Farsalo

pharsalus

«La polemica contro la cricca dei pochi ottimati, che menano il gioco politico nella capitale, violano le leggi a loro arbitrio, calpestano la dignità tribunizia e i diritti del popolo, è uno dei motivi ricorrenti in questo periodo nella lotta della parte popolare contro quella aristocratico-senatoriale: quindi è anche uno dei motivi dominanti del Bellum civile. Ora, Cesare non si lascia sfuggire le occasioni per mettere in ridicolo, con un’ironia sobria, ma mordente, che non conoscevamo nello scrittore del Bellum Gallicum, questa vecchia classe dirigente, tronfia della sua falsa forza, sicura della vittoria, mentre cammina sull’orlo del fallimento. Di questi uomini che predicavano la giustizia, l’onestà, la libertà Cesare mette a nudo gli intrighi, le basse ambizioni […].
La satira tocca il suo culmine in quel quadro del campo pompeiano prima della battaglia di Farsalo (III, 82-83) che è una delle pagine più belle della storiografia romana. I pompeiani dopo il successo di Durazzo, ottenuto, dice Cesare, grazie a circostanze straordinariamente favorevoli, erano sicuri d’avere in mano la vittoria finale (III, 72). E ora, a Farsalo, nell’imminenza della battaglia e, secondo la loro certezza, della disfatta cesariana, si contendono e dividono le cariche politiche, i beni dei nemici, stabiliscono le diverse pene da inliggere ai vinti. Domizio, Scipione e Lentulo Spintere si contendono così aspramente il pontiicato massimo, appartenente, dal 63, a Cesare, che scendono alle aperte ingiurie. Al campo, i capi oligarchi vivono nel più gran lusso, come se fossero in un viaggio di piacere; quando il campo di Pompeo fu espugnato, vi si trovarono ancora i segni della ricchezza e del lusso: argenteria in quantità grande, nelle tende zolle di erba tagliata di fresco o festoni di edera, ecc. E questi erano gli stessi che rimproveravano la mollezza all’esercito di Cesare, abituato a tutte le privazioni (III, 96).
Parole aspre o di aperto biasimo contro Pompeo non ve ne sono; del resto, Cesare non ha voluto mai condannare apertamente la memoria di colui che era stato suo amico e genero; Cicerone poteva ancora pronunziarne l’elogio davanti a lui. Ma difficilmente la sua figura avrebbe potuto uscire più screditata da una invettiva di nemico. Egli non ha vero e proprio malanimo, ma è un debole, che si lascia menare dai nemici di Cesare, e un ambizioso che non può dividere il potere con nessuno (I, 4, 4). Soprattutto è di una ridicola vanità e leggerezza. Senza avere preparato quasi nulla per la guerra, egli si ritiene sicuro di schiacciare l’esercito di Cesare, perché ha saputo, ha assodato con certezza che i soldati sono pieni di rancore contro il loro capo e non vogliono seguirlo […].
Nella condanna dei pompeiani Cesare ha cura di scindere le responsabilità dei capi da quelle dei gregari: boriosi, inetti, ostinati alla guerra i comandanti; ma i soldati non sono tacciati di viltà, sono mostrati desiderosi di pace. Cesare fa apertamente questa opposizione di capi e gregari nella risposta che dà ad Afranio durante le trattative finali della campagna (I, 85, 2 sgg.). I soldati dei due campi tendono a fraternizzare, ma la ferocia dei comandanti  pompeiani rompe queste trattative, soffoca gli spontanei sentimenti di pace (I, 74-76; III, 19). La responsabilità dei capi pompeiani è dunque tanto più grave in quanto essi conducono la guerra contro la volontà dei loro stessi soldati».
A. LA PENNA, Introduzione, in CESARE, La guerra civile, Torino, Einaudi, 1954, pp. VIII-XIII passim

La piana di Farsalo oggi

Nel descrivere la battaglia, Cesare si lascia andare a considerazioni sulla psicologia dell’uomo in guerra. Preziose riflessioni di un uomo che da vent’anni viveva anche come esperienza intellettuale la terribile realtà della guerra. Prende spunto da un dettaglio strategico che forse a prima vista lo sconcertò.
Pompeo aveva ordinato ai suoi di attendere fermi l’attacco del nemico, nella convinzione che i cesariani nell’attacco si sarebbero dispersi e nella corsa (più lunga del previsto) verso le forze nemiche sarebbero arrivati al contatto con l’avversario già quasi senza iato. Obietta Cesare: «A me il calcolo di Pompeo pare sbagliato; vi è infatti in ciascuno uno slancio e un ardore innato, che il desiderio di battaglia fa esplodere. Questo slancio i generali non lo debbono reprimere, lo debbono accrescere», e si richiama all’uso antichissimo di accompagnare il combattimento con squilli di tromba e urla di tutto l’esercito. Coglie l’elemento ferino della battaglia e vede lucidamente che l’energia latente in ciascuno
si esalta nell’esasperazione dello sforzo: onde ciascuno rende – in quella situazione violenta e di tensione psicologica esasperata – molto più che in condizioni di normale esplicazione delle energie. Indirizza insomma a Pompeo una lezione di psicologia della guerra e dimostra come essa abbia implicazione immediata nella riuscita della battaglia: il fattore uomo contro il fattore calcolo.
Nessuna delle classiche manovre di aggiramento riuscì a Pompeo e ai suoi ufficiali. Cesare  aveva previsto una linea più arretrata, fatta prelevando una coorte da ciascuna legione della terza linea: fu questa legione “nuova” che impedì alla cavalleria di Pompeo di accerchiare l’ala cesariana e che alla fine la volse in fuga. Nelle perdite ci fu un dislivello enorme: circa 200 uomini (per la metà ufficiali) da parte cesariana; circa 15 000 tra morti e feriti rimasti sul terreno, da parte pompeiana.

L. CANFORA, Giulio Cesare, il dittatore democratico, Roma-Bari, Laterza, 2003, pp. 202-203

La battaglia che rappresentò la disfatta di Pompeo e nel tempo stesso il trionfo di Cesare fu combattuta il 9 agosto del 48 a.C. a Farsàlo, nella Tessaglia meridionale. Lo schieramento pompeiano vedeva la legione di Cilicia e le coorti spagnole al comando di Lentulo all’ala destra, in una posizione naturalmente protetta dall’Enipeo; il fiume con i suoi argini scoscesi e le rive impraticabili impediva l’accerchiamento. Al centro c’era Scipione con le legioni di Siria; alla sinistra Lucio Domizio Enobarbo era a capo delle due legioni consegnate da Cesare all’inizio della guerra. Le altre legioni furono schierate tra il centro e le ali. Pompeo si sistemò sul fianco sinistro, dove aveva disposto, oltre agli arcieri e ai frombolieri, i settemila cavalieri affidati agli ordini di Labieno.

Cesare dal canto suo schierò Marco Antonio con l’ottava e la nona legione all’ala sinistra, Calvino al centro e Publio Silla all’ala destra con la decima e dodicesima legione; egli stesso si collocò alla destra del suo schieramento, di fronte a Pompeo. Opportunamente i soldati più affaticati erano stati sistemati nel settore sinistro, che destava poche preoccupazioni per la presenza del fiume; le truppe migliori, invece, quelle della decima legione, furono collocate all’ala destra, là dove presumibilmente si sarebbe deciso l’esito della battaglia.
Complessivamente stando al racconto del Bellum civile, lo schieramento pompeiano disponeva di 110 coorti per un totale di 50000 legionari più 2000 veterani richiamati; Cesare invece schierava 80 coorti per un totale di 22000 uomini. Sette coorti furono lasciate dai due generali a guardia dei rispettivi accampamenti.
L’obiettivo di Pompeo era di attaccare dalla sua ala sinistra, sfruttando il vantaggio del maggior numero di cavalieri, e prendere alle spalle la fanteria cesariana. Cesare, prevedendo la mossa di Pompeo e intuendo dove sarebbe stato sferrato l’attacco, sistemò dietro alla decima legione una quarta linea di riserva, composta da otto coorti di soldati scelti: il loro compito era quello di opporsi alla cavalleria pompeiana, scompigliandola e vanificando in tal modo il piano di Pompeo.
La battaglia si svolse proprio come Cesare aveva previsto. La cavalleria pompeiana, più numerosa, costrinse i cavalieri cesariani a indietreggiare, poi assalì l’ala destra dello schieramento nemico. La situazione mutò completamente, quando i soldati della quarta linea intervennero nella lotta, colpendo duramente al volto i cavalieri pompeiani, che si diedero a una fuga precipitosa cercando di raggiungere i monti che si trovavano dietro all’accampamento di Pompeo. La fuga dei cavalieri lasciò indifesi i frombolieri e gli arcieri, che furono sterminati. Le truppe fresche di Cesare, subentrate a quelle ormai stanche, completarono poi l’opera, attaccando e aggirando il fianco sinistro dei pompeiani, privo della protezione della cavalleria. I pompeiani in fuga cercarono di raggiungere il loro accampamento; Cesare decise di dare il colpo definitivo agli avversari ed esortò i suoi soldati ormai stanchi a impadronirsi del campo pompeiano.
Fu la fine per Pompeo. PLUTARCO racconta quei momenti tragici e analizza lo stato d’animo del Magnus, il generale che aveva ottenuto in passato tante vittorie e ora si vedeva sconfitto: Dopo che i fanti furono messi in fuga, Pompeo, non appena vide il polverone, intuì il disastro dei cavalieri; sarebbe difficile dire quali fossero in quei momenti i suoi pensieri. Aveva l’aspetto di uno completamente fuori di sé, di un demente, che non ricordava di essere Pompeo il Grande. Senza rivolgere la parola a nessuno, si diresse lentamente verso l’accampamento [. . .] entrato nella tenda, restò seduto in silenzio, finché molti nemici, inseguendo gli avversari in fuga, non entrarono con loro nel campo. Allora pronunciò soltanto queste parole: “Dunque, finanche nell’accampamento? e senza dire altro, dopo essersi alzato e dopo aver preso un abito adatto a quelle circostanze, si allontanò di nascosto [Pompeius, 72-1].
L. De Rosa, Cesare e i suoi antagonisti, Hoepli 2008

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Due poteri a confronto

Farsalo era a nord della Grecia. Nel 48 a.C. ebbe la ventura di segnare il destino di un’epoca: la fine della Repubblica senatoriale e l’inizio virtuale dell’impero romano. Nella piana ai piedi di un anfiteatro di ondulate colline erano di fronte due eserciti romani, due capitani dal nome prestigioso, Pompeo e Cesare, due concezioni del potere: oligarchia e democrazia. Gli oligarchi disponevano, lo si è detto sopra, di forze soverchianti, piú del doppio di quelle avversarie; di una cavalleria numerosissima, splendente di armi, di giovani, di fastose esibizioni. Alle spalle avevano le tradizioni dello Stato, l’aristocrazia di Roma, una conclamata e arrogante legittimità costituzionale; davanti, la garanzia delle ricchezze d’Oriente. C’erano poi dalla loro parte i grandi corifei del Senato, i cultori della moralità pubblica: Catone e Cicerone. Alla vigilia della battaglia gli optimates erano cosí sicuri di vincere che in anticipo si spartiscono le cariche, decretano premi e condanne, inviano emissari a Roma, riempiono le tende di festoni di mirto, tappeti, tavole imbandite, crateri di vino.
A Cesare, in effetti, rimanevano due sole speranze: l’azzardo del suo genio militare e la risolutezza dei veterani della Gallia. Gli bastarono per rovesciare le previsioni della vigilia.
Afosa la giornata, la terra gialla di sole e di stoppie. Per il calendario del tempo era il 9 agosto, per quello riformato (e solare) il 29 giugno del 44 a.C. Cesare, secondo uno schema collaudato, schierò i suoi su tre linee, ponendosi con la X legione all’ala destra. E dette come parola d’ordine Venus Victrix, che ricordava loro la sua discendenza divina. A sua volta Pompeo prese il comando dell’ala in contrapposizione a Cesare, riunendo lí tutta la cavalleria insieme con le due legioni che in Gallia (ad Alesia) erano state con Cesare.
Quando la cavalleria di Pompeo si spiegò a ventaglio per prendere alle spalle lo schieramento «nemico», Cesare le contrappose una quarta linea. Repentinamente e con grande veemenza questa attaccò la cavalleria, la ricacciò indietro, poi la mise in fuga e, senza fermarsi, andò a urtare di fianco le due legioni di Pompeo. In pratica la battaglia vera e propria finí qui.

Un successo di proporzioni incredibili
Il resto fu strage, paura, disordine, polvere nel grande caldo del giorno. Pompeo, veduta la sua cavalleria respinta, decimata, umiliata, scappò nell’accampamento, depose le vesti di comandante, raggiunse Larissa, poi il mare e andò a farsi tagliare la testa in Egitto dai cortigiani del giovane re Tolomeo XIV. La vittoria di Cesare a Farsalo fu, negli esiti, addirittura mostruosa: duecentotrenta morti fra i cesariani (fra cui trenta centurioni «uomini fortissimi») contro sedicimila di parte avversa. Con in piú, l’indomani, ventiquattromila prigionieri.

III, 99 In eo proelio non amplius CC milites desideravit, sed centuriones, fortes viros, circiter XXX amisit.[…] Ex Pompeiano exercitu circiter milia XV cecidisse videbantur, sed in deditionem venerunt amplius milia XXIIII […]; signaque militaria ex proelio ad Caesarem sunt relata CLXXX et aquilae VIIII. L. Domitius ex castris in montem refugiens, cum vires eum lassitudine defecissent, ab equitibus est interfectus.

Andò a Larissa. Fra la caterva dei prigionieri c’era Bruto, il figlio di Servilia, che aveva combattuto nelle file pompeiane. Bruto gli fece pervenire una lettera e Cesare lo accolse con un eccesso di benevolenza, suscitando lo stupore di Marco Antonio, Domizio Calvino, Publio Cornelio Silla (nipote del dittatore), cioè dei suoi piú stretti collaboratori e che a Farsalo avevano comandato, rispettivamente, l’ala sinistra, il centro, la destra dello schieramento cesariano. E non solo Bruto ebbe il perdono, ma il salvacondotto per l’Italia e il governatorato della Cisalpina per l’anno dopo (47 a.C.).
È anche vero che prima della battaglia alla X legione, la sua preferita, Cesare aveva dato un ordine preciso: «Non toccate Bruto». Perché lui solo da risparmiare?
Era una promessa fatta alla sua ex amante Servilia l’ultima volta che era stato a Roma? O un tacito riconoscimento del bastardo? Nelle taverne del Foro si sussurrava – e piú tardi lo si dirà apertamente – che Bruto fosse figlio di Cesare, nato a Servilia quando piú veemente era la passione di lei per «il piú bello dei Romani». Comunque sia, allora e in seguito, Marco Giunio Bruto Cepione godette presso Cesare di un credito, di una fiducia e di un favore particolarissimo, tanto che proprio la cecità di Cesare nei suoi confronti fu la causa non secondaria del nascere e del concretizzarsi della congiura.
Poi Cesare si mise all’inseguimento di Pompeo: doveva impedire che mettesse insieme un altro esercito e trovasse in Oriente le ricchezze per finanziarlo. Giunto ad Anfipoli, passò per l’Ellesponto in Asia, a Efeso lo osannarono come figlio di Marte e di Venere, e il 2 ottobre (19 agosto per il calendario riformato) con le navi da trasporto e 35 galere di scorta entrava nel grande porto di Alessandria. Ma lo scopo, per cui si era mosso da Larissa, era venuto meno: Gneo Pompeo Magno morto, ucciso dagli stessi da cui si riprometteva asilo e aiuti; per di piú pugnalato a tradimento da un suo veterano. Plotino, l’eunuco faccendiere del giovane faraone, gli fece portare l’anello e la testa. Era come dire: ecco il nemico che cercavi. Ti abbiamo risparmiato il fastidio di ucciderlo. Ora, Romano, non hai nessun diritto a restare in Egitto, tanto meno a occuparti dei nostri affari interni.
Secondo uno storico tedesco, Cesare in Egitto «commise la piú lunga serie di errori politici della sua carriera». Aveva iniziato sbarcando ad Alessandria con l’esibizione dei littori, come si trattasse di una colonia romana, poi si era insediato nella reggia dei Tolomei, infine si impegolò in una guerra per rimettere Cleopatra sul trono. E il destino di lei fu segnato da un tappeto deposto ai piedi di Cesare. La scelta fantasiosa del modo di presentarglisi, di notte, uscendo fuori dal tappeto srotolato in veste succinta come il frutto piú succoso del Nilo e offerta votiva al vincitore, determinò la natura dei rapporti di lei con il padrone di Roma e del mondo.
Cesare a tal punto si bruciò al fuoco dei suoi incanti (Cleopatra aveva venti anni, lui cinquantadue) da rischiare per lei non solo il suo prestigio militare di invincibilità, ma la vita stessa. F. Sampoli, ”Archeo”, n° 1, Febbraio 2008

III, 96 Pompeius, iam cum intra vallum nostri versarentur, equum nactus, detractis insignibus imperatoris, decumana porta se ex castris eiecit protinusque equo citato Larisam contendit. Neque ibi constitit, sed eadem celeritate, paucos suos ex fuga nactus, nocturno itinere non intermisso, comitatu equitum XXX ad mare pervenit navemque frumentariam conscendit, saepe, ut dicebatur, querens tantum se opinionem fefellisse, ut, a quo genere hominum victoriam sperasset, ab eo initio fugae facto paene proditus videretur.

Due anni dopo Farsalo Cicerone scrisse a proposito di Pompeo:

III. Scr. Romae mense Quinctili a.u.c. 708.
M. CICERO S. D. M. MARIO

Ex eo tempore vir ille summus, nullus imperator fuit: signa tirone et collecticio exercitu cum legionibus robustissimis contulit; victus turpissime amissis etiam castris solus fugit. Hunc ego mihi belli finem feci nec putavi, cum integri pares non fuissemus, fractos nos superiores fore: discessi ab eo bello, in quo aut in acie cadendum fuit aut in aliquas insidias incidendum aut deveniendum in victoris manus aut ad Iubam confugiendum aut capiendus tamquam exsilio locus aut consciscenda mors voluntaria.

La Fuga di Pompeo, miniatura,  Jean Fouquet, XVI secolo, Paris, Musée du Louvre

L. A. LUCANO, Pharsalia, VII, vv.632-646
Farsalia non ebbe lo stesso ruolo delle altre battaglie;
là Roma subiva la morte di uominie qui di popoli,
quella che prima era la morte di un soldato, adesso
lo è di una stirpe; là scorsesangue pontico, acheo,
assiro: adesso il torrente di sangue romano impedisce
che gli altri sangui ristagnino nella pianura.
Da questa battaglia i popoli ricevono una ferita
troppo grande perché questa generazione la regga; è più che la vita
e la salvezza ciò che si perde; siamo abbattuti per tutto il tempo,
da queste spade è vinta ogni età e consegnata
alla schiavitù. Che hanno fatto i nipoti, i posteri
per nascere in un regno? Abbiamo forse combattuto da vili,
proteggendo le nostre gole? La pena della viltà altrui
pesa sul nostro capo. Se hai dato un padrone, Fortuna,
ai nati dopo Farsalo, dovevi dar loro anche la guerra.

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