Antico presente

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S. Sensini, L’idea di Roma: un modello eterno, “PBM Storia”, maggio 2013

L’impero d’Occidente è finito nel 476 d.C., quello d’Oriente un millennio più tardi. Eppure la vitalità di Roma – della sua storia e della sua eccezionale eredità culturale – è sopravvissuta nel tempo e si è riproposta nella successiva tradizione europea, dando ispirazione e fondamento ai pensieri individuali non meno che ai sogni collettivi.

Cola di Rienzo, tribuno nella Roma del Medioevo

Roma, primavera del 1347. Nella città orfana della sede papale, trasferita ormai da alcuni anni ad Avignone, nel sud della Francia, l’orologio della storia sembra improvvisamente tornare indietro di molti secoli. Dalla caduta dell’impero romano non si sentiva più parlare dei tribuni della plebe, ed era da tempi ancora più remoti che quella carica non era rivestita da un magistrato indipendente, invece di essere uno dei tanti titoli onorifici del principe di volta in volta regnante. Ora, a ottenere per sé quella prerogativa e a diventare il politico più potente della città, con una solenne investitura sul Campidoglio, era un uomo di umilissime origini, Cola di Rienzo (1313-54). Fu quello il vertice del suo sogno di restaurazione dell’antica grandezza di Roma.Il ripristino dell’antica magistratura non era stato una scelta casuale. Secondo la Cronica del cosiddetto Anonimo romano, un testo coevo al quale dobbiamo il racconto più dettagliato della parabola politica di Cola, sin da giovanissimo egli «per tutto il giorno studiava le iscrizioni marmoree sparse intorno a Roma: e non c’era nessun altro, oltre a lui, che fosse in grado di leggere le epigrafi antiche. Traduceva ogni genere di antico testo, e sapeva interpretare correttamente le figure di marmo». La sua divorante passione per le antichità si manifestava anche nella sua biblioteca, ricchissima di autori latini: Seneca, Cicerone, Valerio Massimo, Cesare e naturalmente Livio; il nome del grande storico viene citato ripetutamente nella Cronica: «leggeva frequentemente Tito Livio»; e più avanti: «aveva molti libri, sia Tito Livio sia altre storie di Roma» e ai suoi compagni «parlava della potenza dei Romani » sulla base delle «storie di Tito Livio». Il suo sogno di romanità durò tuttavia poco: dopo alterne vicende, a sette anni dall’investitura in Campidoglio, Cola, inimicatosi i nobili e poi il papa, che in un primo momento lo aveva sostenuto, fu massacrato da quello stesso popolo che nel 1347 lo aveva osannato. Una targa collocata a Roma nel 1872 nei pressi del luogo dove nacque lo ricorda come «l’ultimo dei tribuni»; una sua statua posta nel 1887 sul Campidoglio rappresenta simbolicamente il suo desiderio di far rivivere l’Urbe attraverso i frammenti architettonici antichi che formano la base del monumento.

Machiavelli e gli «antiqui huomini»

Sant’Andrea in Percussina, dicembre del 1513. Da quando i Medici erano tornati a Firenze con l’appoggio spagnolo,Niccolò Machiavelli (1469-1527), che per la repubblica fiorentina aveva svolto in quindici anni un gran numero di delicate missioni diplomatiche, aveva molto tempo libero. In una lettera all’amico Francesco Vettori egli racconta le proprie oziose giornate, spese tra la caccia e le partite a carte all’osteria. Ma alla sera le cose cambiano: mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; e in sull’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanità mi rispondono. Sono parole che bene illustrano il rapporto con i classici del massimo pensatore politico del Rinascimento: i libri latini e greci sono l’unico cibo che il «segretario fiorentino», come amava firmarsi, sente perfettamente congeniale a sé; libri con cui egli instaura un dialogo serrato: domanda, chiede conto, cerca di capire, e i classici, maestri di “umanità”, gli rispondono.Ed è probabilmente proprio in quello stesso 1513 che Machiavelli iniziò i Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio (apparsi postumi nel 1531), un trattato politico che assume la forma di un commento continuo ai primi dieci libri dello storico latino, l’esposizione di un pensiero originale che si genera dal costante confronto con le grandi vicende della monarchia e della repubblica arcaica romana per come sono raccontate da Livio. In questo modo la storia di Roma diventa una vicenda esemplare: Roma è il luogo in cui tutto è già accaduto, una specie di gigantesco laboratorio di tutte le forme politiche, dalla monarchia alla repubblica, dalla tirannide alla dittatura, una miniera di insegnamenti a disposizione del moderno teorico della politica, di chi voglia studiare i rapporti fra potere e società civile.

Stato di New York, maggio del 1783.

La guerra d’indipendenza americana non è ancora conclusa: la pace definitiva sarà firmata a Versailles, in Francia, solo nel settembre di quello stesso anno. Ma l’esito del conflitto è ormai chiaro, si tratta solo di rendere ufficiali la sconfitta inglese e la nascita di una nuova realtà politica, gli Stati Uniti d’America. Un gruppo di ufficiali decide allora di dare vita a un coordinamento tra militari di rango superiore – la condizione è aver servito nell’esercito o nella flotta per almeno tre anni – per promuovere la coesione fra le tredici ex colonie e assistere i congiunti dei propri membri. L’organizzazione assume il nome di Society of the Cincinnati, “Società dei Cincinnati”, e adotta come motto la massima Omnia reliquit servare rem publicam, la cui sintassi latina è discutibile, ma il cui significato ultimo è chiaro: “lasciare ogni cosa per correre in aiuto dello stato”. Così si era comportato nel 458 a.C. Cincinnato, nominato dittatore in un momento di gravissima difficoltà dell’esercito romano, mentre era impegnato ad arare il suo piccolo podere al di là del Tevere.A quella vicenda Livio aveva dato grande rilievo, anche per il modo in cui si era conclusa: dopo quindici giorni, risolta l’emergenza per la quale era stato chiamato, Cincinnato aveva deposto la carica, che pure avrebbe potuto rivestire per altri cinque mesi, ed era tornato al lavoro nei campi. Un modello di disinteresse per il potere e di attenzione a non abusare delle amplissime prerogative che la dittatura metteva a sua disposizione. Quel modello sembrava essersi incarnato, dopo oltre due millenni, nella figura di George Washington (1732-99): ricco possidente di piantagioni in Virginia, poi comandante in capo delle truppe rivoluzionarie durante la guerra d’indipendenza, ottenuta la vittoria aveva lasciato l’esercito ed era tornato a occuparsi delle sue proprietà. E lo stesso avrebbe fatto quindici anni dopo, nel 1797, al termine dei due mandati come primo presidente degli Stati Uniti d’America: una carica che Washington in particolare aveva voluto dotata di forti poteri, che ne facevano qualcosa di non molto distante dalla dittatura ricoperta da Cincinnato.Non è allora un caso se Washington fu anche il primo presidente della Società dei Cincinnati. E in suo onore nel 1802 il nome di Cincinnati fu assegnato a un piccolo villaggio dell’Ohio, divenuto nei due secoli successivi una gigantesca megalopoli.

Freud e la «Fobia romana»

Roma, settembre del 1901. Sigmund Freud (1856-1939) è finalmente a Roma e scrive ai suoi corrispondenti le impressioni sulla città, che sta visitando per la prima volta. Nato a Vienna da una famiglia ebrea, Freud aveva scritto due anni prima L’interpretazione dei sogni, ma sul frontespizio aveva voluto che comparisse la data “1900”, quasi a significare che con quell’opera si apriva un nuovo secolo, si voltava pagina. E in effetti fu così: Freud inventò la psicoanalisi, scoprì che la coscienza, quella coscienza di cui la cultura occidentale parlava da millenni, è in realtà solo una parte della psiche umana, al di sotto della quale si stendevano i territori inesplorati dell’inconscio, altrettanto o forse più importanti, perché contenenti la chiave ultima di una personalità.Roma era da sempre meta di uomini di cultura. Ma il caso di Freud è particolare: più e più volte egli non era riuscito a portare a compimento quel viaggio. Lo desiderava ardentemente, lo aveva spesso progettato, aveva a lungo consultato le carte topografiche, una volta si era anche messo in cammino, ma poi a un certo punto del tragitto in treno era stato preso da un’angoscia insostenibile, che lo aveva costretto a tornare indietro.Analizzando se stesso alla ricerca di una spiegazione della «fobia romana», come è stata chiamata, Freud capì che Roma costituiva per lui una soglia da oltrepassare, un luogo affascinante e “proibito” perché simbolicamente rappresentava il suo rapporto con il padre (e dunque con le sue origini) e la necessità di emanciparsene. Ma l’amoreodio per la città sul Tevere nasceva anche dal contrasto fra l’ammirazione sconfinata per la sua passata grandezza e il turbamento che suscitava in lui la Roma cristiana e la sua pretesa di salvezza del genere umano.In questa sua ambivalenza di sentimenti nei confronti di Roma Freud spiega di essersi identificato con il semita Annibale. Gli storici antichi raccontavano infatti che all’indomani della strepitosa vittoria di Canne, nel 216 a.C., il generale cartaginese era stato a un passo dal conquistare la città nemica, ma che quella prospettiva gli era sembrata «troppo bella e troppo grande»: come se alla vista di Roma, pur così detestata, Annibale fosse stato preso da un terrore tanto ingiustificato quanto paralizzante. L’impresa sarà poi tentata alcuni anni più tardi, nel 211 a.C., in una situazione non altrettanto favorevole; in quel frangente fu l’intervento del presidio posto a guardia della città a far sloggiare i soldati cartaginesi. Annibale così non entrò mai a Roma; Freud invece, qualche tempo dopo il primo e infruttuoso tentativo, riuscì a “conquistare” la città sul Tevere, dove tornerà più e più volte negli anni successivi: la paura aveva definitivamente ceduto il posto alla passione.

Il Mito di un Mito

L’elemento che accomuna tutti gli episodi narrati è l’idea che la storia romana ha avuto un valore esemplare: esemplare perché Roma costituisce un modello perenne di grandezza, un paradigma di potenza militare, eccellenza politica, levatura morale, che si offre in quanto tale all’imitazione delle epoche successive, come si sostiene nei Discorsi di Machiavelli; ma esemplare anche perché fornisce parametri per pensare il proprio presente o per dare un nome e un significato alle altrimenti inspiegabili pieghe della coscienza individuale, come nel caso della «fobia romana» di Freud.In tutti i casi citati questo rapporto dialettico con l’antichità romana è mediato da Livio: il più grande e il più largamente conservato fra gli storici antichi – la sua lettura non si è mai interrotta del tutto, anche nei secoli del Medioevo in cui maggiormente si diradò la circolazione dei testi –, il più affidabile, tanto da essere definito da Dante «Livio […] che non erra» (Inferno XXVIII, v. 12), e insieme l’autore la cui opera più di altre promuoveva l’elevazione della vicenda storica di Roma a modello eterno di riferimento. Giacché proprio questo è accaduto nella storia della cultura occidentale: Roma è diventata un metro di misura etico e politico del presente, con i suoi eroi – le Lucrezie, gli Scevola, le Clelie, i Cincinnati, gli Scipioni e così via –, ma più in generale con la sua civiltà, così vistosamente presente fino a oggi grazie alle possenti rovine sparse in ogni angolo del Mediterraneo e naturalmente con particolare evidenza a Roma.Ma perché è stato proprio Livio il grande mediatore di questa idea di Roma? Forse perché già in Livio la Roma dei primi secoli repubblicani era diventata un mito. Lo storico non ama il proprio tempo, il tempo in cui «l’impero soffre della sua stessa grandezza» e gli uomini «non riescono a sopportare né i loro vizi né i rimedi che dovrebbero combatterli»; perciò per lui, come spiega nella Prefazione, scrivere storia è anzitutto un modo per distogliere gli occhi da un presente che gli appare già indegno della passata grandezza e fissarli invece nel tempo glorioso delle origini. Per lui i grandi Romani del passato sono un esempio, un modello da proporre ai suoi contemporanei: sono, per l’appunto, un mito. Da allora, questo mito non è mai morto. Tra il V e il VI secolo d.C. l’ostrogoto Teodorico, che governò l’Italia dopo la caduta dell’impero romano d’Occidente, si presentava come il successore dei principi romani e come un novello Traiano; e quando le sue truppe conquistarono il sud della Gallia, nelle lettere scritte ai nuovi sudditi esaltò il ritorno dei “Romani” e la sconfitta dei “barbari”.Tre secoli dopo Carlo Magno fece incidere sui s suoi sigilli la dicitura Renovatio imperii Romani, “restaurazione dell’impero romano”, e volle farsi proclamare imperatore a Roma dal papa, la notte di Natale dell’800: a Roma infatti il papato aveva rifondato su nuove basi, non più politiche ma religiose, il dominio universale di Roma; e Roma continuava a essere percepita nell’immaginario collettivo come la sede della sovranità, il cuore di un impero scomparso dalla carta geografica dell’Europa ma ancora profondamente inciso nella memoria dei suoi nuovi abitanti. Del resto, i Bizantini si facevano ancora chiamare “Romei”, cioè appunto “Romani”. Perciò da Carlo Magno fino a Napoleone Bonaparte furono pochi i signori d’Europa che rinunciarono a un’incoronazione nella città dei Cesari.I rapporti che i nuovi popoli dell’Occidente cercarono di intessere con l’antica Roma non furono solo simbolici, ma persino genealogici: per il più antico storico inglese, Goffredo di Monmouth (1100 ca-55), gli inglesi discendevano da Bruto, figlio di Silvio, a sua volta figlio di Enea; e ancora in pieno Rinascimento la grande regina Elisabetta I Tudor faceva proclamare ai poeti di corte la propria discendenza «dall’antico sangue troiano». Ma di remote origini troiane, al pari dei Romani, sarebbero anche i francesi, il cui eroe eponimo, Francio, era niente meno che il figlio di Ettore, il più valoroso dei troiani; e gli Asburgo, la dinastia che governò per secoli il Sacro Romano Impero, potevano proclamarsi a loro volta gli ultimi discendenti di Enea. Per le case regnanti di tutta Europa rivendicare origini analoghe o parallele a quelle dei Romani rappresentava una strategia di grande importanza per la propria legittimazione: un millennio dopo la caduta dell’impero d’Occidente, Roma era ancora la fonte, quanto meno simbolica, di qualsiasi sovranità, come se la storia non potesse che ripetere quell’unico modello ideale.Ma non furono solo le discendenze troiane a moltiplicarsi: la stessa città di Roma andò incontro a un processo di “disseminazione”. Già all’inizio del IV secolo d.C., quando fu fondata sul Bosforo dal grande imperatore Costantino la nuova capitale dell’Oriente, Costantinopoli (l’odierna Istanbul) era stata definita la “Nuova Roma” o la “Seconda Roma”: e in effetti quella città era stata pensata per un verso come una riproduzione della città sul Tevere, con la curia, il senato, il Foro, dall’altro come un superamento della “Prima Roma”, perché era la prima città compiutamente cristiana. Questa identità “romana” di Costantinopoli durò un millennio, fino alla caduta dell’impero romano d’Oriente nelle mani dei turchi nel 1453. Fu in quel momento drammatico che una nuova città rivendicò la propria natura di “Terza Roma”, Mosca: infatti lo zar aveva sposato la nipote dell’ultimo imperatore bizantino, e dunque in qualche modo poteva sentirsi come l’erede di quella grande realtà politica; ma soprattutto il patriarcato di Mosca aveva ereditato la funzione di centro del cristianesimo ortodosso svolta in precedenza da Costantinopoli. La Terza Roma era insomma anche una Roma che si opponeva alla capitale del cristianesimo cattolico.

Tra persistenze e decadenza

Queste “rinascite” del mito di Roma si ispirano soprattutto all’epoca imperiale; ma nella storia dell’Europa moderna anche la Roma repubblicana non ha mancato di esercitare il suo fascino. Per esempio, in una fase del suo sviluppo la rivoluzione francese attinse a piene mani all’immaginario romano repubblicano: soprattutto i giacobini citavano in continuazione i grandi eroi antichi.E infine non si può tacere l’uso politico del mito di Roma fatto in Italia dal fascismo tra le due guerre mondiali, dall’introduzione del cosiddetto “saluto romano” al moltiplicarsi in ogni angolo del paese del fascio littorio, alla retorica del ritorno all’antica grandezza sotto la guida del regime. Ecco come si esprimeva al riguardo Mussolini nel 1922:Roma è il nostro punto di partenza e di riferimento; è il nostro simbolo o, se si vuole, il nostro mito. Noi sogniamo l’Italia romana, cioè saggia e forte, disciplinata e imperiale. Molto di quello che fu lo spirito immortale di Roma risorge nel fascismo: romano è il Littorio, romana è la nostra organizzazione di combattimento, romano è il nostro orgoglio e il nostro coraggio: Civis Romanus sum.

Una storia senza fine

A differenza di altri, il mito di Roma sembra resistere anche in un’epoca disincantata come la nostra, magari sopravvivendo nelle forme inedite di un videogioco, di una fiction televisiva, dell’ambientazione di una campagna pubblicitaria. La stessa città moderna ha da sempre dovuto fare i conti con i resti prestigiosi di quella antica, in una forma di appropriazione che è concreta e simbolica al tempo stesso: dalle prime basiliche cristiane, costruite incorporando pareti e colonne dei templi pagani, ai palazzi della nobiltà rinascimentale e barocca, anch’essi eretti sui resti dei monumenti classici, fino agli austeri edifici fascisti che circondano da ogni lato il Mausoleo di Augusto, quasi a voler captare a vantaggio del moderno “duce” un riflesso del remoto princeps. Le straordinarie emergenze artistiche e architettoniche della città repubblicana e imperiale continuano ad attirare ogni anno sui sette colli milioni di turisti, spesso provenienti da culture il cui passato non ha mai incrociato quello di Roma; e se i moderni campioni del calcio si fanno tatuare sulle braccia le figure degli antichi gladiatori, dei quali si percepiscono evidentemente come i più autentici eredi, sulle T-shirt degli adolescenti non è raro leggere i versi di qualche poeta latino che sa ancora prestare le proprie parole ad amori di venti secoli dopo.

©Pearson italia spa Edizioni Scolastiche Bruno Mondadori

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