Eneide

Victor tristis. Letture dall’Eneide di Virgilio, Centro Studi “La permanenza del Classico”, a c. di I. Dionigi

VIRGILIO OVVERO DEL DESTINO

Ai lettori della Roma pacificata da Augusto la tanto attesa Eneide presentava un eroe inedito e alternativo: un eroe che di fronte alla vittoria – già iscritta nel destino – ha l’atteggiamento di chi sta per congedarsi dalla vita, di chi sta per morire (come i suoi modelli, Ettore e Aiace) e lascia al figlio il proprio testamento spirituale (Aen. 12, 435 s.): disce puer virtutem ex me verumque laborem, / fortunam ex aliis («Impara, ragazzo, da me il valore e la vera sofferenza, la fortuna dagli altri»). Virtus e fortuna, requisiti del buon generale romano, assumono in un poema epico altre connotazioni. La virtus è la qualità del vir, cioè dell’eroe epico, e la fortuna, a una lettura immediata, potrebbe identificarsi col fato, col destino. Non nell’Eneide, dove la virtus è la pietas e dove fortuna è sinonimo di casus, il cieco caso che regola la vita dei singoli, ma non di fatum, il destino, la forza superiore agli stessi dèi e immanente –come il logos stoico – alla storia universale. Il tramite fra pietas e destino, la condizione necessaria a perché queste due dimensioni si incontrino è il labor («fatica» e «sofferenza» insieme). La pietas di Enea, ovvero la sua eroicità, consiste nell’accettare per il bene universale un destino che travolge la dimensione individuale. È stato detto che col II libro dell’Eneide – la fine di Troia – muore l’eroe omerico e nasce quello virgiliano; Enea diventa il pius Aeneas e destinatari della sua pietas saranno: gli dèi, sia quelli tradizionalmente nemici, còlti nell’atto di scalzare Troia dalle fondamenta, sia quelli tradizionalmente amici, che impongono ad Enea di fuggire verso un destino nebuloso ma migliore; la famiglia, che ha il volto del padre Anchise e del figlio Ascanio; la patria, rappresentata dal popolo disperato e straordinariamente numeroso che implora tacitamente l’aiuto di Enea nella chiusa del libro. L’impossibilità di vendicare i compagna, la perdita di Creùsa e l’esilio sono solo il primo amaro prezzo che l’eroe paga al destino, solo il primo passo verso la pietas. Il crescendo “fatale” si ha nel IV libro. Enea, bloccato per amore di Didone sulle rive della nascente Cartagine, è richiamato da Giove, attraverso il suo messaggero Mercurio, a compiere la volontà dei fati: se non per l’onore, almeno per l’amore per Ascanio (cfr. vv. 272 ss.). Il destino fa qui la sua vittima più celebre (e senz’altro più compatita): Didone. L’accusa della regina africana e la difesa di Enea mettono in luce tutte le contraddizioni della pietas dell’eroe troiano. Perfidus (v. 305), cioè traditore della fedeltà (fides), lo definisce Didone, così come definirà nefas il suo comportamento. Esiste dunque un’empietà di Enea? No, perché Didone, come i vari antagonisti di Enea, è portatrice di una «pietas parziale, che viene a conflitto con la pietas del protagonista o, che è lo stesso, col fato di cui Enea è consapevole strumento» (Traina). Consapevole, ma non per questo meno sofferente. Virgilio non fa niente per nasconderci il dolore di Enea, che appare ora soffocato nel cuore (curam sub corde premebat, v. 332), ora ammesso con mesta rassegnazione: Italiam non sponte sequor (v. 361) «L’Italia, costretto io la cerco»). Questo dialogo si trasformerà in monologo ancor più dolente e sordo nel VI libro, quando l’eroe troiano rivedrà la regina negli Inferi: invitus, regina tuo de litore cessi (6,460) «io non volevo, regina, lasciar la tua spiaggia».

Rilievo d’altare, Cartagine, I sec. d. C.

Nuove vittime della storia balzeranno in primo piano nella seconda parte del poema, nella descrizione della guerra fra i Latini e i Troiani. Due di queste, Pallante e Lauso, consumano la loro vicenda nel X libro, che è presupposto ideologico e narratologico del libro XII. Nell’impar pugna fra Lauso ed Enea ancora una volta è la pietas individuale ad essere messa in discussione: fallit te incautum pietas tua (v. 812) «ti perde, incauto, il tuo amore», dice Enea al giovane che affronta la disperata impresa per soccorrere il padre Mezenzio; ma quando lo vedrà morire sotto la sua spada gli affiorerà alla mente l’imago patriae pietatis (v. 824): in questo riferimento all’amore paterno, affidato ad una espressione carica e ambigua (ed esegeticamente controversa), Virgilio sembra evocare e concentrare la pietas di Enea verso il padre Anchise e verso il figlio Ascanio. Virgilio, è stato detto, avrebbe potuto concludere l’Eneide con il dialogo fra Giove e Giunone, l’«epilogo in cielo» in cui il destino e la pietas si inverano nel futuro di Roma e dei Romani, ma al prezzo della damnatio memoriae dell’intero popolo troiano (occidit occideritque sinas cum nomine Troia, v. 828: «Troia è morta e lascia che morta sia col nome suo»).

Il XII libro si chiude invece con l’«epilogo in terra», sul «polo sanguinoso della storia» (Traina). Enea compie l’ultimo atto della sua missione, l’uccisione di Turno, che gli consegna la vittoria e il regno sui Latini. Ancora una volta però il gesto sarà frutto di una decisione sofferta. Perché Turno, ormai ferito, è e si dichiara vinto e supplice (vicisti et victum tendere palmas / Ausonii videre, vv. 936s.: «hai vinto e vinto tender le mani m’han visto gli Ausoni»), perché soprattutto fa appello alla pietas filiale dell’eroe troiano (fuit et tibi talis / Anchises genitor, vv. 933s.: «Anche tu hai avuto un padre… »). Certo la sua uccisione da parte di Enea è legittimata dal passato, come vendetta per la morte di Pallante, e dal futuro, come elemento indispensabile al compimento del destino. Ma l’esitazione di Enea  a colpire il capo nemico (stetit … / … dextramque repressit, vv. 938s.: «s’arresta Enea … e trattiene il colpo») non ha precedenti nell’epica e consacra un nuovo tipo di eroe, il victor tristis, che pospone la propria sorte individuale a un ordine e a un destino universale di pace. Dopo oltre cinquant’anni di guerre civili, che hanno sacrificato la res publica sull’altare degli interessi personali e alle soglie di un’epoca, come quella imperiale, definitivamente segnata dall’individualismo, eroi simili, sembra dirci Virgilio, abitano solo nel canto epico.

ENEIDE: repertorio iconografico. CLICCA QUI.

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Segui il viaggio di Enea su GOOGLE MAP. Versione in lingua spagnola.

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Viaggio di Enea secondo Virgilio (linea verde) e Dionigi di Alicarnasso (linea rossa) Ricostruzione di M.T.D'Alessio

Viaggio di Enea secondo Virgilio (in verde) e Dionigi di Alicarnasso (in rosso)

L’Eneide: slideshare a cura di Elena Rovelli.

Lettura integrale a c. di Alessandro Fo, Einaudi, 2012. CLICCA QUI.

L’Eneide sui muri di Pompei: CLICCA QUI.

FULLONES ULULAM E[GO] CANO NON ARMA VIRUM(QUE)22
Io canto i lavandai, la civetta, non le armi e l’eroe

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