Ovidio: il trionfo del poema liquido

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Giovanni da Udine (1487-1564), Contesa tra Apollo e Marsia, 1517-1518, Città del Vaticano, Loggetta del Cardinal Bibbiena

A 10 anni dal primo volume, il settimo completa l’imponente edizione Valla delle «Metamorfosi» offrendo ricchissimi stimoli ai lettori
Alessandro Schiesaro, “Il Sole 24 Ore – Domenica”, 7 febbraio 2016

A dieci anni dall’uscita del primo volume, il sesto completa l’imponente edizione Valla delle Metamorfosi di Ovidio e come i precedenti offre ricchissimi stimoli ai lettori specialistici e non, anche grazie agli indici tematici di tutta l’opera, strumento prezioso per esplorazioni incrociate.

In questi ultimi tre libri dell’opera Ovidio porta a termine il suo tour de force mitopoietico proiettando le Metamorfosi nel futuro. Lo afferma con orgoglio, in tono di sfida, nei versi che suggellano il poema: i suoi versi saranno letti ovunque e sempre, immuni all’ira di Giove e all’usura del tempo. Questo gesto titanico giunge al termine di un libro, il quindicesimo, che si concentra a più riprese, e da più angolazioni, sul tema del tempo e del destino, nuclei concettuali tra i più tormentati del poema. Tutte le Metamorfosi sono dominate dall’inquietante dialettica tra permanenza e instabilità. La prima creazione del mondo, narrata con l’enfasi e il respiro delle grandi cosmogonie, dura pochissimo, subito sopraffatta dall’iniquità delle prime generazioni di esseri umani e prontamente distrutta dal diluvio vendicatore di Giove. La metamorfosi è di regola fulminea nel suo concretarsi: bastano il capriccio di un dio lascivo, uno sguardo illecito, l’errore di un attimo, e uomini e donne si ritrovano mutati in alberi, pietre, animali, ma per sempre. Poema del flusso e del fluido, le Metamorfosi, e insieme, quindi, di una rigidità punitiva.
Ora Ovidio sceglie di affidare a un protagonista d’eccezione, il filosofo Pitagora di Samo, una riflessione generale sullo scorrere del tempo. Pitagora ha le carte in regola per farlo, convinto com’è della metempsicosi: le anime dei defunti non muoiono mai, solo trasmigrano di corpo in corpo, animale o umano che sia. Ne deriva l’assoluta empietà di cibarsi di carni: «no, vi prego, non lo fate, e ascoltate i miei avvertimenti, e se vi mettete in bocca membra di buoi macellati, sappiate e rendetevi conto che masticate i vostri contadini!». Indossati i panni del maestro ispirato, Pitagora illustra una visione del cosmo incentrata sulla ciclicità, la ripetizione, la distruzione come presupposto di nuova creazione. Lo si crederebbe un materialista alla Epicuro, se non fosse appunto che per lui l’anima sfugge a questo destino di dissoluzione materiale e sopravvive, eterna, ai corpi che di volta in volta la ospitano.
Come all’inizio del poema, anche alla fine importa a Ovidio sottolineare le credenziali didascaliche del suo poema, il confronto diretto con la dottrina dei Greci. Le implicazioni sono molteplici. Da un lato, è chiaro, la filosofia di Pitagora è il riferimento perfetto per un poema metamorfico: in un ciclo continuo di trasformazioni sorprendenti e di metempsicosi spiazzanti anche le storie mirabili narrate dal poeta finiscono per trovare un inquadramento più sistematico. La natura stessa, sottolinea Pitagora, è maestra di metamorfosi: basta guardare come dal corpo putrefatto di un toro nascono le api, dalle braccia recise a un granchio si generi lo scorpione, i bruchi lascino il posto alle farfalle. Se tutti i corpi, come afferma il filosofo, derivano la loro origine da altri, perché stupirsi delle vicende che il poeta Ovidio ha ripercorso nella sua opera? Ma questi ultimi libri del suo poema sono anche quelli in cui è più diretto il coinvolgimento con temi storici e politici, in cui ritroviamo per esempio, un’Eneide compressa e polemica, le lodi di Cesare, quelle di Augusto. Tutte vicende che l’insegnamento di Pitagora ricolloca giocoforza in una dimensione inevitabilmente caduca: Troia, ricca e potente, «mostra soltanto antiche rovine», Sparta è ormai «terra senza valore», Micene, Atene, Tebe: nulla più, se non nomi. E Roma? La cronologia impone che Pitagora parli di Roma al futuro, come di una città potente che si sta affacciando per la prima volta sul proscenio della storia circondata da aspettative emozionanti, destinata a diventare capitale del mondo, centro di un impero smisurato. Pitagora si ferma qui, alla profezia di un futuro radioso esemplata in apparenza sulla promessa virgiliana di un «impero senza fine», e però resa incerta e periclitante dal contesto in cui è inserita, preceduta com’è da quel regesto lugubre di grandi civiltà scomparse e seguita dalla conferma che la terra, il cielo e tutto quanto contengono sono destinati a mutare forma. Se tutto cambia e tutto trascorre neppure Roma ’eterna’ potrà sfuggire a questa regola generale. Sfugge invece, Ovidio lo proclama nel sigillo finale, il lavoro del poeta, il cui nome resterà indelebile e la cui opera sarà letta da tutti, e «per tutti i secoli»: un auspicio temperato dal dubbio, ma comunque una rivendicazione orgogliosa di merito.
Fama duratura toccherà certamente alle Metamorfosi Valla, che segnano il coronamento di un trentennio di studi in cui si è radicalmente modificato il ruolo di Ovidio nel panorama della letteratura latina e di quella mondiale. È stata particolarmente felice la scelta del direttore dell’opera, Alessandro Barchiesi, di riunire nell’impresa i protagonisti principali di questa nuova aetas Ovidiana. Quasi mezzo secolo di età separa il più giovane tra i commentatori, Joseph Reed, dal decano Edward Kenney, il quale fin dagli anni sessanta aveva promosso a Cambridge un ripensamento complessivo della poesia ovidiana. E a Cambridge l’opera si chiude oggi con questi ultimi tre libri magistralmente commentati da Philip Hardie, dopo che lo stesso Barchiesi e Gianpiero Rosati avevano dimostrato l’apporto decisivo della critica italiana. Si addice alle Metamorfosi questa polifonia di stili e modi dell’analisi, questo orizzonte internazionale dell’impresa. Per ora, almeno, Ovidio ha avuto davvero l’ultima parola: «vivrò».
Ovidio, Metamorfosi. Volume VI (Libri XIII-XV), a cura di Philip Hardie, traduzione di Goachino Chiarini, indici a cura di Caterina Lazzarini, Fondazione Valla/Mondadori, Milano, pagg. 972

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Il sito latinorum.tk è nato per accompagnare le mie lezioni dedicate alla cultura latina, per proporre divagazioni "extra ordinem" sulla classicità e per condividere in rete percorsi e materiali. Si tratta di un lavoro in fieri, che si arricchirà nel tempo di pagine e approfondimenti. Grazie anticipatamente a chi volesse proporre commenti, consigli, contributi: "ita res accendent lumina rebus…" Insegno Italiano & Latino al Liceo Scientifico ”G. Galilei” di San Donà di Piave, in provincia di Venezia. Curo anche il blog illuminationschool.wordpress.com e un sito dedicato a Dante e alla Divina Commedia, www.dantealighieri.tk.
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