1 ottobre 331 a. C.: Gaugamela

Gaugamela_utexas

Nella battaglia di Gaugamela (o Arbela, oggi Arbil), il 1 ottobre del 331 a. C. il re dei Macedoni Alessandro sconfisse Dario, re dei Persiani. La testimonianza più antica dell’evento è riportata in un diario astronomico babilonese; la tavoletta è ora conservata al British Museum:

“Il ventiquattresimo [giorno del mese lunare], nel mattino, il re del mondo [Alessandro Magno] [ha instaurato il suo] ordine [lacuna]. Opposti l’uno all’altro, combatterono ed una pesante sconfitta delle truppe [del re fu inflitta da lui]. Il re [Dario, re dei Persiani], le sue truppe lo hanno abbandonato ed alle loro città [sono tornate]. Sono fuggite nella terra del Guti”.

Astronomical diary describing the omens related to the battle of Gaugamela (British Museum

Il racconto di Curzio Rufo

Curzio Rufo, Historiae Alexandri Magni, Liber IV: Il discorso di Dario prima della battaglia
14 “[…] Ad extrema perventum est. Matrem meam, duas filias, Ochum, in spem huius imperii genitum, principes, illam sobolem regiae stirpis, duces vestros reorum instar vinctos habet: nisi quid in vobis, ipse ego maiore mei parte captivus sum. Eripite viscera mea ex vinculis, restituite mihi pignora pro quibus ipsi mori non recusatis, parentem, liberos; nam coniugem in illo carcere amisi. Credite nunc omnes hos tendere ad vos manus, inplorare patrios deos, opem vestram, misericordiam, fidem exposcere, ut compedibus, ut servitute, ut precario victu ipsos liberetis. An creditis aequo animo iis servire, quorum reges esse fastidiunt? Video admoveri hostium aciem, sed quo propius discrimen accedo, hoc minus iis quae dixi possum esse contentus. Per ego vos deos patrios, aeternumque ignem qui praefertur altaribus, fulgoremque Solis intra fines regni mei orientis, per aeternam memoriam Cyri, qui ademptum Meis Lydisque imperium primus in Persidem intulit, vindicate ab ultimo dedecore nomen gentemque Persarum. Ite alacres et spiritus pleni, ut, quam gloriam accepistis a maioribus vestris, posteris relinquatis. In dextris vestris iam libertatem, opem, spem futuri temporis geritis. Effugit mortem, quisquis contempserit; timidissimum quemque consequitur. Ipse non patrio more solum, sed etiam, ut conspici possim, curru vehor, nec recuso quo minus imitemini me, sive fortitudinis exemplum, sive ignaviae fuero.”

“[…] Si è arrivati alla rovina. (Alessandro) ha mia madre, due figlie, Oco, nato per la speranza di questo impero, i principi, celebre discendenza di stirpe reale, i vostri comandanti prigionieri come criminali: se non fosse perché è riposta qualche risorsa in voi, io sono prigioniero per la maggior parte di me stesso. Liberate le mie viscere dai vincoli, restituitemi gli ostaggi, per i quali voi stessi non esitate a morire, il genitore, i figli: infatti persi la moglie in quella prigione. Credete ora che tutti vi tendano le mani, invochino gli dei patrii, implorino il vostro aiuto, pietà, fiducia, perché li liberiate dai vincoli, dalla servitù e dal vitto precario. O forse credete che facciano con serenità da servi a coloro dei quali disdegnano di essere re? Vedo che viene avvicinata la schiera dei nemici, ma quanto più mi avvicino al momento decisivo, tanto meno, per le cose che ho detto, vedo di poter essere contento. Dunque, nel nome degli dei patrii, dell’eterno fuoco che viene portato agli altari, dello splendore del sole che sorge fra i territori del mio regno, dell’eterna memoria di Ciro, che per primo portò in Persia il regno portato via ai Medi e ai Lidi, sottraete all’estremo disonore il nome e il popolo dei Persiani. Andate pronti e pieni di spirito a lasciare ai posteri la gloria che avete ricevuto dai vostri antenati. Nelle vostre destre già portate la libertà, l’aiuto, la speranza di un tempo futuro. Sfugge alla morte chiunque la disprezzi; essa segue tutti i più paurosi. Io stesso non solo per usanza patria, ma anche per poter farmi vedere, vengo trasportato dal carro, e non rifiuto che mi imitiate, sia che diventi un esempio di forza sia di viltà.”

Le ultime fasi della battaglia e la fuga di Dario

Battle-of-Gaugamela-Arbela

XIV, 15 Maximum tamen periculum adibant, quos maxime tuebantur: quippe sibi quisque caesi regis expetebat decus. Ceterum, sive ludibrium oculorum sive vera species fuit, qui circa Alexandrum erant vidisse se crediderunt paululum super caput regis placide volantem aquilam, non sono armorum, non gemitu morientium territam, diuque circa equum Alexandri pendenti magis quam volanti similis adparuit. Certe vates Aristander, alba veste indutus et dextra praeferens lauream, militibus in pugnam intentis avem monstrabat, haud dubium victoriae auspicium. Ingens ergo alacritas ac fiducia paulo ante territos accendit ad pugnam, utique postquam auriga Darei, qui ante ipsum sedens equos regebat, hasta transfixus est. Nec aut Persae aut Macedones dubitavere quin ipse rex esset occisus. Ergo lugubri ululatu et incondito clamore gemituque totam fere aciem adhuc aequo Marte pugnantium turbavere cognati Darei et armigeri. Laevumque cornu in fugam effusum destituerat currum, quem a dextra parte stipati in medium agmen receperunt.

Dicitur acinace stricto, Dareus dubitasse, an fugae dedecus honesta morte vitaret. Sed eminens curru nondum omnem suorum aciem proelio excedentem destituere erubescebat, dumque inter spem et desperationem haesitat, sensim Persae cedebant et laxaverant ordines. Alexander, mutato equo,—quippe plures fatigaverat,—resistentium adversa ora fodiebat, fugientium terga. Iamque non pugna, sed caedes erat, cum Dareus quoque currum suum in fugam vertit. Haerebat in tergis fugientium victor, sed prospectum oculorum nubes pulveris, quae ad caelum efferebatur, abstulerat; ergo haud secus quam in tenebris errabant, abstulerat; ergo haud secus quam in tenebris errabant, ad sonum notae vocis aut signum subinde coeuntes. Exaudiebant tamen strepitus habenarum, quibus equi currum vehentes identidem verberabantur: haec sola fugientis vestigia excepta sunt.

Tuttavia andavano incontro ad un grandissimo pericolo coloro che essi proteggevano: infatti ciascuno aspirava per sé all’onore dell’uccisione del re. D’altronde, sia stata un’illusione ottica o un fatto reale, coloro che stavano attorno ad Alessandro credettero di aver visto un po’ al di sopra della testa del re un’aquila che volava placidamente, per nulla spaventata dal fragore delle armi né dal gemito dei moribondi, e si trattenne a lungo attorno al cavallo di Alessandro più come se fosse sospesa che se volasse. Certo l’indovino Aristandro, vestito di bianco e portando nella destra una corona, additava ai soldati intenti alla battaglia l’uccello, senza dubbio presagio di vittoria. Quindi, dapprima atterriti, un grande ardore e una grande fiducia li incitò al combattimento, soprattutto dopo che l’auriga di Dario, che sedendo davanti a lui guidava i cavalli, fu trapassato da una lancia. E né i Persiani né i Macedoni dubitarono che lo stesso re fosse stato ucciso. Quindi i parenti e le guardie di Dario, con urla lamentose e scomposto clamore agitarono quasi tutto lo schieramento di coloro che, fino ad allora, stavano combattendo con esito incerto. E l’ala sinistra, messa in fuga, aveva abbandonato il carro, che quelli che erano pressati dal lato destro accolsero al centro della linea.

Si narra che, sguainata la scimitarra, Dario fosse stato indeciso se scongiurare con una morte dignitosa l’onta della fuga. Ma sporgendosi dal suo carro si vergognava di abbandonare l’esercito dei suoi, che non si ritirava ancora tutto dalla battaglia, e mentre tentennava tra la speranza e la disperazione, a poco a poco i Persiani cedevano e avevano allentato i ranghi. Alessandro, cambiato il cavallo, poiché ne aveva stremati parecchi, colpiva di fronte coloro che ancora resistevano, alla schiena quelli che fuggivano. Ormai non si trattava più di una battaglia, ma di una strage, allorché anche Dario voltò il suo carro in fuga. Il vincitore era alle calcagna dei fuggitivi, ma delle nuvole di polvere, che si estendevano fino al cielo, li avevano sottratti alla vista; quindi vagavano come immersi nelle tenebre, radunandosi al suono di una voce nota o ad un segnale. Tuttavia udivano bene gli schiocchi delle fruste con cui venivano incessantemente percossi i cavalli che tiravano i carri: furono questi i soli segnati uditi del fuggitivo.

XIV, 16 Cecidere Persarum, quorum numerum victores finire potuerunt, milia XL; Macedonum minus quam CCC desiderati sunt. Ceterum hanc victoriam rex maiore ex parte virtuti quam fortunae suae debuit: animo, non, ut antea, loco vicit. Nam et aciem peritissime instruxit et promptissime ipse pugnavit et magno consilio iacturam sarcinarum inpedimentorumque contempsit, cum in ipsa acie summum rei videret esse discrimen, dubioque adhuc pugnae eventu pro victore se gessit; perculsos deinde hostis ut fudit, fugientes, quod in illo ardore animi vix credi potest, prudentius quam avidius persecutus est. Nam si parte exercitus adhuc in acie stante instare cedentibus perseverasset, aut culpa sua victus esset aut aliena virtute vicisset. Iam si multitudinem equitum occurrentium extimuisset, victori aut foede fugiendum aut miserabiliter cadendum fuit. Ne duces quidem copiarum sua laude fraudandi sunt; quippe vulnera, quae quisque excepit, indicia virtutis sunt: Hephaestionis brachium hasta ictum est, Perdicca et Coenos et Menidas sagittis prope occisi. Et, si vere aestimare Macedonas qui tunc erant volumus, fatebimur et regem talibus ministris et illos tanto rege fuisse dignissimos

Caddero quarantamila Persiani, il cui numero i vincitori poterono calcolare; dei Macedoni si lamentò la perdita di meno di trecento uomini. Del resto il re dovette questa vittoria in maggior parte al suo valore che alla propria fortuna: vinse per il suo coraggio, non, come prima, grazie al luogo. Infatti schierò molto accortamente l’esercito, lui stesso combatté con gran valore e con opportuna valutazione non dette peso alla perdita delle salmerie e dei bagagli, quando si accorse che il punto cruciale era nello stesso campo di battaglia, e si comportò da vincitore quando l’esito della battaglia era ancora in bilico; quindi, quando mise in fuga i nemici sconfitti, tenne dietro ai fuggitivi con maggior prudenza che foga, cosa che a stento si potrebbe credere, dato l’ardore del suo animo. Infatti, se avesse continuato ad incalzare i fuggitivi mentre parte del suo esercito si trovava ancora impegnata in campo, sarebbe stato o sconfitto per colpa sua o avrebbe vinto grazie al valore altrui. E se avesse avuto timore della massa di cavalieri che lo assalivano, avrebbe dovuto, benché vincitore, o scappare vergognosamente o cadere miserevolmente. Neppure i comandanti delle sue truppe devono esser privati del suo elogio; infatti le ferite che ognuno aveva riportato sono testimonianze di valore: un braccio di Efestione fu trafitto da una lancia, Perdicca, Ceno e Menida per poco non furono uccisi dalle frecce. E, se davvero vogliamo considerare chi erano allora i Macedoni, dovremo confessare che sia il re fu degno di tali sudditi sia essi degnissimi di cotanto re.

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Il sito latinorum.tk è nato per accompagnare le mie lezioni dedicate alla cultura latina, per proporre divagazioni "extra ordinem" sulla classicità e per condividere in rete percorsi e materiali. Si tratta di un lavoro in fieri, che si arricchirà nel tempo di pagine e approfondimenti. Grazie anticipatamente a chi volesse proporre commenti, consigli, contributi: "ita res accendent lumina rebus…" Insegno Italiano & Latino al Liceo Scientifico ”G. Galilei” di San Donà di Piave, in provincia di Venezia. Curo anche il blog illuminationschool.wordpress.com e un sito dedicato a Dante e alla Divina Commedia, www.dantealighieri.tk.
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