Il fantasma di Ovidio

Joseph William Turner, Ovidio bandito da Roma, 1838

Joseph William Turner, Ovidio bandito da Roma, 1838

Da duemila anni s’aggira nell’aldilà e non s’è mai placato. È stato il poeta messo da parte. Come oggi i classici

Paola Mastrocola, “Il Sole 24 Ore – Domenica”,  25 giugno 2017

Mi è capitato di evocare Ovidio, qualche giorno fa. Ero a Napoli, ospite dell’Altra Galassia. Valeria Parrella, che dirige il festival, s’è inventata questa modalità: Evocazione d’autore. Si scende nei sotterranei ombrosi di un monastero, buio, qualche candela accesa, il pubblico si dispone intorno e lo scrittore ospite evoca un autore che gli piace, morto non importa da quanto, può essere un mese o un millennio. Dialoga con lui, gli dice cosa pensa delle sue opere, gli fa domande. E il pubblico ascolta. Tra il pubblico anche le padrone di casa, le monache di Santa Chiara, in prima fila, attente, divertite, per nulla stupite che si dialoghi coi morti. Hanno ragione: in fondo, cos’altro è leggere se non la sfida eterna, e il miracolo, di dialogare con gli assenti?
Ovidio si fa poco a scuola. La scena del periodo augusteo è dominata da Virgilio, e Orazio. Ovidio passa in secondo piano, è soltanto il poeta dell’amore, raffinato, mondano: liquidato tra il frivolo e il decadente. È anche il poeta dei miti, certo, colui che ha messo un po’ d’ordine nello sterminato campo mitologico fornendo, di 250 miti, una versione narrativa: per questo nei secoli è stato ampiamente ripreso, citato, ri-raccontato, dal medioevo a oggi, da narratori e poeti. È il poeta frivolo dell’amore, dunque, e anche il poeta del mito, forse più saccheggiato dell’antichità.
Io l’ho scoperto quando studiavo Petrarca all’università: ho letto per conto mio Le metamorfosi, stupita di così rara bellezza. Ovidio ha cercato, legando i miti tra di loro attraverso l’idea di metamorfosi, di suggerire una possibile soluzione alla morte: noi oggi siamo esseri umani, domani saremo un fiore, un cigno, una nuvola… Nulla muore, tutto si trasforma. Questo raccontano i miti: Dafne tramutata in alloro, Batto in sasso, Scilla in gabbiano. Un’idea pacificata del nostro destino mortale. E, anche, l’idea che il mondo che ci circonda non sia soltanto quel che appare: un narciso, per esempio, può esser stato un bellissimo ragazzo che amava specchiarsi; e la fonte a cui andiamo a bere, un tempo era una ninfa che fuggiva per non essere amata da un fiume.
(I fiumi s’innamorano delle ninfe, nei miti…).
Ovidio è arrivato, a un certo punto della nostra seduta spiritica. È apparso, s’è sentita la sua presenza nell’aria. S’è fermato al fondo della sala, nella zona più buia. Elegante, un mantello porpora buttato sulle spalle. Il volto un po’ reclinato, e lo sguardo avanti, perduto nel nulla. È rimasto lì, appoggiato al muro, in disparte.
Ovidio è sempre stato in disparte. E ora è un’ombra triste. È da duemila anni che si aggira tristemente nell’aldilà, non s’è mai placato, non s’è dato ragioni. È stato il poeta messo da parte. Nella sua vita, a un certo punto, si apre una ferita, ed è inguaribile: quando lui ha già cinquant’anni, di colpo, Augusto non lo vuole più, gli manda l’ordine di lasciare Roma, lo relega sul mar Nero, in un posto inospitale, sperduto tra i barbari. In esilio. Senza famiglia, senza amici. I suoi libri banditi da ogni biblioteca. Cancellato! Non si sa il perché. Ovidio non lo ha raccontato, se non per cenni, vaghe allusioni: forse la sua opera, il suo pensiero libero, la sua idea che l’amore travalichi ogni legge davano fastidio al programma augusteo di restaurazione moraleggiante; forse una complicità negli amori illeciti di Giulia minore, nipote dell’imperatore. Chissà. Forse non si conoscono mai le ragioni per cui si viene allontanati, respinti, ostracizzati, esiliati dal mondo che conta e messi da parte, come soprammobili che di colpo non piacciono più, indesiderati, dimenticati, impolverati: morti viventi, abitanti in angoli sperduti d’inesistenza. Oggi come ieri? Forse sì. Si appartiene all’establishment, o non si appartiene. Nel qual caso non si esiste, ovvero si conduce un’esistenza marginale, periferica. Il potere domina, e occulto dirige le nostre sorti, senza fornire le ragioni. Il dolore di Ovidio è eterno, inconsolabile.
Lo evoco leggendo alcuni passi delle sue opere, passi che ho amato, o passi dimenticati, o che non conoscevo, mai letti (questo è evocare gli autori morti: leggerli!). Per esempio un passo dell’Ars amatoria, l’opera incriminata, invisa ad Augusto, un passo dove Ovidio dice agli uomini che per conquistare una donna è bene essere gentili. Essere gentili, che idea… fuori dal tempo! E fornisce questo esempio di gentilezza: «E se per caso, come succede, a lei si posa in grembo un granello di polvere, tu, pronto, cogli con le tue dita quel granello; e se non c’è nulla, coglilo lo stesso».
Ovidio, poeta della gentilezza… e della amorosa finzione. Poeta del granello di polvere che, reale o fittizio, si posa o non si posa sul grembo ella donna, e l’uomo raccoglie, comunque, per sempre, da due millenni…
Stavo pensando, mentre scrivevo: ma chi legge oggi Ovidio? Chi va alla Feltrinelli e si compra un’opera di Ovidio? E di Seneca, o di Properzio?
Voglio dire chi di noi, gente comune, non specializzata in studi classici, si accorge che esistono ancora libri tipo La brevità della vita o i Tristia, e li sceglie, decide di comprarli e portarseli a casa al posto dell’ultimo romanzo del noto giallista o dell’ultimo saggio del noto giornalista o psicanalista? Eppure sono librini maneggevoli ed economici, edizioni tascabili modernissime, BUR, Oscar; non sono tomi polverosi rilegati in pelle. Sono classici vestiti da contemporanei (quali sono, in effetti…).
Forse stiamo commettendo un grosso errore: forse dovremmo smettere di incitare alla lettura dei classici! Smettere di dire che è bello leggerli, che dobbiamo farlo, che se non lo facciamo chissà cosa ci perdiamo.
Dovremmo far finta di niente, e non distinguere i classici da tutti gli altri libri: lasciarli indistinti, non contrassegnati, mescolarli all’ultimo romanzo del noto romanziere contemporaneo, disporli in libreria in ordine alfabetico e basta: Seneca sotto la S, come Stancanelli, Starnone e Sorrentino. Mettere gli autori di duemila anni fa in competizione diretta con noi viventi, e stare a vedere cosa succede. Non relegarli invece in uno scaffale a parte con la dizione «Classici greci e latini». No. Questo è metterli in disparte, esiliarli: renderli marginali, periferici, inesistenti. Lasciamoli liberi, a concorrere in un libero mercato. L’ignoranza può giocare a favore, in questo caso (dico l’ignoranza di tutti noi oggi, infinitamente meno colti delle generazioni precedenti, cattivi studenti, irretiti nella rete dell’utopia digitale, promossi e mai bocciati, laureati e poi, da subito, smemorizzati): voglio dire che magari uno entra in libreria (negozio vero o scaffale online, fa lo stesso), ignora, non sa chi sia questo Ovidio… e lo compra! Magari perché attirato dalla copertina, o dal titolo, o dalla quarta di copertina. Lo compra perché gli va di comprarlo, o perché lo confonde con un cantautore, o perché nello scaffale sta nella O accanto a Odifreddi. Non importa, lo compra e se lo porta a casa, e probabilmente, visto che se l’è comprato, se lo leggerà pure!
Smettiamo di esortare ai classici. Smettiamo di chiamarli classici. Non distinguiamoli dagli altri. Lasciamo che siano felicemente e atemporalmente indistinguibili.
Ecco, chiamiamoli gli Indistinguibili.

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Il sito latinorum.tk è nato per accompagnare le mie lezioni dedicate alla cultura latina, per proporre divagazioni "extra ordinem" sulla classicità e per condividere in rete percorsi e materiali. Si tratta di un lavoro in fieri, che si arricchirà nel tempo di pagine e approfondimenti. Grazie anticipatamente a chi volesse proporre commenti, consigli, contributi: "ita res accendent lumina rebus…" Insegno Italiano & Latino al Liceo Scientifico ”G. Galilei” di San Donà di Piave, in provincia di Venezia. Curo anche il blog illuminationschool.wordpress.com e un sito dedicato a Dante e alla Divina Commedia, www.dantealighieri.tk.
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