De officiis

“Biblio,” a detail of a 1466 illuminated copy of Cicero’s “De Officiis”

Maria Bettetini, L’uomo onesto di Cicerone, “Il sole 24 ore”, 8 aprile 2012

Di Marco Tullio Cicerone proprio non si può dire che sia stato un grande filosofo. Intelligente, affabulatore, astuto, colto, forse il più grande retore del mondo antico, ha avuto tuttavia nella storia del nostro pensiero un ruolo fondamentale: «Nessun greco sarebbe stato capace di diffondere, come ha fatto Cicerone, il pensiero greco per il mondo», così Concetto Marchesi. Banalmente inserito nei manuali tra gli Eclettici, definito colui che «offre, in certo senso, il più bel paradigma della più povera delle filosofie, che mendica da ogni Scuola brandelli di verità» (Giovanni Reale), il giovane di provincia (Arpino, Frosinone) e di bassa nobiltà, a quindici anni era già a Roma ad ascoltare l’epicureo Fedro con l’amico di sempre, Tito Pomponio Attico.
Paradossalmente, gli scritti filosofici, politici e privati di Cicerone sapranno trarre qualcosa di buono dagli Stoici, dai medioplatonici e dai testi di Platone stesso, dall’Aristotele essoterico, in parte dallo scetticismo, addirittura dalla religione misterica conosciuta e praticata in Grecia, ma avverseranno sempre l’Epicureismo. Cicerone non fu originale nemmeno nel mescolare le diverse correnti filosofiche, perché nel primo secolo a.C. a Roma tutti erano un po’ tutto. Però, questo uomo politico così italiano, così pronto a passare dalla parte dei vincitori, per poi ottenere il perdono di quelli che prima sembravano vinti (così andò con Giulio Cesare), ha lo straordinario merito di avere latinizzato (italianizzato?) otto secoli di filosofia destinati a perire con la lingua greca e quella latina pura.
Solo cinque secoli dopo Severino Boezio si renderà conto di essere l’unico in grado di tramandare ai posteri Platone e Aristotele, ma fu lento (ritradusse e commentò più volte le stesse opere) e morì decapitato ancora troppo giovane. Lo stesso genere di morte che colpì Cicerone a Formia nel 43 a.C., quando Antonio lo fece raggiungere e uccidere. Antonio voleva una monarchia, Cicerone, ora da una parte ora dall’altra, sosteneva fortemente l’antica res publica e contro Antonio aveva sfogato tutto il suo ardore nelle Filippiche. Imperdonabile. Ottaviano, il futuro Augusto, disapprovò questa morte: Plutarco lo descrive anziano incoraggiare un nipote a leggerne le opere, perché «fu un saggio, ragazzo mio, e amò la patria».
La patria, di cui fu definito “padre”, dopo aver sventato la congiura di Catilina, la patria che contro il corso della storia voleva trattenere legata agli antichi costumi, alle virtù della repubblica, con l’aiuto della retorica, della politica, e anche della filosofia, se i frammenti del De re publica ci raccontano il sogno di Scipione, una visione di armonia mundi decisamente pitagorico-platonica. È quella stessa armonia che Marco, della gens Tullia, detto Cicerone, vorrebbe a Roma: basta con la corruzione (vedi le Verrine), basta con le cariche ereditarie, spazio politico anche agli homines novi, come lui era. Per sostenere questo appassionato attaccamento a un virtuoso passato, l’amore per la filosofia lo aiutò a trovare le basi teoriche di quel bene e quel male che più che come principi gli si presentavano come azioni, secondo le lezioni di Posidonio a Rodi, e quelle di Diodoto, un altro stoico, a casa sua. Studiò filosofia e ascoltò filosofi per tutta la vita, ma scrisse opere filosofiche solo negli ultimi anni della vita, forse conscio di un fallimento, forse entusiasta di una nuova via per tentare di convincere i romani. Scrisse dei confini tra bene e male, degli Stoici e degli Accademici, della natura degli dei, del fato, della divinazione (fornendo molti materiali ai futuri apologeti cristiani), dell’amicizia e della vecchiaia, compiendo la fondamentale fatica di inventare un lessico filosofico latino e di far incontrare le diverse opinioni, secondo lo stile di quei dialoghi immaginari che si diranno “ciceroniani”.
E poi inventò il senso del dovere. Come, d’altra parte, convincere una Roma già traboccante di corruzione a fare il bene gratuitamente, a non frodare, a occuparsi degli altri, se non ricorrendo all’aiuto della filosofia? Gli Stoici nel classificare i beni e i mali, avevano individuato alcune azioni in sé indifferenti, ma che se compiute in modo razionalmente corretto diventavano azioni convenienti, ovvero doveri. Cicerone traduce kathekon con officium, e l’anno prima della sua morte dedica al figlio Marco un De officiis destinato a penetrare profondamente la cultura occidentale con la ricerca di ciò che è giusto fare, si deve fare, appoggiando l’onestà a quattro articolazioni già platoniche e mediostoiche, poi cristiane: sapienza, giustizia, fortezza, temperanza.
Non è vero, come sostenevano Platone e gli antichi Stoici, che il filosofo è buono per definizione, perché conosce la bontà, perché ha saggezza e sapienza. Virtuoso è l’uomo che pratica giustizia e benevolenza, che disprezza i vantaggi materiali, si comporta in modo adeguato al suo ruolo (persona), e quindi se può compie azioni di soccorso o elemosina senza attendersi di essere ripagato. Con il figlio Marco, una generazione di romani avrebbe potuto imparare qualcosa da un uomo che si definisce poco simpaticamente il migliore tra gli oratori, se pur concedendo onestamente «a molti altri la palma della conoscenza filosofica» (I, 3). Ma ormai Antonio inviava a Formia i suoi sicari, e Ottaviano in pochi anni sarebbe diventato Imperator Caesar Divi filius Augustus.

Marco Tullio Cicerone, De officiis. Quel che è giusto fare, a cura di G. Picone e R.R. Marchese, testo latino a fronte, Einaudi, Torino, pagg. 370

Maurizio Bettini, Così Cicerone inventò il concetto di ‘persona’, “La Repubblica”, 21 aprile 2012

Come si concilia l’utile con l’onesto? O più semplicemente, “che cosa è giusto fare”? È questa la domanda che Cicerone si pose al termine della propria vita, indirizzando al figlio un’ opera destinata a diventare un vero e proprio cardine della morale europea: il De officiis. Una domanda fondamentale, la cui risposta riguarda direttamente i compiti e le prerogative dell’uomo in quanto essere sociale – per non parlare di chi ha in mano il governo della città. Del resto, per rendersi conto di come la vita pubblica possa essere avvilita, umiliata, se chi l’amministra smette di porsi questa domanda – come conciliare l’utile con l’onesto? – basta osservare ciò che sta accadendo nel nostro paese, anche in questi giorni. Il De officiis di Cicerone apparterrebbe dunque al genere dei classici attuali? Certo, e oggi lo è più che mai.

Siamo tra il settembre e il novembre del 44 a. C. Roma è insanguinata dalle lotte civili, Cicerone è impegnato nelle Filippiche e solo un anno dopo, nel dicembre del 43, offrirà spontaneamente la testa ai sicari di Antonio. È questo il clima di tumulto all’interno del quale egli scrive il De officiis, sulla falsariga di un’opera composta dal filosofo stoico Panezio. Difficile tradurre in italiano questo titolo, del resto non era stato facile sceglierlo neppure per il suo autore. Il testo greco si intitolava Perì tou kathékontos, ossia (all’incirca) “Su ciò che è conveniente”: ma la parola kathékon, scriveva dubbioso Cicerone all’amico Attico, si può tradurre con officium? Attico non aveva avuto dubbi, officium era la parola giusta, e l’Arpinate aveva proceduto di conseguenza. Di solito, chi traduce in italiano si accontenta di rendere De officiis con “Sui doveri”, ma Rita Marchese e Giusto Picone – nell’ottima edizione di quest’ opera appena uscita per la Nuova Nue di Einaudi – hanno optato per un esplicito “Quel che è giusto fare”. Parafrasi eccellente, perché l’officium dei Romani è una categoria pratica, che punta alle azioni: non designa un obbligo astratto, un rigore interiore o uno scrupolo individuale, ma un dovere sociale. Come Picone mette in evidenza nella sua lucida introduzione, la complessa articolazione del pensiero morale di Cicerone si focalizza su una categoria ugualmente romana: il decorum. Con questo termine si designa ciò che è conveniente, ciò che risulta appropriato per ciascuno quando è in gioco il suo comportamento. Sì, ma in che senso “appropriato”? Per spiegarlo Cicerone ricorre a una metafora di grande efficacia. «Bisogna capire», scrive infatti, «che la natura ci ha dotati di due personae», ossia di due “maschere”: una ci rappresenta genericamente come esseri umani, dotati cioè di ragione; l’altra invece come singoli, ciascuno con le proprie inclinazioni e il proprio carattere. Come se non bastasse, a queste personae se ne aggiungono altre due: la prima che ci deriva dal tempo e dalle circostanze, perché si può nascere nobili o umili, ricchi o poveri; la seconda invece è la maschera che indossiamo volontariamente, in base alla nostra scelta individuale: ed è per questo che ci dedichiamo chi a un’attività, chi a un’altra. Sotto i nostri occhi vediamo dunque nascere una nozione, e una parola, destinate ad avere enorme importanza nella cultura posteriore: “persona”. Persona nel senso di soggetto umano e sociale, dotato di una sua propria “personalità”, come ancora oggi diciamo; e insieme figura giocata all’interno di tutti quei ruoli, pubblici e privati, che fanno di ciascuno di noi un’entità così complessa. L’ idea che sta alla radice di questa scelta metaforica, da parte di Cicerone, è evidentemente la seguente: la vita all’interno di una comunità rassomiglia a una rappresentazione teatrale, in cui ciascuno recita una parte corrispondente al ruolo che gli è stato assegnato. Salvo che, a differenza dell’ attore che in teatro indossa la persona del vecchio avaro, o quella del giovane innamorato, il cittadino che “recita” sulla scena della propria comunità ha a disposizione non una sola maschera, e sempre la stessa, ma ben quattro. Ed eccoci di nuovo al punto: il decorum, ciò che “appropriato” a ciascuno, si colloca precisamente nel luogo in cui queste quattro personae si incontrano. Ciò che conviene lo si realizza appieno solo al momento in cui ci si comporta in modo tale da non compromettere nessuno dei quattro ruoli che siamo chiamati a interpretare. Con una postilla, però, che la drammatica attualità del De officiis ci invita a registrare: «chi ha incarichi pubblici», continuava infatti Cicerone, «deve capire che indossa direttamente la persona della città. Egli è perciò obbligato a sostenerne l’ onore e la dignità, preservandone le leggi, né può scordarsi di ciò che è affidato alla sua credibilità».

M. TVLLI CICERONIS DE OFFICIIS AD MARCVM FILIVM LIBRI TRES

Il testo in traduzione italiana

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