De coniuratione Catilinae

imagesIl protagonista:

Lucio Sergio Catilina era nato a Roma nel 108 a.C.  dal senatore Lucio Sergio Silo e da Belliena che ebbero altri due figli, un maschio e una femmina. Apparteneva alla gens Sergia, una delle cento familiae che, secondo la leggenda, avevano fondato Roma. I Sergi, come facevano spesso le familiae romane di più alto lignaggio che amavano fabbricarsi alberi genealogici fantastici,  pretendevano di discendere da Sergesto, il mitico compagno di Enea. Per quanto illustre e antica la gens Sergia non aveva però dato grandi personaggi, almeno nei tempi recenti. L’ultimo Sergio di una qualche notorietà risaliva a più di un secolo prima: era il pretore Marco Sergio che si era distinto nella seconda guerra punica, era stato fatto prigioniero due volte da Annibale, due volte gli era sfuggito e aveva collezionato ventitré ferite in battaglia. Poi più nulla. Quella Sergia era una stirpe che si stava lentamente estinguendo.
Non sappiamo da dove venisse il cognomen Catilina che è unico nella storia di Roma. Quasi certamente era un soprannome e alludeva alla sua straordinaria resistenza fisica. Ne è conferma un’epigrafe dell’89 in cui si parla di un L’ Sergius, L’ fil  e basta. «Catilina» è ancora di là da venire. Dell’infanzia e dell’adolescenza di Catilina non sappiamo nulla. Quando appare sulla scena, a diciannove anni, è un giovane alto, asciutto, atletico, nevrile. Il volto è pallido e un po’ fosco, i capelli, che porta corti secondo l’usanza degli aristocratici romani, sono scuri come gli occhi ora alteri ora seducenti ma più spesso infiammati da una qualche passione. E’ il classico «bel tenebroso».
Ha fascino sulle donne e ascendente sui coetanei e conserverà sempre una grande presa sui giovani che infatti accorreranno in massa nel suo movimento. Che fosse un uomo fuori del comune lo ammette, sia pur a qualche anno dalla sua morte, lo stesso Cicerone che scrive: «Non credo sia esistito mai al mondo un individuo più singolare che riunisse in sé doti diverse e contraddittorie e opposte inclinazioni e desideri».  E più avanti ne abbozza questo ritratto: «Sapeva comportarsi austeramente con le persone serie e allegramente con i gaudenti, grave con gli uomini d’età, gioviale con i giovani, temerario con i facinorosi, scostumato con i lascivi». Era avvincente, eloquente, duttile, si trovava a suo agio in qualsiasi ambiente e situazione, gli piaceva mischiarsi a ogni sorta di persone, era avido di esperienze anche, e forse soprattutto, quelle limite. Con linguaggio moderno lo chiameremmo un border line. Ma ciò che più colpiva in Catilina erano una spavalderia, un’audacia, un coraggio spinti fino alla temerarietà, di cui diede prova per tutta la vita, in guerra e in pace.
Giovanissimo aveva sedotto più di una nobile vergine sfidando le ire delle loro potenti familiae e la morale della buona società romana.  La sua fama di tombeur de femmes era tale che nel 73 fu accusato da Publio Clodio di aver violato una Vestale, sacrilegio e reato gravissimi per i quali la donna veniva sepolta viva e il seduttore ucciso a nerbate. La Vestale si chiamava Fabia, era sorella di Terenzia la prima moglie di Cicerone poi sposa, in terze nozze, di Sallustio.  Catilina venne trovato in atteggiamento sospetto presso la cella di Fabia. Processato fu assolto, ma il dubbio rimase ed è quindi comprensibile che Cicerone e Sallustio, al di là delle ragioni politiche, avessero il dente avvelenato con lui.
In realtà Catilina dopo le seconde nozze con la bellissima, ricca e appassionata Aurelia Orestilla (era rimasto vedovo della prima moglie, Gratidia, da cui aveva avuto l’unico figlio) aveva messo la testa a posto, almeno sentimentalmente, perché amava teneramente quella donna.  Cicerone e Sallustio arriveranno alla suprema carogneria di accusarlo, sia pur in modo allusivo, con l’arte del dire e non dire, di aver ucciso il figlio proprio per poter sposare Orestilla che non voleva avere per casa quel ragazzo ormai adolescente. E’ un’accusa assurda adombrata al solo scopo di mettere in una luce ancora più sinistra l’avversario. Nessun processo fu mai intentato per un delitto così orrendo, che sarebbe avvenuto in anni in cui Catilina, morto da tempo Silla, il suo antico comandante, non godeva di alcuna protezione. E non fu inquisita nemmeno Orestilla, anche dopo le pubbliche insinuazioni di Cicerone e quando, ucciso il marito, era una vedova indifesa. Inoltre Catilina, in una lettera scritta prima di andare a morire in battaglia all’amico Quinto Catulo, gli raccomanda la moglie pregandolo di proteggerla dalle prevedibili vessazioni «in nome dei tuoi figli».  Catulo, ex censore e princeps del Senato, era un uomo di indiscussa integrità morale e ovviamente Catilina non avrebbe potuto rivolgersi a lui, tantomeno in quei termini, se fosse stato conosciuto come parricida. La verità che emerge da questa vicenda è forse più spregevole dello stesso delitto accollato a Catilina: Cicerone strumentalizzò una  tragedia familiare, la morte della moglie e dell’unico figlio, per infangare il ribelle.”

M. FINI, Catilina. Ritratto di un uomo in rivolta, Milano, Mondadori, 1996 

«Il ritratto sallustiano di Catilina supera ogni limite, non solo di narratore ma di accusatore».
C. MARCHESI, Voci di antichi, Roma 1946, p. 45

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