Ma questo Romolo sembra il re dei vichinghi

Maurizio Bettini, “Repubblica”, 4 febbraio 2019

Ho visto Il primo re, il film che Matteo Rovere ha dedicato a Romolo e Remo. E ho pensato al mito.
Cioè a quel tipo di storia che non viene raccontata una volta per sempre, ma muta e si rinnova da una versione all’altra. Però, a ogni variante il mito viene rielaborato secondo le categorie e i gusti della cultura che lo accoglie: la Medea di Euripide non è certo quella di Pasolini. Che ne è dunque dei gemelli nell’ultima versione del loro mito? A quali categorie si conformano? Prima di tutto, direi, alla fascinazione nordica cui la nostra cultura va soggetta quando immagina il primitivo.
Nelle loro peregrinazioni Romolo e Remo attraversano un Lazio irlandese, o finnico, dove non smette mai di piovere e dove una palude segue l’altra.
Si aggiungano gli scoppi di urla selvagge, le maschere d’orso (quelle che indossavano i famigerati berserkr del settentrione), l’ambientazione boschiva, le interminabili lotte nel fango. Primitivo uguale nordico, è lo spirito dei tempi.
Mi veniva in mente la teoria (talora accreditata anche in tv) secondo cui l’Odissea sarebbe stata originariamente ambientata nel Baltico. Anche il personaggio della Vestale — col suo volto fuligginoso, il suo gusto per il sangue di cui si cosparge — somiglia più a una strega del Macbeth che non a una “vergine pura” di romana memoria. Anzi, assomiglia a una profetessa vichinga, così come i proto-Romani di Rovere rassomigliano agli ispidi e selvaggi guerrieri della serie televisiva Vikings. Al di là dei corpi mutilati e smembrati, della violenza parossistica cara a Hollywood, il film ha anche molti meriti, specificamente cinematografici, lo si è detto, ed è fuor di dubbio originale. Basta pensare che i dialoghi non solo sono in latino, ma qualche linguista li ha perfino dotati di desinenze arcaiche e forme indoeuropee. A dispetto di tanta cura erudita per il Lazio delle origini, però, di autentici costumi romani in questo Romolo e Remo non c’è traccia.
Come quando il compianto funebre per i guerrieri morti viene accompagnato da una danza quasi Sioux e da un flebile coro di bambini. Cosa si sarebbe potuto fare con la lamentazione antica! Bastava aver letto Ernesto de Martino.
Se per rendere “altri” Romolo e Remo, come meritatamente voleva, un regista come Rovere avesse attinto non alle fantasie nordiche, ma alla vera “alterità” della cultura romana arcaica (e giuro che ce n’è a bizzeffe) l’effetto sarebbe stato straordinario. La cosa che più mi ha colpito, comunque, è un’altra: alla fin fine questa Roma di Rovere nasce cattiva.
Non è la Roma dell’asylum, aperta ad accogliere ogni disperato, come recita il mito romano, ma è una Roma ostile, chiusa. Altro segno dei tempi?

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Il popolo della seta

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La Cina attore globale al tempo dei romani
La storica Emilia Michelazzi racconta in un libro il boom della potenza commerciale cinese dopo l’incontro con Roma

Giorgio Ieranò, “La Stampa”, 1 febbraio 2019

La Cina è vicina. Anzi, era vicina già duemila anni fa. Quando, al tempo dei greci e dei romani, uomini e cose viaggiavano dal Mar Giallo al Mar Mediterraneo lungo la Via della Seta. Il nome Via della Seta è recente: fu inventato nel 1877 da Ferdinand von Richthofen, geografo avventuroso e profondo conoscitore della Cina, nonché zio di Manfred (il celebre Barone Rosso, asso dell’aviazione della prima guerra mondiale). Le antiche vie commerciali, in realtà, erano più di una: una serie di percorsi carovanieri che attraversavano l’Asia centrale, ai quali si aggiungeva una rotta marina che doppiava l’isola di Ceylon, la favolosa Taprobane degli antichi.
Secondo i testi cinesi, ad aprire la strada dell’Ovest sarebbe stato. nel 138 a. C., Zhang Qian, un funzionario di corte della dinastia Han. Ma già da tempo, sull’onda delle conquiste di Alessandro, i greci si erano spinti nel cuore profondo dell’Asia. L’Alessandria più remota (chiamata appunto Eschate, «L’estrema»), fondata nel 329 a. C. sul sito dell’odierna Xuçand in Tagikistan, è molto più vicina a Pechino che a Roma. E quando Zhang Qian, il pioniere della Via della Seta, varca i confini dell’impero cinese, nella Battriana, oggi Afghanistan del Nord, regnava il greco Menandro, trasformato poi dalla tradizione in un saggio buddista. Zhang Qian era un Marco Polo alla rovescia: il suo viaggio, di cui abbiamo un dettagliato resoconto, durò tredici anni, tra assalti di predoni e attraversamenti del deserto. Dalla Cina erano partiti in novantanove, ma Zhang Qian e il suo servo furono gli unici a tornare. C’è comunque motivo di sospettare che i rapporti dei greci con la Cina fossero ancora più antichi della spedizione di Zhang Qian. Qualche studioso sostiene che persino i guerrieri del celebre esercito di terracotta (210 a. C.) si ispirino alla scultura greca.
E’ però con l’impero romano che i rapporti tra la Cina e le civiltà del Mediterraneo diventano più intensi. A Roma fioriscono le narrazioni sul favoloso «popolo della seta», i Seres, che abitano ai confini del mondo. Come racconta ora un interessante libro di Emilia Michelazzi, intitolato appunto Roma e il misterioso popolo della seta (Edizioni Patron, pp.123). La prima volta che i romani avevano visto la seta cinese era stata forse nel I secolo a. C.: sventolava negli stendardi da battaglia dei guerrieri partici, i loro più formidabili nemici sulla frontiera orientale. Ma preso la seta orientale si diffonde anche nell’Urbe, diventando il simbolo per eccellenza dello sfarzo e della lussuria: non a caso, come ricorda Michelazzi, si sottolineava che il dissoluto Eliogabalo era sempre vestito di seta pura, mentre l’austero Aureliano la rifiutava. La bachicoltura era ignota nel Mediterraneo. Per cui i romani avevano idee vaghe, e in genere sbagliate, su come si produceva la seta. Ma erano pieni di ammirazione per quegli strani uomini capaci di creare una fibra così preziosa. Nelle fonti romane, i Seres sono dipinti come un popolo mite, onesto e giusto. In Cina, si narra, non esistono ladri, assassini o prostitute. Questo mito dei cinesi pacifici e saggi resisterà fino a Marco Polo, che li descriverà non solo come abili «mercatanti» ma anche come «naturali e savi fisolafi [filosofi]».
Molto prima di Marco Polo, all’inizio dell’era cristiana, in Cina era arrivato già Maes Titianos, un viaggiatore di cui ci parla il geografo Tolomeo. L’emissario di Roma aveva raggiunto la «Sera Metropolis», la Città della Seta, che doveva essere Chang’an, capitale dell’impero Han. I contatti diretti si fanno sempre più fitti. Nell’autunno del 166 d. C., gli annali di corte cinesi registrano la visita degli ambasciatori di un impero remoto, chiamato Da Qin, dove regna un potente sovrano di nome An Tun (forse Marco Aurelio, che portava anche il titolo di Antonino). Ma i primi ambasciatori di Roma in Cina furono forse, loro malgrado, i superstiti delle legioni di Crasso, sconfitte nel 53 a. C. dai Parti nella battaglia di Carre, sul fiume Eufrate.
Secondo Plinio il Vecchio, i legionari prigionieri furono deportati in Margiana, odierno Turkmenistan orientale. Alcuni anni più tardi, nel 36 a. C., assediando la città di Zhizhi (oggi in Kazakistan), il generale cinese Chen Tang si trova di fronte a formidabili nemici che combattono in una schiera compatta: «Un centinaio di fanti si schierarono in una formazione a scaglia di pesce e iniziarono a manovrare», si legge nei resoconti cinesi. Erano i legionari di Crasso, organizzati a testuggine, secondo la tattica romana? Così sostengono alcuni studiosi ma è difficile dirlo con certezza. Comunque, a chi oggi viaggia nella contea dello Yongchang, può capitare di imbattersi in cinesi vestiti da legionari: sono gli abitanti del luogo che, ogni tanto, sfilano in parata per rendere omaggio ai loro antenati romani.

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Ragazzi, imparate l’amore (e il sesso) da Catullo

Maurizio Bettini, “La Repubblica”, 12 gennaio 2019

Il recente boom del latino, la festa per la Notte dei licei classici, una nuova edizione delle sue opere che arriva in libreria: ecco perché riscoprire il poeta adorato da Yeats e da una schiera di fan che va dai filologi ai pornografi
Teste calve, ignare ormai dei propri peccati!» scriveva William Butler Yeats, il grande poeta irlandese. Ce l’aveva con gli studiosi di Catullo. Com’è possibile, lamentava, che versi scritti «nei loro letti» da giovani amanti, diventino materia inerte sotto il microscopio dei professori? Povero Yeats. Non poteva immaginare che in un futuro non lontano a Catullo sarebbe toccata una sorte ben più paradossale. Allontanate le teste calve, infatti, sulle sue poesie si sono chinate quelle di voyeur, fantasisti (chiamiamoli così), perfino pornografi. E dunque, che ne è stato del canzoniere d’amore e d’invettiva più celebre della poesia latina? Vediamo.
Ci si poteva aspettare che il «passero», quello che muore all’inizio della raccolta, fosse alternativamente interpretato come il sesso di Lesbia o quello di Catullo. Più scioccanti risultano però le elucubrazioni suscitate dall’«unguento» che le Veneri in persona avevano donato a Lesbia (omettiamo per decenza i dettagli corporei). Ed ecco Lesbia, il grande amore e l’ancor più grande dolore di Catullo. Il lettore si rassicuri: in realtà non è mai esistita. Si tratterebbe solo di una maschera, a cui il poeta avrebbe attribuito un carattere “saffico” (non a caso è descritta come sessualmente attiva) e un nome che evoca pratiche erotiche libertine: la «donna di Lesbo».
Interrompiamo la goffa rassegna, che in verità sarebbe assai più lunga. Basterà dire che si accoglie quasi con sollievo l’idea che l’immagine catulliana del «fiore virginale» sia stata ispirata dalla lettura del Cantico dei Cantici. Criticamente una stupidaggine, certo, ma che almeno non sa di lupanare. E dunque, che cosa è successo al povero Catullo dai tempi di Yeats?
Ha subìto la stessa sorte di altri testi poetici antichi. Dai quali ormai c’è ben poco da spremere — i millenni di studi li hanno resi esangui — ragion per cui bisogna inventare. E siccome siamo nell’era dello scoop, soprattutto erotico, tanto vale spararle grosse. Per nostra fortuna l’Italia sembra restare immune da simili bizzarrie. Ma soprattutto, sempre nel nostro Paese, Catullo ha appena ricevuto in dono un’opera che ampiamente lo risarcisce dei torti ricevuti.
Stiamo parlando di Gaio Valerio Catullo, Le poesie, a cura di Alessandro Fo, da poco edito da Einaudi. Il fatto è che — a dispetto delle “attualizzazioni” di pornografi e fantasisti — il libro di Catullo è un testo che dista da noi oltre due millenni: come tale non solo è irto di trappole dovute a una lunga trasmissione manoscritta, ma è reso spesso ambiguo dal forte scarto che ci separa dalla cultura romana. Per redigere un commento che renda conto di simili difficoltà, dunque, occorre essere prima di tutto filologi consumati. Non va neppure dimenticato, però, che Catullo è un poeta straordinario. Non ha scritto soltanto versi da letto, come voleva Yeats, ma versi di delicata amicizia, di invettiva giocosa o arrabbiata, versi mitologici degni dell’alessandrinismo più elegante, versi decisamente (e volutamente) enigmatici: e versi in cui l’amore-passione ha trovato una delle voci più schiette e indiscutibili che l’abbiano mai cantato, tra la gioia e la disperazione. Catullo infatti Lesbia l’ha amata davvero. Questo significa che per tradurre le sue poesie bisogna essere non solo latinisti ma, contemporaneamente, poeti. In un caso come questo la lingua d’arrivo, come la chiamano i traduttologi, non può essere solo piana e corretta, ma deve sorgere dal bagaglio di chi conosce a fondo le voci della poesia italiana — e soprattutto si richiede il possesso, in proprio, di un talento poetico. E Alessandro Fo lo possiede. Chi dunque vorrà o dovrà misurarsi col latino di Catullo, d’ora in avanti disporrà di un commento che lo guiderà nel cammino difficile, a volte, dell’interpretazione; chi invece desidererà solo leggere le poesie, in italiano, potrà farlo in una lingua ricca, sfumata, agile, a volte perfino geniale nel gioco delle corrispondenze con il latino. Per non parlare dell’astuzia con cui Fo, nei propri versi, riproduce i ritmi della metrica originale (faleci, esametri, scazonti …) in una forma “barbara” da lui già sperimentata nell’ormai classica traduzione dell’Eneide. Anche se un conto è farlo con l’esametro, un altro è riuscirci con i galliambi saltellanti in cui Attis, seguace di Cibele, racconta la drammatica vicenda della sua evirazione. Insomma, sui classici si lavora da duemila anni, lo abbiamo detto, ostinarsi a darne nuove e sorprendenti interpretazioni può condurre al ridicolo. E se invece, anche approfittando di questo libro, i classici provassimo finalmente a leggerli? Per esempio, incominciate da questi versi.
«Su viviamo, noi due, mia Lesbia, e amiamo / e i mugugni dei vecchi troppo arcigni / tutti insieme stimiamoli uno spicciolo. / Solo i soli si spengono e ritornano» (carme 5).
«Lui mi sembra essere pari a un dio, / superar gli dèi (se non è profano), / lui che, a te davanti, incessantemente / ti guarda e ascolta» (carme 51).
«Catullo, be’, che mora mai al morire, ormai? / Sta sul seggio curúle Nonio il pustola, / Vatinio si sta spergiurando console: / Catullo, be’, che mora mai al morire, ormai?» (carme 52).
«Odio e amo. Com’è che ci riesca forse ti chiedi. / Lo ignoro. Ma sento che riesce, e ci sto crocifisso» (carme 85).
«Per molte genti e per molte distese vaste portato / eccomi a questi, fratello, funebri riti infelici, / per farti dono di un ultimo, estremo omaggio di morte / e per rivolgermi invano alla tua cenere muta» (carme 101).
«Minchia di montare si sforza il monte Pipleio: / a forconate lo piombano le Muse, a testa all’ingiù» (carme 105).

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Insondabile alchimia dell’amore

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Carlo Carena, “Il Sole 24 ore – Domenica”, 23 dicembre 2018

Catullo. Un poeta geniale, snob, tenero, fragile e sboccato, allo stesso tempo erudito e istintivo. Nei suoi carmi,tra sesso, potere e vita quotidiana, si ritrovano prospettive modernissime, centrali per l’esperienza di ognuno

La Nuova Universale Einaudi pubblica un’edizione eccezionale di un classico latino: il Libretto dei versi di Catullo, curato da Alessandro Fo. I cento carmi del «ragazzaccio veronese, geniale, snob, tenerissimo, fragile e sboccato, istintivo e insieme erudito e sorvegliatissimo nello stile, irritabile, pettegolo…» secondo le classificazioni in cui lo inquadra Luca Canali nella sua edizione (1997), trova qui un assetto degno di quello che ancora Canali additava come «l’insostituibile crocevia» della poesia lirica latina di tutto il secolo seguente, il secolo d’oro.
Nell’Introduzione, di 163 pagine, Fo affronta e imposta con polso fermo e individualità di vedute, nel quadro di una tradizione esegetica molto ricca e autorevole, ogni problema che l’opera catulliana pone agli studiosi e ai lettori. Professore di Letteratura latina all’Università di Siena, egli ha dalla sua, come Canali, anche il retroterra di una personalità di traduttore e di poeta in proprio. Nella stessa Universale uscì infatti nel 2012 una sua versione dell’Eneide, che già affrontava e risolveva in modo originale problemi di metrica; e nella Collana di Poesia un paio di libri, Corpuscolo, del 2004 e Mancanze, del 2016.
E qui l’Introduzione si apre prospettando e dividendo metricamente e concettualmente i carmi catulliani, un primo gruppo in metri vari, e poi in distici elegiaci; dapprima composizioni brevi e leggere, le nugae, scherzi, poi di maggior estensione e impegno e su temi ispirati alla vita quotidiana, soprattutto le amicizie e le inimicizie e il sommo e struggente, fortissimo e delicato, perenne: l’amore. Anche il basso si affianca alla sublimità di questi temi sconvolgenti, ma la sostanza di ogni componimento della musa catulliana «è centrale per l’esperienza della vita di ognuno». Sempre molto letto e persino popolare, oggi si ritrova in lui ciò per cui Fo usa persino una terminologia modernissima, tanto questo Libellus è innovativo: e cioè sesso, potere, dinamiche sociali; leggibile persino in chiave psicanalitica e pornografica, maschilista o femminista.
Certo si potrebbe anche obiettare che mancano nel panorama catulliano talune prospettive che rendono un poeta davvero universale e indispensabile. Ma è anche vero che ciò che gli ispira la tragedia dell’abbandono e del tradimento di una donna, della perdita di quell’ideale e dell’irrompere su di esso della realtà del mondo, gli ispira accenti imperituri nel cuore e nella mente di qualsiasi lettore. Per lei, Lesbia, egli si era inebriato perdutamente (carme 5, trad. Fo): «Su viviamo, noi due, mia Lesbia, e amiamo… | Mille baci tu dammi, e quindi cento, | poi altri mille, e poi un’altra volta cento, | quindi fino a altri mille, quindi cento. | E poi, molte migliaia…»; ora la vede e la rappresenta disperatamente ad un amico: «Celio, la nostra Lesbia, Lesbia, quella, | quella Lesbia, lei che Catullo sola | più di sé ha amato, … | ora in vicoli e nei crocicchi» rende i servizi più immondi ai Romani (carme 58).
Osserva Fo che il modo come il poeta ha vissuto questo dramma è del tutto straordinario ed eccezionale, per l’importanza che vi assume l’aspetto “non fisico” dell’esperienza amorosa e l’originalità dei sentimenti delicatissimi che egli vi introduce: «Ti ho avuto a cuore, a quel tempo, non come il volgo un’amica | ma come ha a cuore i suoi figli, ed anche i generi, un padre» (carme 72).
L’originalità e la pregnanza del sentimento amoroso nel nostro poeta ne fa il fondatore anche del linguaggio della poesia e del linguaggio amoroso occidentale. I diminutivi, che ci fanno sorridere in lui e in noi, ne sono una nota caratteristica: così puellula, brachiolum, ore floridulo, ocelli, pallidulus, languidulus somnus… E ancora, i suoni e le onomatopee e gli «intrecci acustici di parole» e le sinfonie verbali. Così, nell’epicedio per la morte del passero della sua fanciulla (carme 3) troviamo: Passer mortuus est meae puellae, | passer deliciae meae puellae| quem plus illa oculis suis amabat. | Nam mellitus erat suamque norat | ipsam tam bene quam puella matrem | … O miselle passer! | Tua nunc opera meae puellae | flendo turgiduli rubent ocelli («Morto è il passero della mia ragazza, | gioia, il passero, della mia ragazza, | che lei più dei suoi occhi stessi amava. | Tutto miele era infatti, e distingueva | la sua lei come bimba con la mamma,| né dal grembo di lei mai si muoveva. | … O tu, poverello passero! | Per quest’opera tua la mia ragazza | piange e rossi ha gli occhietti, e gonfi gonfi».
Il latino catulliano e l’italiano del traduttore trovano nelle monumentali note successive (pagine 392-1221) descrizioni e risposte ad ogni quesito. E si ha l’impressione che, oltre alla fatica immane, Fo a volte vi si sia divertito all’arguzia, e certo diverte i suoi lettori.
Carme 27: «Tu al vecchiotto Falerno addetto giovane, | versa a me coppe belle amare, legge | di Postumia – regina del convito –,| più di un acino tutto ebbro ebbra. | Ma voi dove vi va sparite, o linfe, | via, rovina del vino, voi, e migrate | dagli austeri: qui è re il Tioniano puro». Nelle sei pagine di note l’annotatore ci informa anzitutto che il carme è stato sottoposto da parte dei commentatori a molte elucubrazioni e sottigliezze, mentre la sua impressione è che siamo di fronte a una semplice, spontanea accensione occasionale, mirabile nella sua autenticità; con ogni probabilità, un’improvvisazione a simposio. Si è stabilito che si beva vino puro: e ben venga. […] «Da trentatré parole in versi su una serata a bere fra amici, cosa pretendere di più?».
Viceversa al disperato carme 75 leggiamo: «Mi è giunta a tanto – per tua, mia Lesbia, colpa – la mente, | e a tale punto s’è persa per questa sua dedizione, | che ormai non può, pur se ti fai perfetta, volerti più bene, | né fare a meno di amarti». Fo lo inquadra e lo eleva così: «In questo epigramma l’accento finisce per cadere ai margini della follia in cui sbocca un simile smarrimento. Trattandosi di un’esperienza comune, non stupisce riscontrare un motivo analogo anche nella precedente tradizione [della poesia] erotica. […] Difficilmente, tuttavia, le variazioni di Catullo dipendono qui dai libri, e sembra impossibile negare che scaturiscano dal vivo di una sofferenza profondamente sperimentata».
Davanti a questi casi, così presentati, anche l’obiezione accennata più sopra delle deficienze e le scorie che restringono o impoveriscono la poesia catulliana, cade, e si riflette o si geme e inveisce con lui come sui grandi.

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La vera storia di Cleopatra è un dark-thriller politico


Scultura romana di Cleopatra VII al Antikensammlung Museum, Berlino (Ph. by Sailko, CC by 3.0, via Wikimedia Commons)

Marino Niola, “La Repubblica”, 12 dicembre 2018

Un saggio narrativo di Alberto Angela sulla più celebre primadonna del mondo antico

Senza Cleopatra il mondo non sarebbe lo stesso. La sua bellezza leggendaria, la sua intelligenza spiazzante e la sua cultura raffinata ne hanno fatto l’indiscussa primadonna sulla scena dell’antichità. La protagonista assoluta di quel periodo tempestoso che va dall’uccisione di Cesare alla nascita dell’impero augusteo.
Adesso, tutto quello che avreste voluto sapere sulla mitica regina e che non avete mai osato chiedere, lo trovate nel nuovissimo libro di Alberto Angela, Cleopatra. La regina che sfidò Roma e conquistò l’eternità (Rai Libri e HarperCollins, pagine 446).
Un testo, dotato di immagini e cartine, che illumina il pubblico e il privato della donna più chiacchierata, amata e odiata di sempre.
Angela, con il talento del narratore e l’immediatezza comunicativa del divulgatore ricostruisce l’affaire Cleopatra seguendola come un reporter.
Minuto per minuto, ora per ora, domus per domus. La pedina con il suo passo felpato, mettendo sempre i fatti al centro della narrazione.
Sia gli eventi storicamente accertati, sia quelli ricostruiti attraverso indizi, congetture, intuizioni. Il risultato è un affresco storico avvincente e convincente. Pieno di azione e di emozione.
Come quando racconta la reazione della sovrana d’Egitto che, nella sua lussuosa villa al di là del Tevere, riceve la notizia dell’assassinio di Cesare. In quel momento in cui il futuro del suo Paese e dell’intero Mediterraneo è sospeso come sulla lama di una spada, il crollo del suo progetto politico si sovrappone alla fine del suo sogno d’amore e alla sua inquietudine di madre per la sorte del figlio Cesarione.
E mentre il popolo romano interrompe i festeggiamenti in onore della dea Anna Perenna si chiude in casa fra timori e tremori.
L’autore lancia i protagonisti della vicenda come dadi sul panno verde della storia.
Antonio, Bruto, Cassio, Ottaviano, Agrippina, Mecenate. Col trascorrere delle pagine «questi dadi, rotolando e piroettando, prima di fermarsi mostreranno una faccia vincente, poi una perdente, poi di nuovo una vincente e così via, in un crescendo di tensione in cui non si capirà mai chi stia per trionfare».
Da narratore accorto, Angela crea e ricrea, sequenza dopo sequenza, un clima di suspence, come in un giallo di cui è noto l’epilogo, ma sono molto meno chiare le trame e i retroscena che conducono il thriller verso la sua conclusione.
Insomma oltre l’aspide c’è di più. C’è perfino il sospetto che fosse un cobra. O addirittura che la donna abbia bevuto un cocktail letale, il che scagionerebbe il serpente.
Angela sottopone la vicenda a un trattamento cinematografico. Pieno di inquadrature inaspettate, di particolari dimenticati, di messe a fuoco rivelatrici.
Come quella dove Cleopatra, vestita da Afrodite sotto un baldacchino d’oro nella sua barca dai remi d’argento, seduce Antonio in un’atmosfera tra l’erotico e l’estatico.
In realtà dietro quella scintillante spirale di languore c’è il lucidissimo disegno della regina che cerca protezione per il suo regno, vuole tracciare dei confini entro cui essere amata, come le farà dire Shakespeare.
Bella e non solo, dunque. In questo senso l’autore ha il merito di aver fatto emergere, dietro la maschera della femme fatale, della «Cleopatràs lussuriosa» come la chiama Dante, la realtà di una donna ricca e colta, maestra dell’arte della persuasione e grande mediatrice tra Oriente e Occidente.
Un grande simbolo di quella globalizzazione prima della globalizzazione che fu l’ellenismo. In effetti il racconto di Alberto Angela fa uscire Cleopatra dal mito per farla entrare nella storia e infine la restituisce al mito. Ma con tutti gli onori.

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Eros, amicizia, nozze: Eva Cantarella racconta gli affetti dei greci e dei romani

 

Alma-Tadema, A_coign_of_vantage, 1895

Giulia Ziino, Nel cuore degli antichi, “Corriere della Sera”,  7 dicembre 2018

Classicità «Gli amori degli altri» (La nave di Teseo): una mappa dei sentimenti che segue il filo del mito e della storia

Di cosa parliamo quando parliamo d’amore? Di sicuro di qualcosa che cambia attraversando i secoli e le geografie. Altrimenti come potremmo portare come esempio di matrimonio riuscito quello di Marzia e Catone? Sposati, due figli all’attivo e lei incinta del terzo, Catone pensa bene di cederla all’amico Ortensio che, per rinsaldare il legame amicale, gli chiedeva di avere dei «figli in comune». Marzia, ceduta suo malgrado, partorisce in casa del nuovo consorte il figlio di Catone e, più tardi, ne concepisce anche uno con Ortensio. Quando quest’ultimo, sessantenne all’epoca delle nozze, muore, Marzia torna da Catone. Secondo Lucano, che lo racconta nella Farsalia, la donna (con ancora tra i capelli la cenere della pira di Ortensio) bussa al portone del primo marito e lo implora: «Ho fatto quello che mi hai ordinato di fare. Ora torno da te, sfinita dai parti, in uno stato nel quale non posso essere ceduta a un altro uomo. Concedimi di riannodare i casti legami del primo letto, dammi soltanto il nome di moglie, così che sulla mia tomba possa essere scritto: Marzia, moglie di Catone». E Catone, prontamente, apre la porta.
Niente di strano, a Roma, dove cedere una moglie ancora in grado di procreare era cosa considerata normale. Anzi buona e giusta, poiché liberava il primo marito dal rischio di mettere al mondo troppe bocche da sfamare e dava invece al secondo la possibilità di avere figli. Tutto senza che la capacità di generare della donna andasse sprecata in epoche — come quella di Augusto — in cui la denatalità stava diventando un’emergenza sociale. E c’era anche chi, tra le matrone, sapeva fare buon viso a cattivo gioco e sfruttare la situazione. Come Livia, anche lei sposata e in attesa del secondogenito, ceduta (non si sa quanto spontaneamente) dal marito ad Augusto, che se ne era innamorato a prima vista (e per lei non aveva esitato a ripudiare la moglie Scribonia il giorno stesso in cui costei aveva partorito la loro unica figlia, Giulia). Livia sposa il princeps e sfrutta a suo vantaggio la situazione riuscendo a fargli succedere Tiberio, il figlio avuto dal primo marito. Operazione portata a termine al netto di due morti sospette (quelle dei figli di Giulia, nipoti diretti di Augusto, avvelenati, scrive Tacito, «a seguito delle trame della matrigna Livia») e di un altro matrimonio (quello fra Giulia e lo stesso Tiberio).
Cessioni, divorzi, ritorni. Li racconta Eva Cantarella in Gli amori degli altri (La nave di Teseo). Dove gli altri sono i greci e i romani, antenati da cui molto deriviamo ma dai quali, però, ci separa una concezione dei sentimenti e dell’amore in cui è difficile per noi identificarci. Troppo distante e diversa. Cantarella prova a orientarci in questa mappa del cuore servendosi dei miti e della letteratura (ma anche di testimonianze scritte di altro tipo: corpi di leggi, iscrizioni, graffiti) in cui l’amore è protagonista. Al modo dei greci, per i quali, per esempio, le relazioni adulterine dell’uomo erano tollerate col sorriso dalle brave mogli al punto che Andromaca — altra metà di una delle coppie più solide della tradizione letteraria — si vanta per bocca di Euripide di aver allattato i figli illegittimi del marito, per non amareggiarlo e anzi «conquistare il suo amore»: proprio quell’Ettore con cui, sulle porte Scee alla vigilia della battaglia, aveva dato vita a uno dei quadretti di vita familiare più famosi (e commoventi) dell’antichità.
Inutile cercare di immedesimarsi: mentalità troppo lontane dalla nostra. Meglio cercare di contestualizzare e poi lasciarsi travolgere dal fascino delle testimonianze, delle storie: dèi che rapiscono ragazze (e ragazzi) come se nulla fosse (le mille conquiste di Zeus: Callisto, Europa, Metis, Semele, Io, Ganimede, Leda…), fiumi e venti che insidiano ninfe bellissime, mariti che, come Ulisse, smaniano per tornare dalle mogli ma non disdegnano di ritardare il rientro trascorrendo anni nel letto di maghe. Ma anche la forza ancora viva di sentimenti più simili ai nostri, meno difficili da condividere: la gelosia che fa impazzire Catullo mentre pensa a Lesbia, i sospiri di Sulpicia — preziosa e rara voce di poetessa donna —, i vivacissimi graffiti di Pompei («Costringimi a morire, poiché mi costringi a vivere senza di te», ma anche il meno romantico, seppure tardivamente ritroso: «Io qui, con le natiche al vento, ho fatto l’amore con la mia donna: ma scrivere queste cose è stato turpe»). E la philia — misto di eros, amicizia e rapporto tra discepolo e maestro — che univa Achille e Patroclo e gli uomini di Grecia e Roma ad altri uomini: nel 559 d. C. Giustiniano per la prima volta la bollerà come «contro natura». Cambia l’etica, e si chiude un’era.

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Evviva le lingue morte che non smettono di vivere

Paolo Di Paolo, “La Repubblica”, 7 dicembre 2018

Una ragazza è alle prese con le versioni di latino. Si sconforta: «No, non ce la faccio!», la madre la sprona, la incoraggia. La ragazza reagisce e fa la domanda delle domande: «Ora tu mi spieghi a che serve il latino». La madre azzarda una spiegazione: «Oh! Il latino è importante, eh! Il latino serve a ragionare, a costruire così… un discorso, a scrivere». Si confonde, parla della “struttura logica” che viene dal latino, scoppia a ridere: «Non mi ricordo, so che serve a qualcosa, ma non mi ricordo più a cosa, va bene?». È una scena di un film di Nanni Moretti, Mia madre. È la domanda che generazioni di studenti si sono portati dietro: a che cosa servono il greco e il latino? Forse il successo di La lingua geniale e Viva il latino allegati a Repubblica — oltre cinquantamila copie in pochi giorni — è già una risposta. Due bestseller — decine di edizioni in libreria — diventano bestseller anche nella riproposta in edicola. È il segno che le lingue cosiddette morte restano vive prima di tutto in noi, come una specie di muscolo dimenticato, o un secondo cuore. Chi ha trafficato con i paradigmi, con le declinazioni — lì per lì, magari, maledicendole — si porta dietro una strana cassetta degli attrezzi. Inutilizzabili, o almeno pare, nel quotidiano: con chi parli la lingua di Sofocle o di Seneca? Con nessuno, in effetti. Inapplicabili alle emergenze pratiche: una perifrastica non salva e non risolve. Ma quanto più te la porti dietro nella vita, quella cassetta degli attrezzi fuori tempo, tanto più si alleggerisce.
Al punto che dimentichi di averla con te. E dopo quarant’anni di assenza dai banchi di scuola, se qualcuno se ne esce con “rosa, rosae” sbianchi, ti allarmi, sospiri, metti le mani avanti: non mi ricordo niente. Non è così: di tutto resta un poco; e del greco e del latino una specie di scia, un sentimento. Sono convinto che i libri di Andrea Marcolongo e di Nicola Gardini abbiano rimesso in gioco, prima ancora che un sapere, quel sentimento. E il desiderio — in decine di migliaia di studenti, in corso e fuori corso — di alimentarlo, risvegliarlo, di non disperderlo. Un tesoro, o tesoretto che, seguitando a mandare il proprio bagliore, illumina imprevedibilmente la quotidianità, il presente.
Inciampi su una parola — e la vedi meglio, ne cogli la storia, il tempo, lo spazio.
Ma non basta. Senti risuonare, nelle frasi che dici, una musica complessa e misteriosa. Mentre provi a leggere i segni del mondo — concetti, idee, conflitti — il fascio di luce investe un dettaglio, lo rivela e insieme lo complica. E magari fa sbucare un’altra strada, sempre all’improvviso. Una grande della fisica, Fabiola Gianotti, una che ha lavorato sul bosone di Higgs, ha raccontato una volta il suo amore per le lingue “morte”: «Amavo il greco e il latino, e soprattutto la filosofia antica. Lì ho intuito che la fisica mi avrebbe permesso di aiutare in maniera pratica le domande filosofiche».
Non è questione dunque di accanimento grammaticale, il punto è la sfida che le lingue di un passato remoto — e la vastissima sapienza dell’umano che traghettano — lanciano al presente. Ars interrogandi.
Tutto qua. L’arte di non smettere di farsi domande, di tenere viva e vitale una staffetta tra moderni e antichi, a costo di ritrovarci nei panni di quelli che stanno più indietro.

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Vivere è amare e l’amicizia è poesia

Roberto Galaverni, “Corriere della Sera – La Lettura”, 2 dicembre 2018

Nell’intera raccolta della sue poesie — il cosiddetto liber — Gaio Valerio Catullo nomina Roma direttamente solo una volta. Accade nel carme 68a, uno dei vertici non solo della sua poesia ma, si può dirlo, di tutta la poesia occidentale. Il poeta si trova nella Verona natale, distrutto dal dolore per la morte del fratello, ma deve rispondere a un amico, anche lui abbattuto da una qualche sventura privata, che da Roma gli chiede l’invio di un conforto poetico. Nella sua epistola in versi, così gli scrive in risposta Catullo: «Se qui con me non ho più di tanti scritti,/ questo è perché adesso vivo a Roma. Quella è la casa,/ quella è la mia dimora. È là che se ne va via il mio tempo».
Tanto più singolare appare dunque la posizione del poeta. Se la derivazione provinciale, con il suo importante retaggio anzitutto di natura morale, non venne mai dimenticata o ripudiata, di fatto «il vero orizzonte della poesia catulliana», come ha scritto Alfonso Traina, «è Roma». Infatti, «urbanus fu veramente, in ogni senso, Catullo. Nell’Urbe realizzò pienamente l’indissolubile trinomio della sua vita: l’amore, l’amicizia, la poesia». Questo passaggio è stato ripreso da Alessandro Fo nella sua introduzione a una nuova raccolta dei carmi di Catullo — il titolo è: Le poesie — che ha tradotto, commentato e curato per Einaudi. Tanto più avvalendosi di questa eccellente edizione (l’impianto complessivo si distingue per scrupolo, competenza, equilibrio, ma anche per una sempre motivata intraprendenza), c’è da chiedersi in che modo nei carmi si manifesti l’urbanità del poeta, il suo essere appunto di Roma e insieme, reciprocamente, come la città stessa viva nei suoi versi. Si è sottolineato spesso, infatti, come questa poesia sia poco interessata ai riferimenti locali determinati, in favore di un approfondimento tutto interiore, legato all’esperienza personale in ciò che ha di più universalmente condiviso. Una poesia, dunque, tanto più assoluta, proprio perché estranea a tutto quanto non abbia riflessi sulla dimensione più intima e sulla sua condivisione con una cerchia molto ristretta di amici e interlocutori.
Sono proprio queste, del resto, le innovazioni più rivoluzionarie dei celeberrimi «poeti nuovi», i neóteroi (la definizione, in realtà diminutiva e irridente, è di Cicerone), a cominciare appunto da Catullo e dal suo fortunatissimo liber: centralità del cosiddetto «io» poetico e sua stretta vicinanza con la persona dell’autore, valorizzazione della storia individuale, della soggettività, dell’introspezione, dei sentimenti, delle relazioni private. Di contro ai grandi temi pubblici o politico-civili della storia maggiore, ai piccoli accadimenti della storia individuale viene riconosciuta un’importanza addirittura incommensurabile, visti i loro decisivi risvolti interiori (o, come potremmo dire oggi, esistenziali). Ma l’elemento davvero dirompente è che questi temi quotidiani fino a quel punto considerati futili o irrilevanti diventano tutt’uno con un investimento poetico totale, una specie di raffinatissima e altrettanto disciplinata religione condivisa dalla cerchia, che nel connubio strettissimo tra vita e poesia prevede un’elezione ch’è insieme, e del tutto consapevolmente, etica ed estetica.
Il vero patto sacro per Catullo è quello che sancisce l’amicizia. Allo stesso modo, il suo scarto dalle convenzioni e dalla morale del tempo non sta solo nel fatto che l’amatissima Lesbia sia sposata (e che il triangolo donna-amante-marito divenga un motivo della poesia), ma anche e soprattutto che il suo presupposto sia la completa «equivalenza fra vivere e amare» (Fo) o che, accanto ai mille e mille baci, venga celebrato anche l’amore come esperienza spirituale, ossia non esclusivamente sensuale e corporea. Sia per il linguaggio, sia per la tipologia del tema amoroso, il ruolo fondativo di Catullo nella tradizione occidentale viene soprattutto di qui. Poco più di tredici secoli dopo, con gli stilnovisti fiorentini accadrà qualcosa di non troppo diverso.
Esiste dunque una poetica, come esiste, all’unisono, un’amicizia nella poesia. La maggioranza dei carmi di Catullo presuppone non a caso una schiera di destinatari e uditori determinati, che non coincidono necessariamente con i personaggi di cui tratta o a cui esplicitamente si rivolge ciascun componimento. Confidenza e complicità, scambi poetici, incontri e letture comuni, il riferimento a personaggi e accadimenti quasi sempre noti: l’immediatezza calibratissima di Catullo, e così il calore, la presenza di spirito, l’affettività e l’affettuosità, ma anche la polemica, il sarcasmo, la riprovazione (è uno scrittore di epigrammi più che notevole), derivano anche da questo concreto riferimento contestuale, meglio ancora, dall’occasione contingente e viva da cui scaturisce e a cui a sua volta viene indirizzato ogni singolo componimento. È allora l’abbassamento e, in sostanza, la personalizzazione dello sguardo a farne, in un modo del tutto suo, un poeta di Roma. Ma una Roma che si rivela nella natura dei suoi abitanti, ciascuno col proprio nome, anziché nella sua concreta determinazione fisica e geografica. A Catullo non importano i luoghi, ma gli individui, cosa provano, come si comportano, cosa vogliono. La città di per sé appare semmai come un fondale che non è nemmeno necessario descrivere. In una specie di piano sequenza ante litteram, nel carme 55 il poeta attraversa alcuni dei più importanti luoghi di Roma solo per sapere che fine abbia fatto l’amico Camerio. Ma è comunque dal desiderio di conoscere la sua vicissitudine che deriva la spinta a cercarlo e a scrivere di lui. Viene in mente uno spunto di Cesare Garboli, secondo cui nelle poesie di Sandro Penna certi particolari di Roma entrano come per caso, colti di passaggio sullo sfondo della persona che s’intendeva fotografare.
La chiave del rapporto di Catullo con l’Urbs va cercata da queste parti. Il poeta si avvicina a Roma forte di un definitissimo, formidabile nucleo indifferentemente etico ed estetico (vita e poesia, come detto). L’urbanitas neoterica costituisce infatti il metro con cui, alla lettera, vengono commisurati la città e i suoi abitatori. Ed è esattamente qui che il «teatrino romano», come lo chiama Fo, messo in scena nel liber trova la propria ragione.
Soltanto a partire dagli ideali, diciamo pure dall’ideologia d’amore e d’amicizia della cerchia, e dunque nel nome di un’elezione tutta di natura interiore, si misurano volta a volta la dignità o viceversa l’indegnità dei compagni di strada o degli obbiettivi polemici. Lesbia e lo stesso poeta compresi. Ironia, equilibrio tra coinvolgimento e distacco, grazia, arguzia, giocosità, raffinatezza, saper vivere, venustà (la venustas: sotto il segno di Venere, dunque, e allora della bellezza, del fascino, del desiderio): il rovesciamento è questo, ed è tanto più significativo perché riguarda ora questa ora quella persona nella sua singolarità. Così anche l’urbanitas, il cosiddetto spirito urbano, non è più limitata a una mera contrapposizione geografica e culturale: la città di contro alla provincia o alla campagna (la rusticitas). Con Catullo il contrasto tra chi è all’altezza etico-spirituale e chi non lo è diventa invece trasversale, riguarda tutti. Non basta essere nati a Roma per essere davvero all’altezza dell’Urbe, il che significa poi del mondo. Certo, chi non vi riesce se ne vada pure in malora. «Ma a voi dian dèi e dee molti mali,/ disonori di Romolo e Remo».

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Plutarco, moralità e arguzia nelle parole degli antichi

Risultati immagini per plutarchNunzio Bianchi, “il manifesto”,  2 dicembre 2018

Classici antichi. Sessant’anni dopo le “Vite parallele”, la squisita fedeltà di Carlo Carena e di Einaudi al grande biografo frutta quest’antologia (offerta a Traiano) di “Detti memorabili di re e generali”

Chissà cosa avrebbe pensato dell’abuso di parola pubblica nel nostro tempo il vecchio Plutarco (I-II d.C.), lui che con i Detti memorabili di re e generali aveva offerto all’imperatore Traiano un’originale antologia di risposte argute e ben assestate, di frasi aguzze e rivelatrici, di motti di spirito e gustose definizioni, di facezie e pillole di saggezza, tout court di apoftegmi. E cosa avrebbe pensato degli slogan di infimo livello dei nostri politici? E dell’imbarazzante approssimazione elargita a piene mani sui social media? E, viceversa, cosa penserebbero i nostri politici se – per ipotesi assai benevola – si trovassero a leggere questi Detti memorabili?
Nella lettera di dedica all’imperatore, Plutarco motivava il senso della raccolta (trasmessoci all’interno di quella ricca e variegata enciclopedia che sono le Opere morali) richiamando l’utilità di questi detti, memorabili per quanto apportano di utile «alla conoscenza del carattere e del comportamento dei potenti, che si manifestano più chiaramente nelle loro parole che nelle azioni». Il peso specifico riconosciuto alle parole, il senso più vasto che esse racchiudono, è enorme, ben maggiore di quello delle azioni – e non occorreva internet a quel tempo per comprenderlo. E a noi, ordinari mortali, che parliamo il lessico grossolano della rete e pratichiamo la rudimentale grammatica dei social media, quale effetto fanno questi Detti memorabili? La parola pubblica, appannaggio anche di quelle ‘legioni di imbecilli’ evocate da Umberto Eco, si scontra spesso col cattivo uso che di essa vien fatto: totalmente deresponsabilizzata e sovente aggressiva, diffusa in Rete con la stessa confidenziale disinvoltura con cui è somministrata nel tinello domestico, questa parola non è priva di conseguenze.
Anche alla luce di ciò converrà tornare a leggere i Detti memorabili di re e generali, di spartani, di spartane – sentenzioso distillato di parole che Plutarco ricavava, isolandole dalle azioni alle quali si trovavano frammiste, dalle sue stesse Vite parallele – nella traduzione di Carlo Carena (Einaudi «Nue», pp. 320). Della squisita arte di tradurre di Carena non serve qui dire, se non per rilevare il proficuo colloquio sul tema che il traduttore intrattiene da qualche tempo con questo genere di letteratura: sua la versione dei Modi di dire (Adagiorum collectanea) di Erasmo (2013) e quella delle Sentenze e massime morali di François de La Rochefoucauld (2015). Per di più Carena è molto a suo agio con Plutarco, con cui intrattiene «una lunga e affettuosa consuetudine» (come ricorda l’Editore) avviata sessant’anni fa con la traduzione annotata delle Vite parallele in tre volumi per i «Millenni» einaudiani: ben oltre 2000 pagine che consegnavano all’Italia del boom economico la prima traduzione moderna e integrale delle biografie plutarchee. (Ed era edizione di pregio, con riproduzione di incisioni tratte da una stampa cinquecentesca, carte geografiche, titolo in oro e fregi al dorso, che in qualche modo segnava il ritorno di Plutarco in Italia).
Non meno pregevole l’originale commento a questi Detti memorabili in cui sono posti a confronto stralci di versioni e observationes al testo di scrittori cinque-seicenteschi ai quali è legata la prima e matura ricezione moderna del testo plutarcheo, come Erasmo (che, traducendo e commentando questi Detti, veicolò «attraverso le parole di quei grandi antichi e dell’antico autore il proprio pensiero morale e la repulsione e condanna per l’immoralità pubblica e privata del suo tempo»), il fiorentino Marcello Adriani il Giovane (cui si deve la prima seppur incompleta traduzione delle Opere morali), naturalmente Jacques Amyot (la cui versione francese degli scritti morali e filosofici plutarchei è un capolavoro assoluto di arte traduttoria) o ancora Nicolas Perrot (fecondo autore di traduzioni ‘belle ma infedeli’, secondo la definizione coniata per la sua versione di Luciano). Nelle osservazioni di questi dotti, e di altri ancora, si può seguire la trama con cui l’originale plutarcheo è venuto in dialogo con il diverso sentire e ha attraversato la cultura umanistica fino all’età moderna.
Anche come frutto più spassoso, in grado di strapparci di tanto in tanto un sorriso (sollievo, lo notava già Erasmo, per la mente soffocata dalle occupazioni), non può che giovarci la lettura di questi Detti e forse pure metterci in guardia dalle odierne e farneticanti derive. Ma ci affaticheremmo invano a cercare qualche esempio di figura politica dei nostri giorni che ammettesse, sull’esempio di Dionigi il Giovane, di aver fatto fronte a un rovescio politico grazie agli scritti di Platone e alla sua filosofia (e sarebbe invero già arduo trovare chi avesse anche solo sfogliato qualche pagina di Platone).

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Il maestro d’amore a Roma. L’esilio di Ovidio è finito

Anniversari. Duemila anni da la morte dell’autore delle Metamorfosi spedito sul Mar Nero da Augusto che mai ascoltò le sue implorazioni di perdono
Dipinti e miti alle Scuderie del Quirinale


Edoardo Sassi, “Corriere della Sera – La Lettura”, 11 novembre 2018

Amore, rapimento, abbandono, piacere, vedetta, odio: un mondo (divino) preda di passioni e desideri (tipici degli umani). Duecento opere per provare a raccontare l’universalità di un mondo e di un pensiero, quello del poeta Ovidio, in occasione del bimillenario della morte avvenuta in esilio l’anno 18 dopo Cristo. Questa la sfida della mostra allestita fino al 20 gennaio alle Scuderie del Quirinale di Roma — Ovidio. Amori, miti e altre storie — curata da Francesca Ghedini e ispirata all’opera del grande poeta.
Una mostra che idealmente comincia già nel luogo dove si trova la sede espositiva, con le statue di Castore e Polluce, i Dioscuri, al centro della piazza del Quirinale. Occhi e memorie rimandano così alla vicenda di Leda che infiammò d’amore il cuore di Giove, quel Giove che in Ovidio non è tanto il signore dei cieli, quanto piuttosto l’amante insaziabile e libertino capace di ricorrere a ogni espediente pur di possedere l’oggetto dei suoi desideri, fanciulle o efebi che siano. Giove per avere Leda si trasformerà in cigno. La donna dopo l’amplesso giacerà (anche) con il legittimo consorte. E da quel duplice connubio nasceranno loro, Castore e Polluce. Il mito di Leda e il cigno rivive anche all’interno del percorso espositivo grazie a una copia cinquecentesca di un quadro di Leonardo, uno degli esemplari selezionati per comporre questa mostra colta e sofisticata, un racconto per immagini con cui — grazie a quadri, affreschi, sculture, vasi, gemme, rilievi e codici miniati — si riflette su temi e archetipi giunti, attraverso i secoli, fino all’immaginario contemporaneo.
Dalla Venere cosiddetta Callipigia, ovvero dalle belle terga — prestito del Museo archeologico nazionale di Napoli, partner dell’esposizione — fino al tubolare al neon con cui l’americano Joseph Kosuth, classe 1945, cita direttamente i versi del poeta di Sulmona, la mostra è infatti un viaggio nell’universalità di una delle principali fonti del pensiero e dell’arte occidentale. Universalità di cui il primo a esser convinto fu Ovidio stesso: «Ho ormai compiuto un’opera — parole sue — che non potranno cancellare né l’ira di Giove, né il fuoco, né il ferro, né il tempo divoratore… e il mio nome resterà: indelebile». Ma ancor più che l’ira di Giove, la mostra racconta quella di Augusto, l’imperatore impegnato in una campagna di moralizzazione dei costumi e con il quale il poeta dell’erotismo, delle Veneri frivole e fedifraghe, l’acuto osservatore della Roma contemporanea, il cantore di amori focosi, non poteva che entrare in contrasto. Da qui lo spietato esilio da cui il poeta non farà ritorno, a Tomi, sulle rive del Mar Nero, dove solo e disperato il maestro dell’Ars amatoria vivrà gli ultimi anni implorando un perdono che non arriverà mai.
E Augusto in mostra si impone con la monumentale statua in marmo che lo raffigura, Pontefice Massimo, con il capo velato, giunta dal Museo di Aquileia ed esposta in suggestiva contrapposizione con le tante sensuali figure che animano i versi del poeta, a partire da quelli delle celeberrime Metamorfosi. Storie di dèi, eroi, giovinetti e ninfe che dopo aver popolato l’immaginario antico sono giunti fino a noi grazie al tramite fondamentale dei monaci amanuensi che nel Medioevo, chiusi nei loro cenobi, trascrissero anche i versi più audaci salvandoli dall’oblio. E tra le più celebri delle Metamorfosi, quella di Ermafrodito dalla doppia natura, maschile e femminile, evocata in mostra dalla sensualissima statua (II secolo dopo Cristo, da un originale ellenistico) proveniente da Palazzo Massimo-Museo nazionale romano, oltre che da quadri di Sisto Badalocchio, Francesco Albani e Carlo Saraceni.
Tra gli autori, Benvenuto Cellini, Tintoretto, Poussin o Pompeo Batoni. E tra i soggetti ricorrenti, oltre ad Adoni, Icari, Apolli e Veneri (presente anche nella versione «Pudica» dipinta da Botticelli a fine Quattrocento) c’è, va da sé, Narciso, il bellissimo cacciatore che disdegnò l’amore di Eco e che specchiandosi nell’acqua di una fonte si invaghì di sé stesso morendo di quella passione, non potendo possedere l’oggetto del desiderio. Figura ovidiana per antonomasia, Narciso è ricordato grazie a rilievi antichi e dipinti, tra gli altri, di Domenichino e Giovanni Antonio Boltraffio. «La scelta di riparlare di Ovidio a duemila anni dalla sua scomparsa — spiega la curatrice — è stata dettata dal desiderio di comunicare frammenti di questo grande che ha segnato la cultura europea. L’auspicio è che ciascuno possa provare un’emozione, trovare uno spunto». Festeggiando così il ritorno del poeta nella sua Roma. E da vincitore.

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