Cesare Augusto: il bimillenario

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Perché abbiamo dimenticato l’imperatore figlio di Enea che inventò la pace globale
MAURIZIO BETTINI, “La Repubblica”, 20 agosto 2014
Adriano ebbe la Yourcenar, il Divo Giulio, Shakespeare.
Ma a duemila anni dalla morte nessuno celebra Ottaviano
 
 DUEMILA anni fa, il 19 Agosto del 14 d. c., moriva Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto. L’uomo che pose fine alle guerre civili (benché le sue mani non fossero certo monde di sangue), che impresse un’orma indelebile sull’organizzazione dello Stato, che influì profondamente sulla vita della società romana e soprattutto che seppe polarizzare intorno a sé una straordinaria quantità di energie. Non a caso Augusto ha associato il proprio nome a un’intera età, l’età augustea appunto: quello straordinario lasso di tempo in cui hanno convissuto Virgilio, Orazio, Ovidio, Livio — in pratica tutti i maggiori scrittori e poeti della letteratura romana — e nel quale sono state erette opere come l’Ara Pacis o il Teatro di Marcello. Fu Augusto, del resto, a mutare il volto architettonico della Città, avvolgendola di quella definitiva aura di splendore che l’avrebbe accompagnata nei secoli avvenire. Se dunque esiste un personaggio che ha segnato profondamente la storia che ci ha preceduto, questi è proprio Augusto.
Eppure il bimillenario della sua morte — malgrado la mostra organizzata alle Scuderie del Quirinale, forse con troppo anticipo l’anno scorso, e le visite guidate al suo Mausoleo aperto per l’occasione — sembra passato sotto silenzio. Si è davvero parlato di Augusto quanto e come questa figura avrebbe meritato? E soprattutto, Augusto è stato capace di suscitare l’interesse che molti si aspettavano? Altri personaggi che Roma ci ha lasciato, e di cui sono stati celebrati altri storici anniversari, hanno certo appassionato molto di più. Basti per tutti l’esempio di Costantino, e la ragione di tanto successo è chiara. Egli fu l’imperatore che rese l’impero cristiano, e dato che il cristianesimo è a tutt’oggi è una religione ben viva, e per tanti aspetti dominante, la sua figura ha suscitato grande e prolungato interesse. Augusto invece, a dispetto della sua posizione centrale nella storia di Roma e nel seguito della civiltà occidentale, non sembra aver avuto altrettanta fortuna. La sua immagine resta quella della statua di Prima Porta, maestosa, imperturbabile, bella anche, ma fredda. Perché?
Si potrà dire che non si è fatto abbastanza, sul piano organizzativo, per far comprendere l’importanza di questa figura a un pubblico più vasto. In una società come la nostra, che tanta fiducia ripone nella comunicazione, è ancora alla comunicazione che si finisce spesso per attribuire la responsabilità di un tiepido o mancato successo. Non so però se ciò basterebbe a spiegare questo fenomeno. In realtà potremmo forse azzardare un’altra spiegazione, meno legata alla forma comunicativa che non alla sostanza di quanto si è voluto comunicare: Augusto non è in sintonia con la nostra cultura, o meglio con le pulsioni più profonde che la caratterizzano. Lo è molto di più Nerone, per esempio, l’imperatore fosco e crudele che però, allo stesso tempo, fu malato di arte e toccato dalla follia. Nerone è un personaggio che “risuona” con il mondo che ci circonda, Augusto no.
Il primo imperatore è troppo classico, come la statua di Prima Porta. O meglio ancora Augusto rappresenta la classicità della classicità, una sorta di classicità esponenziale, quella propria del signore di un’epoca che amò la perfezione della forma, l’eleganza, l’ironia, la cultura, perfino l’erudizione: tutti valori che la nostra società, incline alle sensazioni forti e dedita talora alla poetica della rozzezza, rispetta e ammira, almeno a parole, ma certo non sente proprie. Così come non può sentire veramente “suoi” i poeti e gli scrittori che Augusto protesse e suscitò attorno a sé: l’Orazio dall’ironica moderazione, il Virgilio che scrive un poema sui vincitori ma soffre assieme ai vinti, l’Ovidio che coltivò la perfezione dello stile come forse nessun altro prima di lui, e fu capace di dar forma di parola scritta tutto ciò che accendeva la sua fantasia.
Che cosa possiamo farcene, oggi, del culto dello scrivere, in una società che non scrive quasi più, perché comunica soprattutto per immagini? L’anelito alla perfezione del testo, il gioco ironico delle assonanze, i chiasmi, gli incroci sapienti di fonemi, suscitano rispetto, certo, o forse timore, ma nessuno spenderebbe più i propri anni migliori per raggiungere una simile divina abilità. Oggi c’è Facebook, c’è Twitter. In altre parole, si ha come l’impressione che il tiepido interesse per Augusto, e per la cultura rappresentata dall’età a cui diede nome, vada di pari passo con la crisi del liceo classico: di cui (questo sì) tanto si è invece parlato e si continua a parlare.
Quanto ad Augusto scrittore in prima persona, quello delle Res Gestae, anche lui pare fuori tempo per un motivo inverso, ma del tutto simmetrico, a quello per cui rischia di esserlo Ovidio: perché è troppo semplice, troppo misurato. I grandi di oggi, o quelli che si pretendono tali, praticano il gesto eclatante, la parola azzardata (salvo rimangiarsela il giorno dopo), oscillano fra maestà e quotidianità, ma certo non conoscono l’autorità che viene dalla moderazione. Quando Augusto descrive il momento in cui assunse questo titolo, Augustus appunto, lo racconta così: «Per questi miei meriti ebbi per senatusconsultum l’appellativo di Augustus. A partire da questo momento fui superiore a qualsiasi altro in autorità, ma quanto a potere (potestas) non ne ebbi più di tutti coloro che mi furono colleghi in ciascuna magistratura ». L’appellativo che aveva ricevuto, Augustus, associava quello che fu Ottaviano a una sfera della cultura romana caratterizzata dalla più alta sacralità: quella dell’augurium, ossia l’esplicita approvazione che gli dèi concedevano a un’impresa; quella dell’augur, il nome che designa colui che aveva il compito di prendere gli auspicia , ossia di consultare la divinità riguardo all’azione da intraprendere.
Prendendo quel nome Ottaviano veniva a condividere un epiteto che era addirittura proprio di Giove, la massima divinità dei Romani. Eppure, nel descrivere questo momento, l’imperatore non sottolinea minimamente il carattere straordinario di questo appellativo, si preoccupa di ricordare che esso si fondava su una legge del Senato, e anzi, mette in chiaro che esso non gli dava affatto più potestas di qualsiasi altro magistrato.
Come se non bastasse, leggiamo adesso che la riapertura del grandioso Mausoleo dell’imperatore è stata segnata da uno spiacevole incidente. Si è allagato il fossato che circonda il monumento. Un segno del Divus Augustus? Infastidito dal tiepido interesse che i suoi eredi sembrano avergli dimostrato?
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Il sito latinorum.tk è nato per accompagnare le mie lezioni dedicate alla cultura latina, per proporre divagazioni "extra ordinem" sulla classicità e per condividere in rete percorsi e materiali. Si tratta di un lavoro in fieri, che si arricchirà nel tempo di pagine e approfondimenti. Grazie anticipatamente a chi volesse proporre commenti, consigli, contributi: "ita res accendent lumina rebus…" Insegno Italiano & Latino al Liceo Scientifico ”G. Galilei” di San Donà di Piave, in provincia di Venezia. Curo anche il blog illuminationschool.wordpress.com e un sito dedicato a Dante e alla Divina Commedia, www.dantealighieri.tk.
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