Virgilio

‘Vergil, Incipit delle Bucoliche, 1473 – 1474. (Cod. Pal. Lat. 1632, Fol 3r)

Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc Parthenope;
cecini pascua rura duces

Di corporatura e di altezza fu grande, di colorito bruno, di lineamenti rudi, di salute malferma […]. Nel parlare e nel sentire fu cosí onesto che a Napoli lo chiamavano “il Verginello”; e quando a Roma, dove rarissimamente veniva, era veduto per via, per sottrarsi alla gente che lo seguiva e lo indicava, si nascondeva in qualcuna delle case vicine.
Elio Donato, Vita di Virgilio, trad. E. Cetrangolo

04vergilius

Vita e opere: slideshare a cura di Elena Rovelli.

Seamus Heaney, AB IMO PECTORE

«Mantova [è] indissolubilmente legata al poeta Virgilio. È il primo luogo che celebra nell’epitaffio scritto per la sua tomba a Napoli:

Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc
Parthenope; cecini pascua, rura, duces.

Iscrizione che può essere liberamente tradotta come: “Mantova mi ha dato i natali, la Calabria mi ha strappato alla vita, Napoli mi custodisce adesso. Ho cantato di pecore e pastori, campagne e condottieri”.
Durante il mio ultimo anno di scuola, il libro IX dell’Eneide era un testo obbligatorio, ma mentre scorrevo e traducevo quei maestosi esametri per padre McGlinchey non avevo idea di quanto posto avrebbe occupato questo poeta nella mia fantasia né di come, dal mondo dei compiti a casa dello studente, sarebbe diventato parte del mondo dei sogni dello scrittore. McGlinchey, il nostro mite insegnante di lettere classiche, non amava senza riserve il Libro IX e avrebbe preferito l’atmosfera meno militaristica del Libro VI, tra le ombre dei campi Elisi, e in questa sua preferenza – ora me ne rendo conto – somigliava a Virgilio stesso.
A due millenni dalla sua morte, Virgilio rimane una figura affascinante e istruttiva, preso com’era tra le rura e i duces, tra il suo temperamento e i suoi tempi, tra ciò che era lirico e da lui ereditato come figlio della terra italiana e ciò che era epico e da lui abbracciato come poeta della Roma imperiale. È un altro esempio della verità dell’osservazione di W.B.Yeats, secondo la quale la retorica scaturisce dai contrasti con gli altri ma la poesia da quelli con se stessi.
A causa della sua disponibilità ad assumere il ruolo di poeta laureato dell’imperatore Ottaviano, Virgilio fa ingresso nel ventunesimo secolo circondato da una sorta di nube. Nella nostra era post-imperiale e anti-totalitaria esiste una giustificata resistenza nei confronti dei poeti al servizio di un’ideologia ufficiale. Tuttavia mi sento di affermare che nell’opera si percepisce il contrasto yeatsiano: esiste una tensione tra la melodia e la melancolia della personalità poetica e i maestosi proclami del propagandista romano. È come se Mandelstam e Majakovskij coabitassero nello stesso scrittore, come se nella sua voce del primo secolo a.C. udissimo la solenne confessione di Czesław Miłosz del ventesimo secolo d.C., il tormentato testimone letterario che descrive la propria situazione tra politica e trascendenza: “Ero preso tra la contemplazione di un punto immobile e l’obbligo di partecipare attivamente alla storia”.
[…] Virgilio diede inizio alla sua opera in una terra del desiderio del cuore e da quel primo, intimo luogo ha compiuto il viaggio fino a una terra di più stringenti responsabilità. Era uno scrittore per sua natura adatto a dimorare in un regno pacifico, eppure destinato a vivere una guerra civile e a subirne le dure conseguenze. Così, in quanto nato nella rus dell’Irlanda del Nord e tanto fortunato da aver potuto vedere decenni di violenza civile sfociare in quella che speriamo sia una duratura pax hibernica, sono onorato e stimolato dal fatto di essere qui, nel leggendario luogo di nascita di Virgilio, insieme a tanti altri illustri scrittori.»
“Colibrì”, Anno 14, Numero 2,  settembre 2010. Traduzione di Laura Cangemi.

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