estese a Cipro, Siria, Mesopotamia e Giudea. I territori appena conquistati furono persi, e dovettero essere sottomessi con gravi perdite. Gli Ebrei, che chiamavano Traiano «Trogianus il malvagio», capovolgimento consapevole del soprannome Optimus Princeps, si scagliarono in una disperata guerra contro gli dèi e l’impero, in cui distrussero templi e monumenti pagani con preciso intento iconoclasta. È possibile che la campagna orientale di Traiano fosse stata interpretata come lo sconvolgimento dei popoli che, secondo i testi scritturali, preannunciava l’avvento del Messia; il terremoto di Antiochia del 115, per di più, poté essere visto come l’annuncio della salvezza. Circolarono varie leggende sulle atrocità commesse sia dagli Ebrei sia dal generale africano Lusio Quieto, poi destituito da Adriano, successore di Traiano. Intanto, l’imperatore fu colpito da ictus e altre malattie. Si mise in viaggio per l’Italia, ma non vi giunse: morì per edema polmonare o infarto a Selinunte in Cilicia (Turchia) ai primi di agosto del 117.

Molto importante fu il ruolo delle donne di Traiano, soprattutto della moglie Pompeia Plotina, originaria di Nîmes e detta da Plinio sanctissima foemina; non ebbe figli ma fu influente in politica e si propose col marito come benefattrice della società civile — l’institutio alimentaria fu il primo esempio di politica di welfare per i bambini poveri dell’Italia. Lei e la sorella di Traiano, Ulpia Marciana, furono divinizzate alla morte e ricevettero un culto pubblico. L’ideologia della coppia imperiale era il buon governo di stampo paternalistico secondo i principi dell’etica stoica; un impero pacificato, cosmopolita, ecumenico, culturalmente ellenizzato, sostenuto da una classe dirigente provinciale a scapito del tradizionale primato politico ed economico dell’Italia e del Senato di Roma.

Altra figura emblematica fu Apollodoro di Damasco, architetto di origini arabe (il suo vero nome era Abodat) e intimo amico di Traiano, che poi finì ucciso per aver criticato Adriano. Apollodoro fu l’artefice di opere d’avanguardia; tra queste, oltre a porti e acquedotti, il Foro, i Mercati traianei e la Colonna traiana, sul cui fregio a spirale, geniale storytelling per fotogrammi, è egli stesso ritratto mentre inaugura con l’imperatore il ponte sul Danubio, lungo 1.135 metri, costruito in soli due anni per consentire il passaggio dell’esercito in Dacia: i resti sono ancora visibili presso Drobeta in Romania. Per oltre mille anni fu il più lungo ponte ad arcate del mondo.

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Il romano che flagellò Attila

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GIOVANNI BRIZZI, Ezio ultimo eroe d’Occidente, “La Lettura”, 31 dicembre 2017

L’uscita in traduzione del bel volume di Ian Hughes Ezio. La nemesi di Attila (Leg) stimola a una riflessione su un personaggio straordinario, ancorché a molti sconosciuto e, certo, meno noto di quell’Attila del quale, come recita il sottotitolo, egli pure fu il vincitore e addirittura la nemesi. Eventi narrati anche dal recente romanzo storico Flavio Ezio di Emilio Paterna (Castelvecchi). Comandante militare dell’Impero romano d’Occidente dal 425 al 454, per quasi trent’anni (Stilicone, altro valoroso condottiero, lo fu solo per tredici…), Flavio Ezio (amerei maggiormente la grafia Aezio, alla latina) fu, di fatto, un autentico katechon, costituì cioè l’elemento umano capace di ritardare un processo irreversibile, la fine dell’Impero che profondamente amava, così da rappresentare l’indiscusso protagonista di un’età incerta, travagliata e complessa, i decenni, fragorosi, che precedono la «caduta senza rumore» dell’Occidente romano. Trattare di lui in modo completo non è possibile in questa sede. Ci limiteremo quindi, partendo dal sottotitolo del libro di Hughes, a definire uno degli aspetti fondamentali di questa figura, quello del grande capo di guerra, limitandoci per di più a una fase soprattutto, l’ultima, della sua attività.

Comandante straordinario, durante la sua vita Ezio fu infatti militarmente impegnato in ben quindici campagne; e fu battuto una volta soltanto, da Bonifacio a Rimini, nella primavera del 432. Qui, fors’anche per ovviare alla schiacciante superiorità numerica di cui godevano le forze avverse, il nostro avrebbe cercato, nel segno della più nobile tradizione eroica di Roma, la singolar tenzone con il comandante nemico, e lo avrebbe infine ucciso; ma sarebbe stato ugualmente sconfitto. Fu pe rò contro il leggendario capo degli Unni, sua vittima illustre (nel Chronicon ad ann. 451 lo storico Marcellino lo definisce «terrore del re Attila»), che rifulse al mas-simo il valore di Ezio: e se la vittoria ai Campi Catalaunici (451 d.C.), l’unica sconfitta che Attila abbia mai subito in acie, in campo aperto, autentico capolavoro tattico, non impedì all’Unno, fortunosamente salvatosi dall’annientamento, di ritentare, invadendo l’anno dopo l’Italia, anche la successiva campagna nella nostra penisola vide rifulgere l’abilità di Ezio. Non alla miracolosa ambasceria di papa Leone I, attestata da Prospero ma trascurata da Idazio, bensì di nuovo al genio, questa volta strategico, di Ezio si deve almeno in parte anche il secondo insuccesso, destinato a essere definitivo, di Attila; un insuccesso che portò poco dopo alla dissoluzione dell’impero unno. Entrambe le campagne mossero — sembra — da un identico presupposto; quello di logorare le forze dei barbari delle steppe impegnandoli nell’assedio di una piazza ben difesa. A trattenere gli Unni fu, nel primo caso, Orléans; salvata in tempo la quale, Ezio inseguì le forze nemiche fino al Campus Mauriacus. Qui, fra Troyes e Chàlons-sur-Marne, ebbe luogo, ai Campi Catalaunici, la decisiva «battaglia delle nazioni» (Giuseppe Zecchini) tra i Romani, i loro foederati germanici (Visigoti, Alani, Franchi) e l’armata unna, rafforzata a sua volta dagli Ostrogoti e da altri alleati minori. Nel resoconto dello storico Giordane, Ezio, che aveva occupato un colle tra i due eserciti rafforzando la propria sinistra, respinse l’attacco di Attila, mentre i Visigoti prima travolsero gli Ostrogoti sulla loro destra, poi corsero in aiuto dei più fragili Alani di Sangibano, schierati sul centro, che ancora resistevano. Se lo schieramento adottato (con i Romani a sinistra e le unità più deboli al centro) sembra aver fatto scuola alle età successive, poiché torna, teorizzato, nello Strategicon di Maurizio (580 circa), la tattica di tener fermo il nemico, appoggiandosi anche, in chiave difensiva, su un elemento naturale e aggirandolo poi sul proprio lato forte, richiama alla memoria scontri ormai remoti, come il Metauro (contro i Cartaginesi, 207 a.C.) o Cinocefale (contro i Macedoni, 197 a.C.), ben degni dell’«ultimo dei Romani», come lo definì Procopio. Comunque sia, Attila — che, ritiratosi nel suo campo, era ormai rassegnato alla fine e già si era fatto erigere il rogo funebre — fu salvato dalla morte sul campo del re visigoto Teodorico I, sostituito dal figlio Torrismondo, di spirito decisamente antiromano, il quale abbandonò le file della coalizione. Cadde invece Aquileia, l’ anno dopo, saccheggiata e distrutta; ma l’mperizia negli assedi aveva rallentatola marcia degli Unni, permettendo a Ezio, che non aveva truppe sufficienti, di cercare aiuti presso il sovrano d’Oriente Marciano e di organizzare la difesa della penisola. Attila riuscì ad occupare Milano e Pavia, ma fu messo ben presto in difficoltà, oltre che dalla carestia e dalla peste imperversanti in Italia, anche da una micidiale guerriglia che ne esauriva le forze. Quando l’ambasceria composta da papa Leone I, da Gennadio Avieno e da Trigezio, tutti legati a Ezio, lo raggiunse sul Mincio, Attila aveva già ordinato la ritirata; anche perché le forze dell’Impero d’Oriente premevano sui suoi confini. Più che la morte del «flagello di Dio», avvenuta l’anno seguente, a impedire ogni rivincita fu l’ormai tragica debolezza dell’impero unno, destinato a crollare definitivamente nel 455. Fu la duplice sconfitta di Attila a decidere, in fondo, il destino dell’Occidente: avesse vinto ai Campi Catalaunici, l’Unno sarebbe riuscito verosimilmente a occupare la Gallia, aggregando alla compagine che già controllava i Visigoti e i Franchi; avrebbe sostituito nella carica suprema di magister militum lo stesso Ezio e si sarebbe in pratica insignorito dell’Occidente, della regione gallica in particolare, una trentina d’anni prima del crollo dell’Impero, rendendo forse impossibile nel segno della «barbarie» e della «diversità» unna — il «popolo dei cavalli» — l’integrazione del mondo germanico nella società romano-cristiana. Vinse invece Ezio, «tradizionalista e veteroromano… tutto rivolto al passato e incapace di concepire una realtà politico-sociale diversa da quell’Imperium Romanum che gli si stava dissolvendo tra le mani nonostante i suoi eroici sforzi»: così, nella chiusa del suo bellissimo volume Aezio, l’ultima difesa dell’Occidente romano (L’Erma di Bretschneider, 1983), Zecchini ne definisce la figura e il ruolo.  Con la morte del suo estremo difensore, vittima forse soprattutto di un contrasto dinastico suicida, la fine dell’impero di Occidente divenne inevitabile: per affidarci una volta ancora alle parole di Marcellino, «con lo stesso (Ezio, ndr) cadde l’Esperto regno, né finora è stato capace di risollevarsi».

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Il possibile sito della battaglia dei Campi Catalaunici, nei pressi di Troyes, Francia.

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Plutarco, perché questo erudito moderato ci attrae

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Classici antichi. Infinita varietà dei temi trattati, argomentazione pacata, stile gradevole, testi ricchi di aneddoti e citazioni colte: «Tutti i Moralia» tradotti per Bompiani da un’équipe guidata da Lelli e Pisani

Carlo Franco, “il manifesto”, 19 novembre 2017

Si racconta che Arnaldo Momigliano fosse preoccupato di dover scrivere per la «Treccani» la voce su Plutarco, senza averne potuto leggere per intero l’opera. Il testo comparve nel volume XXVII pubblicato nel 1935, e contiene oltre all’informazione di base meditati giudizi, che meritano ancora interesse (però chi cerca oggi la voce fidando nella rete, e non nella carta, trova come autore Attilio Momigliano, l’italianista. Errore non isolato nei materiali Treccani on-line…).
Momigliano per altro aveva ragione. Conoscere per intero l’opera di Plutarco pervenuta sino a noi è impegno non da poco: le quasi cinquanta biografie delle Vite parallele sono più note, assai meno lo sono i saggi riuniti sotto il titolo di Opere morali (Moralia). Dei circa ottanta trattati, talora di poche pagine, talora più ampi, non tutti erano finora disponibili e reperibili in traduzione italiana annotata. Di qui l’iniziativa coordinata da Emanuele Lelli e Giuliano Pisani, che ha condotto studiosi di varia età ed esperienza a mettere insieme in un volume piuttosto corposo tutte le Operette, con testo greco a fronte e note, insieme alle opere non autentiche e ai frammenti (Plutarco, Tutti i Moralia, Bompiani «Il pensiero occidentale», pp. 3192).
L’epoca di Jacques Amyot
Come d’uso nella collana, si sottolinea orgogliosamente come si tratti della «prima traduzione italiana completa» che in età moderna abbia riunito il materiale in un solo volume (il concetto è ribadito nell’introduzione dove si fa la storia delle traduzioni moderne della cospicua raccolta). Certo, non è più l’epoca di Jacques Amyot (1513-’93) che da solo tradusse le Vite e poi le Opere. Né quella di Marcello Adriani (1553-1604) che donò eleganza toscana alle moralità di Plutarco così che i suoi scritti «acquistarono quell’uniformità e quella leggerezza di stile che troppo spesso non ebbero dal loro autore», come scrive l’Ambrosoli, tardivo editore di quella traduzione, integrata con qualche aggiunta (Milano, 1825). Il volume Bompiani è redatto a più mani, come è inevitabile e forse giusto, vaste essendo le competenze richieste. Gli scritti di Plutarco coprono molti ambiti diversi della cultura, dall’etica alla filosofia, dalla critica letteraria alla politica, dalla scienza alla retorica, dalla religione all’erudizione, dalla zoologia alla cultura popolare. Non disturba che le traduzioni, le annotazioni e il commento presentino talora un passo differente, tanto più che nel volume sono ripresi e rifusi anche materiali già pubblicati per altre edizioni parziali. Opportuna è la selezione dei materiali adibiti al commento, dove la completezza sarebbe impossibile e renderebbe il tutto poco utilizzabile: l’introduzione generale alle Opere morali premessa a una celebre collezione francese conta oltre duecento pagine.
Lo scrupolo dei commentatori emerge dalla imponente bibliografia scrutinata, esito dall’intenso lavoro svolto sull’autore negli ultimi decenni. C’è stato infatti un «ritorno a Plutarco»: ne scriveva Carlo Diano nel 1965, e giustamente lo ricorda Pisani. Fino al principio dell’Ottocento era durata una ammirazione altissima per il Plutarco biografo, ispiratore di «egregie cose», e scrittore di temi morali. Invece nell’Ottocento storici e studiosi del positivismo mostrarono una forte delusione, irritati dagli elementi compilativi dell’opera di Plutarco, giudicata poco utile come fonte storica e anche poco originale (ma dire che questo fu esito di una «ottusa filologia», come qui si legge, è eccessivo). Oggi si è tornati a leggere lo scrittore antico con migliore consonanza, accettandolo come è, cercando di trattarlo anche unitariamente, con le Vite a illuminare le Opere morali, e viceversa. Eppure la nostra epoca è molto lontana dal modello degli uomini grandi, è molto allergica alle esigenze di una estesa minuziosa cultura, e molto indifferente al «bello stile». Che cosa dunque attrae verso Plutarco? Non certo la prosa lenta e talora sovraccarica, spesso migliorata dalle traduzioni che attenuano certe ridondanze (basta guardare il testo greco a fronte, derivato da edizioni critiche correnti, per notarlo). A interessare invece è la varietà dei temi che Plutarco seppe affrontare, la sua pacata argomentazione, l’efficace gradevolezza del suo ragionamento. I suoi scritti, soprattutto morali, sono abilmente disseminati di efficaci aneddoti, dotte citazioni, pensose massime. Questo è il frutto non di una mente originale e speculativa, ma di un grande ingegno, capace di decantare con mano sapientissima una lunghissima tradizione culturale.
Scoprire pagine inattese
Tra le tante pagine di questo erudito, moralista, filosofo, teologo e letterato, ciascun lettore può costruire la propria antologia. In effetti, il volume che riunisce tutti i suoi scritti invita a scoprire pagine inattese: una discussione su come leggere la poesia, una riflessione sugli usi alimentari, un dibattito sulla crisi degli oracoli, la descrizione di un rito esotico, un’indagine antiquaria su strani usi romani, i consigli a un assennato uomo politico, una polemica su Erodoto e i Beoti, una declamazione su Alessandro Magno, un saggio di critica letteraria, attacchi contro scuole filosofiche rivali, e altro ancora. Difficile non trovare qualcosa che non attragga, fosse solo per curiosità.
Moderato in ogni atteggiamento
Plutarco è per noi uno dei «frutti più maturi della civiltà ellenica», e il testimone di un ellenismo in versione greco-romana: egli per certi aspetti profittava della pace imperiale, per altri si volgeva al passato, come se il presente non esistesse. Ecco allora, proprio nelle Opere morali, un blandissimo messaggio politico: accettare la supremazia romana, ma non identificarsi con l’impero, che greco non era. Ecco anche lo sguardo al passato: la coscienza di una grande eredità culturale, e il piacere di una erudizione antiquaria. Il panorama culturale di Plutarco è politicamente sicuro, del tutto alieno da tendenze ribellistiche. Moderato egli appare in ogni suo atteggiamento: profondamente pio ma avverso alla superstizione; dotto filosofo ma opportunamente vòlto alla filosofia pratica verificata nei comportamenti di ogni giorno; preoccupato della salute dell’anima ma anche di quella del corpo; teorico della politica ma soprattutto amico dei romani potenti; custode d’identità greca ma, ripeto, intento a discutere soprattutto la Grecia del passato. Plutarco è capace di scrivere discussioni ispirate sulla «democrazia», riferite a Clistene, Solone o Pericle, ossia a situazioni remote di mezzo millennio, e di farlo in un tempo in cui le città greche erano rette dalla élite dei notabili, e l’impero era guidato dal governo di uno solo. Non è divisivo Plutarco, non suscita conflitti: come certi saggisti che portano grisaglie di buona fattura, senza tempo, persone che esibiscono un eloquio forbito e buone letture di tradizione. Perciò li si legge o li si ascolta con piacere: hanno un rassicurante sapore di cultura, che con buona volontà si può anche trovare attuale. Sono gradevoli perché non impegnativi: non ambiscono aprire nuovi mondi, ma insegnano a abitare con stile e dignità d’altri tempi nei mondi che già ci sono.
Le priorità di Plutarco non sono sempre le nostre: nelle simpatiche Questioni conviviali si leggono temi talora bislacchi (l’innesto nei pini, la maniera di dividere le porzioni a tavola, la posizione dell’alfa nella sequenza delle lettere, e così via). C’è un saggio sul problema della scarsa produzione di oracoli in versi da parte della Pizia: tema marginale già al tempo dell’autore. Il quale fu personalmente molto devoto, e ebbe grande interesse per il divino, in ogni forma. Dedicò la sua dotta attenzione ai culti di Iside e Osiride, ellenizzandoli e platonizzandoli secondo la sua maniera, e seppe qualcosa anche sul «dio dei Giudei»; ma non pare aver registrato la comparsa del cristianesimo, a differenza dai più accorti intellettuali del suo tempo. Certo, in compenso Plutarco sapeva stendere pagine ricche di common sense sui rischi derivanti dalla cerimoniosità che impedisce di dire di no; poteva disquisire sul controllo dell’ira senza esibire le nervose agudezas di un Seneca; aveva meditato bene il suo amatissimo Platone; poteva comporre ampie dossografie sulle dottrine più importanti delle scuole filosofiche greche (utili oggi, dopo la perdita degli originali); aveva certe sue idee sulla ‘buona’ politica, e arrivava persino a scrivere frasi forti come questa: «il regime politico che sistematicamente scarica i vecchi, finisce inevitabilmente per riempirsi di giovani assetati di fama e di potere, ma digiuni d’intelligenza politica: e dove l’acquisiranno del resto, se non potranno farsi discepoli o spettatori d’un vecchio che governa?». Tranquilli. Parlava in astratto. Non alludeva ai Renzi-boys.

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L’indulgenza di Scipione

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Il saggio di Gastone Breccia (in uscita per l’editore Salerno) traccia il profilo del militare romano che a soli ventisei anni comandava un esercito di quasi 30 mila soldati. Fu detto l’«Africano» dopo la vittoria sui Cartaginesi a Zama

Paolo Mieli, “Corriere della Sera”, 14 novembre 2017

Sconfisse Annibale ma non lo uccise
Poi venne accusato di tradimento

Racconta Tito Livio che Publio Cornelio Scipione — detto «Africano» a seguito della straordinaria vittoria sull’esercito cartaginese a Zama (202 a.C.) — «compiva la maggior parte delle sue azioni affermando davanti alla gente di aver avuto premonizioni». Forse, prosegue Livio, «davvero il suo animo era dominato da una certa superstizione», o piuttosto «era la gente stessa ad assecondare i suoi ordini e i suoi progetti», quasi fossero stati preordinati da un nume. Quando prese la toga virile, prima di salire sul Campidoglio ed entrare nel tempio, Scipione si isolava dagli altri e se ne restava da solo, appartato, come se dovesse ricevere proprio in quegli attimi l’ispirazione divina. Lasciò altresì diffondersi, «di proposito o casualmente», la leggenda che lo voleva «uomo di stirpe divina». Fu riesumata, afferma ancora Tito Livio, «la diceria — ugualmente falsa — diffusasi una volta attorno ad Alessandro Magno, che cioè egli fosse stato concepito dall’accoppiamento (di sua madre) con un mostruoso serpente». Scipione «non smentì mai la fede in quei prodigi, ed anzi, con una certa abilità, la lasciò crescere»; pur senza compromettersi, cioè senza dire apertamente qualcosa «che andasse in quella direzione».
Gastone Breccia, nel suo straordinario Scipione l’Africano (in procinto di essere pubblicato da Salerno), scrive che sarebbe ingenuo pensare che l’Africano ritenesse davvero d’esser stato concepito da un dio il quale aveva preso le sembianze di un serpente. Ma considera errata l’insinuazione — quasi esplicita nelle parole di Tito Livio — secondo cui l’abitudine di Scipione di ritirarsi in solitudine in un luogo sacro «fosse una recita a beneficio del popolo». Gli dei, mette in evidenza Breccia, nella Roma della fine del III secolo prima di Cristo sono ancora «vive presenze sul colle Capitolino». Ed è naturale che il ventiseienne Publio Cornelio Scipione, il quale nel 210 a.C. era da solo al comando di un esercito di quasi 30 mila uomini, confidasse nell’aiuto divino per poter diventare, come si proponeva, «il vendicatore della patria e della famiglia». Dopodiché è vero che Publio Cornelio si autopromuoveva «nel ristretto numero degli uomini a contatto con gli dei» per completare la rappresentazione di sé come guida predestinata e provvidenziale dello Stato: fin dall’inizio della sua carriera pubblica, pretese che il popolo fosse spinto a seguirlo come si va dietro ad un generale che per metà è un dio.
Ne aveva bisogno. Era divenuto capo della sua gens da giovane, ancora inesperto, dopo la morte in battaglia del padre e dello zio (211 a.C.). Era «nipote e pronipote di consoli e senatori, nato nel seno di una delle famiglie più antiche e illustri, educato fin da bambino a seguire la carriera politica di tutti i patrizi». La sua vita cambiò, secondo Breccia, un giorno di fine inverno del 218 a.C. quando suo padre venne eletto console insieme a Tiberio Sempronio Longo. Era un momento davvero importante nella storia di Roma: «Da un’intera generazione — dalla battaglia delle isole Egadi che nel 241 a.C. aveva posto fine alla prima lunga guerra con Cartagine per il controllo della Sicilia — Roma era la potenza egemone del Mediterraneo occidentale, dove le sue flotte non avevano più rivali». Ma Cartagine aveva saputo risollevarsi e l’espansione nella penisola iberica voluta da Amilcare Barca le aveva procurato «ingenti risorse economiche, con la possibilità di reclutare mercenari in gran numero», aprendo così «prospettive strategiche vantaggiose per una ripresa della lotta». E quando nel 219 il figlio di Amilcare, Annibale, attaccò Sagunto — città amica di Roma, ma fuori dalla sua zona di influenza quale era stata definita nel trattato firmato con i Cartaginesi, che assegnava a Roma stessa un’area con un confine segnato dal fiume Ebro — sul Campidoglio si diffuse un senso di paura e di colpa. Di paura perché fu in quel momento che si intuirono l’aggressività e le grandi capacità militari di Annibale. Di colpa per aver sottovalutato lungo oltre un ventennio (più o meno l’arco di tempo che nel Novecento intercorse tra la Prima e la Seconda guerra mondiale) il «riarmo cartaginese». Fu in quel momento che l’Africano, figlio del suo omonimo Publio Cornelio Scipione, iniziò a sentire in casa le ragioni che motivavano una «condotta aggressiva nei confronti di Cartagine». Roma era ancora parzialmente pervasa da sentimenti pacifisti (alimentati dalla gens Fabia, con il console Marco Fabio Buteone), ma il capo della gens Cornelia, Scipione senior, riuscì a farsi assegnare l’esercito che sarebbe andato a combattere contro Annibale. A suo fratello, Gneo Cornelio, Scipione padre avrebbe lasciato il compito di compiere la missione in Spagna. A sé riservò l’impresa di fronteggiarla nell’alta Italia. E portò al proprio fianco il figlio diciassettenne. Fu in questa occasione che nel 218 il nostro Scipione salvò la vita al padre nella battaglia del Ticino (ma Breccia definisce l’episodio, assieme ad altri dello stesso genere, «poco credibile»).
Nel 216 il futuro Africano riuscì a sopravvivere alla catastrofe di Canne. Cinque anni dopo, in Spagna, persero la vita suo padre e suo zio. E fu di lì a poco che, appena venticinquenne, venne nominato proconsole e spedito in Spagna. Dove, nel 209, sconfisse i nemici a Cartagena. Come? Secondo Breccia, Scipione conosceva la «buona regola per non sbagliare, in guerra»: quella di «concepire piani semplici e affidarne l’esecuzione ai subordinati con istruzioni chiare, essenziali e possibilmente flessibili». Dopodiché la seconda regola, quella per la pace, sarebbe stata di essere particolarmente generoso con gli sconfitti. Dalla fine dell’Ottocento gli storici, o meglio alcuni storici come Theodor Mommsen, hanno messo in discussione l’operazione militare spagnola di Scipione, accusandolo di aver consentito al fratello di Annibale, Asdrubale (che oltretutto gli aveva ucciso il padre e lo zio), di trasferirsi nell’alta Italia mettendo in serio pericolo la penisola. Ma — anche a prendere per buoni questi capi d’imputazione — tutti poi concordano che vada riconosciuto a Scipione il merito di aver concepito fin dal 205 il disegno di andare a combattere la Seconda guerra punica in Africa così da costringere Annibale a lasciare l’Italia.
Prima della battaglia decisiva, Scipione e Annibale si incontrarono su sollecitazione di quest’ultimo. Perché? Secondo Barry Strauss (L’arte del comando, edito da Laterza) Annibale «sapeva che se fosse morto in battaglia e Roma avesse vinto la guerra, sarebbe stato il nemico a scrivere la storia e voleva che in seguito, quando si sarebbero rivolti a lui, Scipione ricordasse l’uomo che aveva incontrato sotto una tenda prima della battaglia».
Scipione vinse nel 202 a.C. a Zama. Da quel momento — all’epoca aveva 33 anni — fu chiamato l’Africano. Ma la sua vita pubblica non si concluse in quei giorni. Dopo Zama, invece di uccidere Annibale o di trascinarlo a Roma in ceppi, Scipione gli salvò la vita. E si prese cura di lui. Anzi si può dire che, come ha scritto Giovanni Brizzi in Annibale (Bompiani), il generale cartaginese trovò «un difensore generoso ed insperato proprio in Scipione», che gli concesse di essere ancora un politico di primo piano nella Cartagine del dopo Zama. Come ha scritto Basil H. Liddell Hart in Scipione Africano (Rizzoli), mettendo a confronto le proposte del vincitore di Zama con quelle che, nel 1919, suggellarono la conclusione della Prima guerra mondiale, «non si può fare a meno di apprezzare la grande moderazione di Scipione a confronto delle condizioni poste a Versailles» agli Imperi centrali dalle potenze vincitrici dell’Intesa. Finché furono gli stessi cartaginesi che si rivolsero a Roma perché li liberasse di quel condottiero.
Contro il parere di Scipione (così argomenta Werner Huss in Cartagine edito dal Mulino), Roma inviò «osservatori» a Cartagine nel 195 a.C. e Annibale fece appena in tempo a fuggire per rifugiarsi, dopo un lungo viaggio, a Efeso sotto la protezione di Antioco di Siria. Che però sarebbe stato, a sua volta, sconfitto dai Romani, cosicché il grande cartaginese fu costretto a riprendere la peregrinazione verso il regno di Bitinia. Annibale da quel momento capì che non sarebbe mai più tornato in patria. Scipione per parte sua era tornato in una Roma che lo aveva accolto sì trionfalmente, ma senza che con ciò i suoi numerosi avversari politici deponessero le armi. Erano, questi avversari, quelli che potremmo definire gli eredi di Quinto Fabio Massimo il temporeggiatore, morto da più di un anno, ma ancora «vivo» nella memoria di coloro che erano sempre stati ostili all’audace vitalità di Scipione. Scipione capì l’antifona e si ritirò all’istante dalla vita politica. La sua successiva assenza dalla scena si può spiegare solo come «rinuncia volontaria», scrive Breccia, mettendo in evidenza come Tito Livio non fornisca «alcuna spiegazione del suo comportamento» di cui, anzi, sembra non essersi neanche accorto.
Scipione, osserva Breccia, fu un grande soldato e comandante; non venne mai battuto e «non ebbe bisogno di comportarsi da eroe» (se non alla sua primissima apparizione sul campo di battaglia del Ticino quando — come si è detto — la leggenda vuole che abbia salvato il padre circondato da cavalieri nemici). Però poi, aggiunge lo storico, «sulla scena ambigua delle lotte di potere nell’orizzonte chiuso della classe dirigente repubblicana, sembrava aver perso l’iniziale spirito di iniziativa». Forse anche per questo, osserva Breccia, la sua figura è rimasta per così dire offuscata nella memoria. Un’«innata sobrietà» fu «la caratteristica più spiccata del suo comportamento, in guerra come in pace». Ma questa «dote» mal si conciliava con il suo desiderio di restare in qualche modo ancora sulla scena pubblica. Fu qui, su questo palcoscenico, che il tribuno della plebe Marco Nevio (fattosi portavoce dei suoi ormai innumerevoli oppositori, che avevano in Catone la loro punta di diamante) citò Publio Cornelio Scipione Africano a comparire al cospetto del popolo per difendersi dall’accusa di proditio, ovvero alto tradimento. Accusa accompagnata da insinuazioni su dissolutezze nella vita privata e sottrazione di denaro pubblico (insinuazioni che mancavano di qualsiasi appiglio documentale). Qualche riscontro poteva avere invece l’addebito di aver accettato un favore da un nemico, il re di Siria Antioco e la concessione al siriano, in cambio di questi favori, di condizioni di pace a lui più favorevoli. Cosa che, ove mai fosse stata dimostrata, avrebbe potuto essere considerata, essa sì, alla stregua di un danno alla res publica. Ma anche in questo caso non c’erano prove inconfutabili.
Ciò nonostante Nevio, sostenuto da uno schieramento che si faceva di giorno in giorno più ampio, si spinse a indicare in lui, nell’Africano, «un politico che voleva farsi dittatore». Anzi: a prendere per buono quest’ultimo decisivo capo di imputazione, per Nevio Scipione era già diventato un «despota». Il tribuno lo accusava, riferisce Livio, di essersi mosso «soltanto per mostrare chiaramente alla Grecia, all’Asia e a tutti i popoli d’Oriente ciò di cui ormai da tempo erano convinte la Spagna, la Gallia, la Sicilia e l’Africa, cioè che un uomo solo era il capo e l’architrave del dominio romano, che la città signora del mondo spariva sotto l’ombra di Scipione, che i suoi cenni prendevano il posto dei decreti del Senato e delle decisioni del popolo». Qui ritroviamo Scipione come un uomo «smarrito», secondo Breccia, «nel labirinto della politica romana, senza più riuscire a essere utile né a se stesso né alla repubblica che aveva finito per temerlo più di quanto non lo avesse amato».
Contro di lui furono assestati colpi durissimi che gli provocarono un’amarezza senza limiti dato che — come è definitivamente accertato — «aveva sempre evitato di forzare la costituzione». Semmai, unica sua colpa individuabile, era stato eccessivamente indulgente verso i propri familiari. Inoltre, secondo Breccia, peccò anche «per ingenuità, tracotanza, eccesso di fiducia nel prestigio di cui godeva presso i concittadini». Ma, giunta l’ora della verità, Scipione decise di non rispondere alle accuse. Si produsse invece in un colpo di scena: ricordò agli astanti che quel giorno cadeva l’anniversario di Zama e li invitò a seguirlo sul Campidoglio, dove avrebbe reso omaggio a Giove Ottimo Massimo. Cosa che tutti fecero. Quel gesto, invece che solo un escamotage per sottrarsi alle imputazioni, fu considerato (e forse voleva esserlo) un atto di resa. E non gli giovò. Resosene conto, dopo quella cerimonia, Scipione lasciò Roma, si ritirò nella sua villa di Literno dove poco tempo dopo, all’età di 52 anni, morì (183 a.C.). Al suo decesso nessuno volle ricordare che era stato merito suo se «le legioni avevano iniziato a trasformarsi nel migliore esercito del mondo antico». E non si parlò neanche del fatto che «grazie alle sue vittorie il dominio di Roma si era ormai esteso su tre continenti». In compenso — se vogliamo dire così — saltò del tutto anche il processo per il «tradimento» in complicità con Antioco. Dopodiché, i suoi avversari, fa osservare Breccia non senza perfidia, «raggiunto lo scopo, lasciarono cadere le accuse». Come, da allora in poi, è sempre accaduto.

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