Vivere è amare e l’amicizia è poesia

Roberto Galaverni, “Corriere della Sera – La Lettura”, 2 dicembre 2018

Nell’intera raccolta della sue poesie — il cosiddetto liber — Gaio Valerio Catullo nomina Roma direttamente solo una volta. Accade nel carme 68a, uno dei vertici non solo della sua poesia ma, si può dirlo, di tutta la poesia occidentale. Il poeta si trova nella Verona natale, distrutto dal dolore per la morte del fratello, ma deve rispondere a un amico, anche lui abbattuto da una qualche sventura privata, che da Roma gli chiede l’invio di un conforto poetico. Nella sua epistola in versi, così gli scrive in risposta Catullo: «Se qui con me non ho più di tanti scritti,/ questo è perché adesso vivo a Roma. Quella è la casa,/ quella è la mia dimora. È là che se ne va via il mio tempo».
Tanto più singolare appare dunque la posizione del poeta. Se la derivazione provinciale, con il suo importante retaggio anzitutto di natura morale, non venne mai dimenticata o ripudiata, di fatto «il vero orizzonte della poesia catulliana», come ha scritto Alfonso Traina, «è Roma». Infatti, «urbanus fu veramente, in ogni senso, Catullo. Nell’Urbe realizzò pienamente l’indissolubile trinomio della sua vita: l’amore, l’amicizia, la poesia». Questo passaggio è stato ripreso da Alessandro Fo nella sua introduzione a una nuova raccolta dei carmi di Catullo — il titolo è: Le poesie — che ha tradotto, commentato e curato per Einaudi. Tanto più avvalendosi di questa eccellente edizione (l’impianto complessivo si distingue per scrupolo, competenza, equilibrio, ma anche per una sempre motivata intraprendenza), c’è da chiedersi in che modo nei carmi si manifesti l’urbanità del poeta, il suo essere appunto di Roma e insieme, reciprocamente, come la città stessa viva nei suoi versi. Si è sottolineato spesso, infatti, come questa poesia sia poco interessata ai riferimenti locali determinati, in favore di un approfondimento tutto interiore, legato all’esperienza personale in ciò che ha di più universalmente condiviso. Una poesia, dunque, tanto più assoluta, proprio perché estranea a tutto quanto non abbia riflessi sulla dimensione più intima e sulla sua condivisione con una cerchia molto ristretta di amici e interlocutori.
Sono proprio queste, del resto, le innovazioni più rivoluzionarie dei celeberrimi «poeti nuovi», i neóteroi (la definizione, in realtà diminutiva e irridente, è di Cicerone), a cominciare appunto da Catullo e dal suo fortunatissimo liber: centralità del cosiddetto «io» poetico e sua stretta vicinanza con la persona dell’autore, valorizzazione della storia individuale, della soggettività, dell’introspezione, dei sentimenti, delle relazioni private. Di contro ai grandi temi pubblici o politico-civili della storia maggiore, ai piccoli accadimenti della storia individuale viene riconosciuta un’importanza addirittura incommensurabile, visti i loro decisivi risvolti interiori (o, come potremmo dire oggi, esistenziali). Ma l’elemento davvero dirompente è che questi temi quotidiani fino a quel punto considerati futili o irrilevanti diventano tutt’uno con un investimento poetico totale, una specie di raffinatissima e altrettanto disciplinata religione condivisa dalla cerchia, che nel connubio strettissimo tra vita e poesia prevede un’elezione ch’è insieme, e del tutto consapevolmente, etica ed estetica.
Il vero patto sacro per Catullo è quello che sancisce l’amicizia. Allo stesso modo, il suo scarto dalle convenzioni e dalla morale del tempo non sta solo nel fatto che l’amatissima Lesbia sia sposata (e che il triangolo donna-amante-marito divenga un motivo della poesia), ma anche e soprattutto che il suo presupposto sia la completa «equivalenza fra vivere e amare» (Fo) o che, accanto ai mille e mille baci, venga celebrato anche l’amore come esperienza spirituale, ossia non esclusivamente sensuale e corporea. Sia per il linguaggio, sia per la tipologia del tema amoroso, il ruolo fondativo di Catullo nella tradizione occidentale viene soprattutto di qui. Poco più di tredici secoli dopo, con gli stilnovisti fiorentini accadrà qualcosa di non troppo diverso.
Esiste dunque una poetica, come esiste, all’unisono, un’amicizia nella poesia. La maggioranza dei carmi di Catullo presuppone non a caso una schiera di destinatari e uditori determinati, che non coincidono necessariamente con i personaggi di cui tratta o a cui esplicitamente si rivolge ciascun componimento. Confidenza e complicità, scambi poetici, incontri e letture comuni, il riferimento a personaggi e accadimenti quasi sempre noti: l’immediatezza calibratissima di Catullo, e così il calore, la presenza di spirito, l’affettività e l’affettuosità, ma anche la polemica, il sarcasmo, la riprovazione (è uno scrittore di epigrammi più che notevole), derivano anche da questo concreto riferimento contestuale, meglio ancora, dall’occasione contingente e viva da cui scaturisce e a cui a sua volta viene indirizzato ogni singolo componimento. È allora l’abbassamento e, in sostanza, la personalizzazione dello sguardo a farne, in un modo del tutto suo, un poeta di Roma. Ma una Roma che si rivela nella natura dei suoi abitanti, ciascuno col proprio nome, anziché nella sua concreta determinazione fisica e geografica. A Catullo non importano i luoghi, ma gli individui, cosa provano, come si comportano, cosa vogliono. La città di per sé appare semmai come un fondale che non è nemmeno necessario descrivere. In una specie di piano sequenza ante litteram, nel carme 55 il poeta attraversa alcuni dei più importanti luoghi di Roma solo per sapere che fine abbia fatto l’amico Camerio. Ma è comunque dal desiderio di conoscere la sua vicissitudine che deriva la spinta a cercarlo e a scrivere di lui. Viene in mente uno spunto di Cesare Garboli, secondo cui nelle poesie di Sandro Penna certi particolari di Roma entrano come per caso, colti di passaggio sullo sfondo della persona che s’intendeva fotografare.
La chiave del rapporto di Catullo con l’Urbs va cercata da queste parti. Il poeta si avvicina a Roma forte di un definitissimo, formidabile nucleo indifferentemente etico ed estetico (vita e poesia, come detto). L’urbanitas neoterica costituisce infatti il metro con cui, alla lettera, vengono commisurati la città e i suoi abitatori. Ed è esattamente qui che il «teatrino romano», come lo chiama Fo, messo in scena nel liber trova la propria ragione.
Soltanto a partire dagli ideali, diciamo pure dall’ideologia d’amore e d’amicizia della cerchia, e dunque nel nome di un’elezione tutta di natura interiore, si misurano volta a volta la dignità o viceversa l’indegnità dei compagni di strada o degli obbiettivi polemici. Lesbia e lo stesso poeta compresi. Ironia, equilibrio tra coinvolgimento e distacco, grazia, arguzia, giocosità, raffinatezza, saper vivere, venustà (la venustas: sotto il segno di Venere, dunque, e allora della bellezza, del fascino, del desiderio): il rovesciamento è questo, ed è tanto più significativo perché riguarda ora questa ora quella persona nella sua singolarità. Così anche l’urbanitas, il cosiddetto spirito urbano, non è più limitata a una mera contrapposizione geografica e culturale: la città di contro alla provincia o alla campagna (la rusticitas). Con Catullo il contrasto tra chi è all’altezza etico-spirituale e chi non lo è diventa invece trasversale, riguarda tutti. Non basta essere nati a Roma per essere davvero all’altezza dell’Urbe, il che significa poi del mondo. Certo, chi non vi riesce se ne vada pure in malora. «Ma a voi dian dèi e dee molti mali,/ disonori di Romolo e Remo».

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Plutarco, moralità e arguzia nelle parole degli antichi

Risultati immagini per plutarchNunzio Bianchi, “il manifesto”,  2 dicembre 2018

Classici antichi. Sessant’anni dopo le “Vite parallele”, la squisita fedeltà di Carlo Carena e di Einaudi al grande biografo frutta quest’antologia (offerta a Traiano) di “Detti memorabili di re e generali”

Chissà cosa avrebbe pensato dell’abuso di parola pubblica nel nostro tempo il vecchio Plutarco (I-II d.C.), lui che con i Detti memorabili di re e generali aveva offerto all’imperatore Traiano un’originale antologia di risposte argute e ben assestate, di frasi aguzze e rivelatrici, di motti di spirito e gustose definizioni, di facezie e pillole di saggezza, tout court di apoftegmi. E cosa avrebbe pensato degli slogan di infimo livello dei nostri politici? E dell’imbarazzante approssimazione elargita a piene mani sui social media? E, viceversa, cosa penserebbero i nostri politici se – per ipotesi assai benevola – si trovassero a leggere questi Detti memorabili?
Nella lettera di dedica all’imperatore, Plutarco motivava il senso della raccolta (trasmessoci all’interno di quella ricca e variegata enciclopedia che sono le Opere morali) richiamando l’utilità di questi detti, memorabili per quanto apportano di utile «alla conoscenza del carattere e del comportamento dei potenti, che si manifestano più chiaramente nelle loro parole che nelle azioni». Il peso specifico riconosciuto alle parole, il senso più vasto che esse racchiudono, è enorme, ben maggiore di quello delle azioni – e non occorreva internet a quel tempo per comprenderlo. E a noi, ordinari mortali, che parliamo il lessico grossolano della rete e pratichiamo la rudimentale grammatica dei social media, quale effetto fanno questi Detti memorabili? La parola pubblica, appannaggio anche di quelle ‘legioni di imbecilli’ evocate da Umberto Eco, si scontra spesso col cattivo uso che di essa vien fatto: totalmente deresponsabilizzata e sovente aggressiva, diffusa in Rete con la stessa confidenziale disinvoltura con cui è somministrata nel tinello domestico, questa parola non è priva di conseguenze.
Anche alla luce di ciò converrà tornare a leggere i Detti memorabili di re e generali, di spartani, di spartane – sentenzioso distillato di parole che Plutarco ricavava, isolandole dalle azioni alle quali si trovavano frammiste, dalle sue stesse Vite parallele – nella traduzione di Carlo Carena (Einaudi «Nue», pp. 320). Della squisita arte di tradurre di Carena non serve qui dire, se non per rilevare il proficuo colloquio sul tema che il traduttore intrattiene da qualche tempo con questo genere di letteratura: sua la versione dei Modi di dire (Adagiorum collectanea) di Erasmo (2013) e quella delle Sentenze e massime morali di François de La Rochefoucauld (2015). Per di più Carena è molto a suo agio con Plutarco, con cui intrattiene «una lunga e affettuosa consuetudine» (come ricorda l’Editore) avviata sessant’anni fa con la traduzione annotata delle Vite parallele in tre volumi per i «Millenni» einaudiani: ben oltre 2000 pagine che consegnavano all’Italia del boom economico la prima traduzione moderna e integrale delle biografie plutarchee. (Ed era edizione di pregio, con riproduzione di incisioni tratte da una stampa cinquecentesca, carte geografiche, titolo in oro e fregi al dorso, che in qualche modo segnava il ritorno di Plutarco in Italia).
Non meno pregevole l’originale commento a questi Detti memorabili in cui sono posti a confronto stralci di versioni e observationes al testo di scrittori cinque-seicenteschi ai quali è legata la prima e matura ricezione moderna del testo plutarcheo, come Erasmo (che, traducendo e commentando questi Detti, veicolò «attraverso le parole di quei grandi antichi e dell’antico autore il proprio pensiero morale e la repulsione e condanna per l’immoralità pubblica e privata del suo tempo»), il fiorentino Marcello Adriani il Giovane (cui si deve la prima seppur incompleta traduzione delle Opere morali), naturalmente Jacques Amyot (la cui versione francese degli scritti morali e filosofici plutarchei è un capolavoro assoluto di arte traduttoria) o ancora Nicolas Perrot (fecondo autore di traduzioni ‘belle ma infedeli’, secondo la definizione coniata per la sua versione di Luciano). Nelle osservazioni di questi dotti, e di altri ancora, si può seguire la trama con cui l’originale plutarcheo è venuto in dialogo con il diverso sentire e ha attraversato la cultura umanistica fino all’età moderna.
Anche come frutto più spassoso, in grado di strapparci di tanto in tanto un sorriso (sollievo, lo notava già Erasmo, per la mente soffocata dalle occupazioni), non può che giovarci la lettura di questi Detti e forse pure metterci in guardia dalle odierne e farneticanti derive. Ma ci affaticheremmo invano a cercare qualche esempio di figura politica dei nostri giorni che ammettesse, sull’esempio di Dionigi il Giovane, di aver fatto fronte a un rovescio politico grazie agli scritti di Platone e alla sua filosofia (e sarebbe invero già arduo trovare chi avesse anche solo sfogliato qualche pagina di Platone).

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Il maestro d’amore a Roma. L’esilio di Ovidio è finito

Anniversari. Duemila anni da la morte dell’autore delle Metamorfosi spedito sul Mar Nero da Augusto che mai ascoltò le sue implorazioni di perdono
Dipinti e miti alle Scuderie del Quirinale


Edoardo Sassi, “Corriere della Sera – La Lettura”, 11 novembre 2018

Amore, rapimento, abbandono, piacere, vedetta, odio: un mondo (divino) preda di passioni e desideri (tipici degli umani). Duecento opere per provare a raccontare l’universalità di un mondo e di un pensiero, quello del poeta Ovidio, in occasione del bimillenario della morte avvenuta in esilio l’anno 18 dopo Cristo. Questa la sfida della mostra allestita fino al 20 gennaio alle Scuderie del Quirinale di Roma — Ovidio. Amori, miti e altre storie — curata da Francesca Ghedini e ispirata all’opera del grande poeta.
Una mostra che idealmente comincia già nel luogo dove si trova la sede espositiva, con le statue di Castore e Polluce, i Dioscuri, al centro della piazza del Quirinale. Occhi e memorie rimandano così alla vicenda di Leda che infiammò d’amore il cuore di Giove, quel Giove che in Ovidio non è tanto il signore dei cieli, quanto piuttosto l’amante insaziabile e libertino capace di ricorrere a ogni espediente pur di possedere l’oggetto dei suoi desideri, fanciulle o efebi che siano. Giove per avere Leda si trasformerà in cigno. La donna dopo l’amplesso giacerà (anche) con il legittimo consorte. E da quel duplice connubio nasceranno loro, Castore e Polluce. Il mito di Leda e il cigno rivive anche all’interno del percorso espositivo grazie a una copia cinquecentesca di un quadro di Leonardo, uno degli esemplari selezionati per comporre questa mostra colta e sofisticata, un racconto per immagini con cui — grazie a quadri, affreschi, sculture, vasi, gemme, rilievi e codici miniati — si riflette su temi e archetipi giunti, attraverso i secoli, fino all’immaginario contemporaneo.
Dalla Venere cosiddetta Callipigia, ovvero dalle belle terga — prestito del Museo archeologico nazionale di Napoli, partner dell’esposizione — fino al tubolare al neon con cui l’americano Joseph Kosuth, classe 1945, cita direttamente i versi del poeta di Sulmona, la mostra è infatti un viaggio nell’universalità di una delle principali fonti del pensiero e dell’arte occidentale. Universalità di cui il primo a esser convinto fu Ovidio stesso: «Ho ormai compiuto un’opera — parole sue — che non potranno cancellare né l’ira di Giove, né il fuoco, né il ferro, né il tempo divoratore… e il mio nome resterà: indelebile». Ma ancor più che l’ira di Giove, la mostra racconta quella di Augusto, l’imperatore impegnato in una campagna di moralizzazione dei costumi e con il quale il poeta dell’erotismo, delle Veneri frivole e fedifraghe, l’acuto osservatore della Roma contemporanea, il cantore di amori focosi, non poteva che entrare in contrasto. Da qui lo spietato esilio da cui il poeta non farà ritorno, a Tomi, sulle rive del Mar Nero, dove solo e disperato il maestro dell’Ars amatoria vivrà gli ultimi anni implorando un perdono che non arriverà mai.
E Augusto in mostra si impone con la monumentale statua in marmo che lo raffigura, Pontefice Massimo, con il capo velato, giunta dal Museo di Aquileia ed esposta in suggestiva contrapposizione con le tante sensuali figure che animano i versi del poeta, a partire da quelli delle celeberrime Metamorfosi. Storie di dèi, eroi, giovinetti e ninfe che dopo aver popolato l’immaginario antico sono giunti fino a noi grazie al tramite fondamentale dei monaci amanuensi che nel Medioevo, chiusi nei loro cenobi, trascrissero anche i versi più audaci salvandoli dall’oblio. E tra le più celebri delle Metamorfosi, quella di Ermafrodito dalla doppia natura, maschile e femminile, evocata in mostra dalla sensualissima statua (II secolo dopo Cristo, da un originale ellenistico) proveniente da Palazzo Massimo-Museo nazionale romano, oltre che da quadri di Sisto Badalocchio, Francesco Albani e Carlo Saraceni.
Tra gli autori, Benvenuto Cellini, Tintoretto, Poussin o Pompeo Batoni. E tra i soggetti ricorrenti, oltre ad Adoni, Icari, Apolli e Veneri (presente anche nella versione «Pudica» dipinta da Botticelli a fine Quattrocento) c’è, va da sé, Narciso, il bellissimo cacciatore che disdegnò l’amore di Eco e che specchiandosi nell’acqua di una fonte si invaghì di sé stesso morendo di quella passione, non potendo possedere l’oggetto del desiderio. Figura ovidiana per antonomasia, Narciso è ricordato grazie a rilievi antichi e dipinti, tra gli altri, di Domenichino e Giovanni Antonio Boltraffio. «La scelta di riparlare di Ovidio a duemila anni dalla sua scomparsa — spiega la curatrice — è stata dettata dal desiderio di comunicare frammenti di questo grande che ha segnato la cultura europea. L’auspicio è che ciascuno possa provare un’emozione, trovare uno spunto». Festeggiando così il ritorno del poeta nella sua Roma. E da vincitore.

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Ovidio. Il valore dell’eros

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L’amore come simbolo del destino instabile così augusto punì il suo essere diverso
Una mostra a Roma celebra il grande poeta che pagò con l’esilio la visione della vita espressa nelle Metamorfosi
Nicola Gardini, “Corriere della Sera”, 16 ottobre 2018

Ci sono poeti che dalla storia ricevono il dono del bifrontismo. Guardano indietro e guardano avanti, riepilogano una tradizione e ne iniziano una. A simili poeti capita di vivere in tempi di mutazioni radicali e alla loro opera, motivata dalla paura della disgregazione, di raccogliere e di contenere il più possibile, sistematizzando ed enciclopedizzando. Un caso emblematico è quello di Dante, nei primi secoli del secondo millennio dopo Cristo. Altrettanto emblematico, sulla soglia del primo, quello di Ovidio, che di Dante – guarda un po’ – è un alter ego.
Era finita dopo quasi cinque secoli la repubblica e Roma rinasceva nel principato di Augusto, riformulando istituzioni e propaganda. Ovidio reagì con un esibito disimpegno. Veniva da Sulmona, dove era nato nel 43 a. C. e dove il padre aveva progettato di avviarlo all’avvocatura. Nella capitale elevò il suo nome scrivendo d’amore, come già altri. L’amore, però, sotto la sua penna si raffinò da emozione in progetto. Perse di naturalezza, ma acquistò in autocoscienza. Gli istinti, perfino la fame di sesso, sono costruzioni; sono esercizio dell’intelligenza: ecco la lezione degli Amori, dell’Arte dell’amore, delle Lettere d’eroine.
Ovidio impersonò il libertino, l’intrigante, il dissoluto (e ancora, a torto, per molti la sua essenza si riduce a tale ruolo), senza badare alle moralizzazioni che stavano a cuore ad Augusto. Scherzava, si divertiva, divertiva, attribuiva al maschio e alla femmina uguale diritto al piacere, e intanto, dissidente suo malgrado, sfidava la legge, derideva gli stessi dei, adattava i luoghi del potere alle proiezioni del desiderio. Fu il primo Don Giovanni del mondo occidentale; bramoso, insoddisfacibile, votato a ripetere incessantemente l’impulso a possedere. Sarebbe diventato il poeta delle metamorfosi fisiche, ma la sorte del trasformarsi la scoprì e definì prima di tutto nella pratica dell’eros, perché il voglioso che parla nelle sue poesie non smette di rimodellarsi sull’oggetto voluto, sempre diverso. La voglia non è volontà; e senza volontà non hai identità. Fu una rivoluzione.
Arrivò, dunque, al grande poema, le Metamorfosi. Sembrava un salto nel buio. Di fatto, in quel cosmo trasportava la luce di precedenti invenzioni, una volta di più e tanto più stupendamente dimostrando che non esiste differenza tra corpo e psiche. Qualcosa di nuovo, senza dubbio, nacque: un intreccio di miti e personaggi che costituivano molta memoria antica e che avrebbero costituito un archivio di archetipi per secoli a venire, giù giù fino a noi; e una rappresentazione della natura che, pur continuando Lucrezio e Virgilio, metteva in scena l’universo in maniera inedita, con una capacità di osservazione che aveva del miracoloso. Ai suoi lettori e probabilmente anche a sé stesso dava a intendere che pure lui, Ovidio, finalmente era approdato all’epica, come Virgilio.
Ma che epica poteva essere un poema che della narrazione distesa faceva non un percorso provvidenziale, non il progredire della gloria romana verso un apice inviolabile, non la missione di un eroe, ma una continua esemplificazione dell’alterità? Che epica poteva essere l’esaltazione del transeunte, dell’instabile, del perituro, la distruzione di qualunque fede nell’eternità dell’impero e nell’assolutezza del romanocentrismo? Come poteva ormai Augusto non disapprovare apertamente? E infatti Augusto disapprovò e tanto apertamente che se lo tolse dai piedi una volta per tutte.
Le ragioni della cacciata rimangono incerte. Certo è che Ovidio dovette lasciare il carissimo caput mundi subito dopo aver completato le Metamorfosi. Non potremo mai capire fino in fondo lo sgomento e la disillusione che lo presero. Si ritrovò senza meriti, consapevole di aver cambiato la mente dell’umanità. Era l’8 d. C. Si smarrì a Tomi, sul mar Nero, la Costanza dell’odierna Romania, e lì morì, nel 17 d. C., nell’abbandono più umiliante. Laggiù, tra geli e minacce continue, come raccontano i Tristia e le Epistole dal Ponto, scoprì un’estrema alterità: la sua. A Tomi Ovidio comprese che ora lo straniero, l’altro, era lui: il civis Romanus. Fu l’ultimo, il più vitale dei suoi insegnamenti.

Nicola Gardini, professore di Letteratura italiana e comparata a Oxford, è autore di «Con Ovidio. La felicità di leggere un classico» (Garzanti, 2017)
Risultati immagini per mostra ovidio scuderie quirinaleEva Cantarella, Il rapporto con l’altro sesso

Con le donne Ovidio aveva un rapporto speciale, per alcuni aspetti molto diverso da quello dei suoi concittadini. Da un canto, infatti, come tutti i maschi romani, egli riteneva normale avere rapporti sessuali con altri uomini — sempre che, quantomeno teoricamente, questi non fossero uomini liberi: il maschio romano, per definizione dominatore, doveva essere il partner attivo del rapporto, il partner passivo doveva essere schiavo.
E Ovidio dichiara di subire anche il fascino maschile: a ispirare la sua poesia, scrive infatti, poteva essere tanto una donna quanto un ragazzo (Amores I, 1, 20). Sin qui, dunque, era come gli altri. Ma a differenza di questi preferiva le donne. E ce ne spiega la ragione: il piacere doveva essere reciproco, e le donne, per lui, provavano maggior piacere degli uomini, soprattutto se assecondate nei loro desideri (cosa che non manca di raccomandare caldamente ai suoi concittadini di fare). In un mondo nel quale il rapporto tra generi era fondamentalmente predatorio per lui, dunque, dell’amore dovevano godere anche le donne, e scriveva: «il piacere concesso per dovere non mi è grato/ compiacenza di donna non la voglio» (Ars amatoria II, 687-688).
Cosa addirittura impensabile all’epoca, poi, assicurava che il piacere era maggiore se l’uomo e la donna raggiungevano contemporaneamente l’orgasmo, ammonendo: «non sorpassarla, con le tue vele al vento/ e non lasciarla andare innanzi a te./ Guadagnatela insieme, quella meta: solo allora/ quando ugualmente vinti giacciono/ la donna e l’ uomo, pieno è il piacere» (Ars amatoria II, 724-728). Ma come raggiungerlo questo piacere, come sedurre? Per Ovidio l’amore era un gioco che allietava la vita, ma quel gioco era un’arte: quella di godere solo degli aspetti positivi del rapporto, eliminando le inutili sofferenze che questo spesso comportava. Risultato non facile, raggiunto grazie a una guerra spietata in cui il fine giustificava i mezzi, consentendo menzogne e simulazioni, nel corso della quale ciascuno dei combattenti usava le armi tipiche del proprio sesso. E poiché come tutte le arti anche quella di amare richiedeva un’educazione, nell’Ars amatoria (la più celebre delle sue opere) Ovidio assume il ruolo del precettore, insegnandola ai suoi concittadini (nei primi due libri dell’opera alle donne, e nel terzo agli uomini).
Insegnamenti diversi, ovviamente, a seconda dei sessi (che hanno peraltro in comune l’idea che la conquista fosse affidata all’inganno), descritti ricorrendo a metafore, tra le quali quella della caccia: come il cacciatore, chi ama deve studiare la preda, deve conoscerne i gusti e le abitudini, perché solo così potrà tendere trappole efficaci e sfruttare ogni possibile occasione. Ma attenzione, la vittoria, l’oggetto della conquista non è l’amore, è il piacere sessuale. L’allievo-amante non deve mai farsi coinvolgere sentimentalmente, se vuol continuare a reggere le redini del gioco e dopo aver vinto la prima battaglia della conquista vincere la guerra. A questo punto, ce n’è quanto basta per capire come la sua poesia (purtroppo per lui) fosse in contrasto con la politica di Augusto, in quegli anni impegnato in una grande opera di moralizzazione (peraltro destinata a fallire) contro quella che egli riteneva una generale dissolutezza causata dalla perdita dei valori familiari.
Caduto in disgrazia nell’8 d.C., Ovidio venne relegato nella lontana Tomi (oggi Costanza), sulle coste del Mar Nero, e ivi morrà, nel 17 o 18 d.C. A nulla valsero i tentativi degli amici e della moglie, rimasta a Roma, per ottenere che il bando venisse revocato. Nei Tristia, l’opera scritta negli anni dell’esilio, Ovidio scriverà che a causare la sua disgrazia erano stati un errore e un carmen. Quale fosse l’errore è cosa discussa, quale il carmen è invece evidente: è l’Ars amatoria.

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Vivere o sopravvivere? Chiedilo ai classici

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Ivano Dionigi, “La Repubblica”,  15 ottobre 2018
Perché Seneca e Lucrezio sono un antidoto al pensiero unico
Il mondo classico, caratterizzato dalla centralità della ragione e dal culto dell’equilibrio, cos’ha in comune con questo nostro mondo eccentrico, senza più un centro, e ametrico, senza più una misura?
Atene e Roma cos’hanno da dire alla nostra gloriosa Europa nel momento in cui le dure e nuove leggi della geografia e della demografia stanno soppiantando il collaudato e rassicurante codice della storia?
Le parole di Lucrezio e Seneca come possono interessare l’uomo tecnologico dei nostri giorni che, catturato e frastornato dall’immensa rete dello spazio, ha smarrito la strada del tempo?
Quel mondo classico, quell’Atene e quella Roma, quel Lucrezio e quel Seneca possono essere nostri interlocutori: non perché abbiano risolto tutti i problemi e quindi s’impongano come modelli; ma, più semplicemente, perché ci hanno preceduti nelle nostre stesse domande; perché, allergici al pensiero unico, ci hanno prospettato visioni differenti e tra loro antagoniste; perché, pur da sponde opposte, hanno sperimentato, in solitudine e in autonomia, cosa significa sopportare la verità quando la vita ti viene a trovare. Lucrezio e Seneca, come Socrate prima di loro, hanno richiamato la filosofia dal cielo, l’hanno trasferita nelle città, introdotta nelle case e portata a interessarsi della vita, dei costumi, del bene e del male.
Sono interlocutori credibili e utili perché fanno il controcanto al presente, a qualunque presente, e ci proiettano nelle dimensioni profonde dell’intelligere, dell’interrogare, dell’invenire. Questi interlocutori, oltre a ricordarci come eravamo, ci dicono anche come potremmo essere.
Lucrezio e Seneca: autori necessari e dal pensiero forte non solo perché hanno segnato la storia del pensiero europeo con la curiosità della conoscenza, la radicalità della ragione, la novità della lingua; ma soprattutto perché sono simboli e paradigmi di due concezioni e tradizioni rivali del mondo. Divisi e antagonisti su tutto, sui problemi penultimi e su quelli ultimi: scegliere la politica (negotium) o l’antipolitica (otium)? Rimanere soli a riva a osservare (spectare) le tempeste della vita oppure salire a bordo (agere) senza curarsi dei compagni di viaggio?
Adottare le leggi del cosmo o le leggi dell’io, della fisica o della morale? Il finis è un «confine» da oltrepassare o da rispettare? Le Colonne d’Ercole sono una protezione o una limitazione? La lezione dei padri (notum) o la rivoluzione dei figli (novum)? Di fronte a Dio e alla morte, credere o capire?
Lucrezio e Seneca: i due hanno scritto parole durature e guadagnato quella sopravvivenza che l’uno negava e l’altro desiderava. Per secoli hanno resistito contro oblio (Lucrezio, eclissato per tutto il Medio Evo, sarà casualmente riscoperto nel 1417 da Poggio Bracciolini in un monastero non lontano da Costanza), condanne e congiure del silenzio: trascritti, tradotti, commentati, aspramente censurati o entusiasticamente elogiati.
Entrambi segni di contraddizione, o semplicemente erma bifronte, immagine dell’homo duplex. Ho trovato significativo che una parte della critica abbia riconosciuto Lucrezio in quel busto che – proveniente dalla Villa dei Papiri di Ercolano e conservato al Museo Archeologico Nazionale di Napoli – una lunga tradizione aveva erroneamente identificato con Seneca: nello stesso volto, severo e pensoso, si è voluto vedere ora lo stoico Seneca ora l’epicureo Lucrezio. Anche i falsi storici veicolano messaggi di verità. Lucrezio e Seneca fanno ritorno ancora oggi sui banchi di scuola, nelle ricerche e negli studi sulla realtà naturale e sull’anima, nei festival di letteratura e filosofia. E fanno ritorno nella riflessione diurna e notturna di ognuno di noi, soprattutto di chi li ha frequentati tutta una vita al punto da non distinguere più se la compagnia di questi «antiqui huomini» sia più passione o professione. Ogni volta che ti schieri per l’uno ti assale il dubbio che la ragione stia con l’altro: perché entrambi hanno scritto per noi e di noi. Icone della bigamia del nostro pensiero e della nostra anima.
Inutile chiedere loro pace, perché sono naturaliter antagonisti e interroganti. Sono methórioi, uomini di frontiera, che si sono spinti «al di là del confine».
È la sfida che i cercatori del pensiero di ieri lanciano ai viaggiatori sedentari di oggi.
Per rispettare e rispecchiare la loro “diversità”, “drammaticità” e “permanenza”, era necessario andare oltre i primi incontri giovanili, oltre i filtri delle ideologie, oltre gli occhiali della critica. Pertanto è sembrato naturale farli incontrare nella forma ravvicinata e viva del dia-logo, dove la parola e la ragione (logos) dell’uno incrociano e attraversano (dia-) la parola e la ragione dell’altro. E a volte mi è sembrato di sorprenderli a parlare di questioni che ci riguardavano.
I classici nascono postumi.
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Quando i fanatici eravamo noi. I primi cristiani contro l’arte classica

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Giorgio Ieranò, “La Stampa”, 9 ottobre 2018

Orde di fanatici vestiti di nero arrivano dal deserto siriano per distruggere gli antichi monumenti di Palmira. Altri, in Egitto, assalgono i luoghi di culto di chi non abbraccia la vera fede. Bande di estremisti religiosi distruggono opere d’arte, massacrano gli infedeli, bruciano i libri profani, uccidono gli intellettuali che praticano il libero pensiero. Così Catherine Nixey, nel suo Nel nome della croce (Bollati Boringhieri, pp. 364), racconta il trionfo del cristianesimo. O meglio, come recita il sottotitolo, «la distruzione cristiana del mondo classico». I fanatici vestiti di nero non sono, infatti, i terroristi dell’Isis ma i monaci che secoli fa demolivano i templi degli idolatri. Anche a Palmira, dove gli archeologi hanno trovato la testa di una statua di Atena mutilata e sfigurata con furia iconoclasta alla fine del IV secolo, negli anni in cui l’imperatore Teodosio vietava i culti pagani. Insomma, per Nixey i cristiani di ieri erano come l’Isis di oggi, con san Giovanni Crisostomo nella parte del califfo al-Baghdadi.
Il libro di Nixey, uscito in Inghilterra nel 2017, è già un caso ed è stato tradotto in varie lingue. L’autrice, che vanta la sua formazione classica (ma tiene anche a informarci di essere figlia di un ex monaco e di una ex suora), racconta l’avvento della religione di Gesù come una storia di prevaricazione e violenza: l’ottuso radicalismo religioso dei cristiani distrugge la bellezza della cultura classica e lo splendore dell’impero romano. Il suo, più che un saggio, è un pamphlet. Leggendolo ci si trova trasportati in una dimensione quasi d’antan. Si torna alle polemiche di stampo illuministico contro la religione, ai feuilleton ottocenteschi sui crimini dei Papi o dell’Inquisizione, alla vecchia idea del Medioevo come «età oscura» (The darkening age è il titolo originale). Sullo sfondo si staglia l’ombra maestosa di Edward Gibbon che, nel suo Declino e caduta dell’impero romano, già imputava ai cristiani di avere istituito, con le loro sette rissose e fanatiche, «una nuova specie di tirannia».
Certo, come scriveva Franco Cardini nel suo Cristiani perseguitati e persecutori (Salerno Editrice, 2011), il cristianesimo non si è affermato solo «con l’amore e con la persuasione». L’altra faccia del martirio cristiano è la violenza che i cristiani stessi hanno esercitato nei confronti dei pagani. Violenza a volte dimenticata o rimossa dal velo pietoso di certa apologetica. Come dice Cardini: «Nella storia di solito la voce dei vinti viene soffocata e quindi non esiste un martirologio pagano». Ma i casi di intolleranza furono molti. Nel 392, per esempio, una folla di cristiani inferociti assale il Serapeo di Alessandria d’Egitto, uno dei templi più splendidi di tutto il mondo antico, riducendolo a un cumulo di macerie e devastandone la gloriosa biblioteca. E cristiani erano anche i parabolani, le bande di fanatici che, nel 415, aizzati dal vescovo Cirillo, fanno a pezzi la filosofa neoplatonica Ipazia dopo averle cavato gli occhi.
Il libro di Nixey racconta queste e altre storie (che, si badi, sono tutte vere) per dimostrare che il primo cristianesimo era integralisticamente votato alla distruzione della civiltà classica. Per esempio, si argomenta, se abbiamo perso così tanti testi antichi è colpa della censura e dei roghi di libri perpetrati dai cristiani. Ma in realtà il «genocidio culturale» che viene adombrato non ci fu, anche perché i Padri della Chiesa inserirono i classici profani nel curriculum educativo di un buon cristiano. La stessa visione del mondo pagano è un po’ naïve: un mondo di sano edonismo e gioiosa razionalità soffocato dall’oscurantismo cristiano.
Nixey oppone, per esempio, il libertinismo di Ovidio alla cupezza del monachesimo. Eppure l’impertinente Ovidio fu spedito in esilio da Augusto, mentre il Medioevo cristiano si è poi nutrito di letture ovidiane. Anche sostenere, a maggior gloria della tolleranza pagana, che i martiri cristiani furono pochissimi è vecchio cavallo di battaglia della polemica anticristiana (lo cavalcava già Voltaire nel suo Trattato sulla tolleranza). Resta il fatto che quelli tra IV e V secolo furono anni in cui il cristianesimo si affermò anche con la violenza. Ma in un contesto che, comunque, era molto ambiguo e ricco di chiaroscuri. Come insegna anche il caso del più fedele discepolo della martire pagana Ipazia, il filosofo Sinesio di Cirene. Che morì dopo essere stato eletto vescovo di Tolemaide, senza avere mai rinunciato alla dottrina neoplatonica.

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L’eroe Ulisse raccontato dalle donne

Eva Cantarella, “Corriere della Sera”, 11 ottobre 2018

Quante sono state, nei secoli, le rivisitazioni della storia di Ulisse? Nelle chiavi più svariate, ai livelli più diversi, dalle parole dei letterati alle immagini televisive e cinematografiche, queste riletture ci hanno svelato i molteplici aspetti del carattere del re di Itaca. Versatile per definizione, possessore di qualità, come la celebre metis, che gli consentivano di superare qualunque ostacolo, Ulisse è personaggio il cui «multiforme ingegno» continua a sorprenderci, mostrando aspetti inediti della sua vita. E a darcene un’altra prova oggi è Giulio Guidorizzi, il cui racconto del famigerato ritorno a Itaca, fatto con la passione dello scrittore e il rigore dello studioso, è caratterizzato da una scelta narrativa che è, forse, il maggiore tra i tanti pregi del libro (Giulio Guidorizzi, Ulisse. L’ultimo degli eroi, Einaudi, pagine 200). La prospettiva nella quale è narrata la storia, infatti, non è quella di Ulisse: è quella delle donne che lo hanno amato. Ed è soprattutto in questa scelta che Guidorizzi dimostra la sua qualità di narratore, cambiando le prospettive a seconda dei punti di vista della voce femminile narrante, e con queste cambiando anche la storia: visto da Circe, Ulisse è un uomo «che dorme nel mio letto, nudo, indifeso, che — le fa pensare Guidorizzi — potrei in un istante trasformare in animale, o gettare una gabbia invisibile intorno alla sua mente e costringerlo a non uscire mai più da questa casa». Ma decide di non farlo: ammaliata da Ulisse lo risparmia, e al momento del commiato arriva a suggerirgli come evitare i pericoli ai quali sta andando incontro. Sono tanti gli episodi che mostrano come la possibilità di leggere molteplici significati dietro le parole omeriche renda attuale quel che fu scritto tre millenni fa, ma uno dei più belli è il dialogo con Calipso: la ninfa gli ha offerto l’eternità, Ulisse ha rifiutato, ma per lei il rifiuto è incomprensibile: «Noi (immortali) — le fa dire Guidorizzi — non sappiamo cos’è la vostra pena di vedere ogni cosa che fugge via e io vedo, Ulisse, come sei triste quando ricordi… persino nella vostra anima voi sperimentate la legge del mutamento, perché i vostri sentimenti cambiano, quando gli dei vogliono fare a un uomo il dono più bello lo sottraggono alla sensazione del tempo: ed egli non sentirà più scorrere l’acqua del fiume, sulla quale la sua vita passa come un ramoscello trasportato dalla corrente…».
Ma è nella pagina finale del libro che Guidorizzi, con un vero e proprio coup de théâtre, svela nel modo più evidente le sue qualità di romanziere. Uccisi i proci e riconquistato il potere, Ulisse finalmente fa l’amore con la moglie, alla quale racconta non solo i pericoli corsi, ma anche, onestamente, le avventure sentimentali che hanno accompagnato non pochi anni del suo viaggio. Penelope ascolta, e capisce…; ma poi Ulisse le dice che dovrà intraprendere un altro lungo viaggio, al termine del quale, le assicura, ritornerà da lei. E Penelope continua ad ascoltare… ma dopo averlo fatto prende la spada di Ulisse e con due colpi, in silenzio, distrugge la ben nota tela. Guidorizzi non commenta: ma il lettore si chiede il significato del gesto. Significa che la vecchia Penelope è morta, e la nuova è una donna radicalmente diversa? Si direbbe di sì, ma non potrebbe significare anche qualcos’altro? Che Penelope non ha la benché minima intenzione di continuare a passare la vita aspettandolo? Nel silenzio dell’autore ogni supposizione è valida: e questa, credo, verrebbe accolta con grande piacere da un buon numero di lettrici.

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La lezione (da ricordare) del mondo antico

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Ulpiano Checa, Invasione dei barbari (1887)

Quando le élite aprirono ai barbari e salvarono Roma per undici secoli
Silvia Ronchey, “La Repubblica”, 29 settembre 2018

Da sempre l’ideologia politica dell’America si nutre di un’analogia simbolica, perfino iconografica, con l’impero romano. Basta guardare l’architettura del potere a Washington, dal Lincoln Memorial al Jefferson Memorial, dal Supreme Court Building a Capitol Hill. Era stato già Thomas Jefferson a volere che la sede del Congresso degli Stati Uniti replicasse un antico edificio romano. Negli anni 80 del secolo scorso Francis Ford Coppola aveva immaginato di ambientare in quella eloquente scenografia un film sulla congiura di Catilina, in cui perfino il casting fosse calcato sui volti della statuaria dei Musei Capitolini. Fin dal secondo dopoguerra l’idea di pax americana, in analogia con quella augustea, ha dominato il lessico politico e anche se da qualche decennio la cosiddetta tardoantichistica, ossia la storia del declino dell’impero romano, è divenuta una specialità delle università statunitensi, gli Stati Uniti hanno continuato a darsi il ruolo “romano” di garante della sicurezza globale del mondo. Fino alla svolta odierna, in cui le parole d’ordine dell’amministrazione Trump fanno parlare, invece, di “impero chiuso”.
Ma proprio nel tempo della cosiddetta decadenza e caduta dell’impero romano, narrata da Gibbon, vediamo come la tendenza di un impero alla chiusura può essere non solo contrastata ma integralmente ribaltata da una parte delle sue classi dirigenti, delle sue élite intellettuali, delle sue aristocrazie. Il cosiddetto Impero romano d’occidente, dopo la grande crisi del III secolo, il collasso del sistema economico e finanziario, il calo demografico, il blocco del dinamismo sociale, l’approfondirsi del divario tra poveri e ricchi, il confluire delle classi medie nella fascia degli humiliores, uniti a una nuova ondata di movimenti migratori globali e alla pressione di nuovi soggetti etnici ai confini, si chiuse in se stesso. Tutte le energie dello Stato vennero spese in provvedimenti difensivi. L’aristocrazia romana si arroccò nelle sue ville sull’Aventino.
Ma contemporaneamente un’altra parte dell’élite politica e intellettuale reagì a questo moto di chiusura costituendo una formula alternativa dello stesso impero e traghettandola dalla Prima alla Seconda Roma: Costantinopoli. Tra il IV e il V secolo, dalla fondazione della nuova capitale da parte di Costantino alla cosiddetta “caduta silenziosa” della vecchia nel 476, un modello di impero romano ancora più aperto, se possibile, mostrò al mondo come quegli stessi soggetti etnici che a Roma si chiamavano barbari potessero partecipare dell’antica cultura grecoromana, della sua filosofia e prassi politica, integrarsi nelle classi dirigenti e nelle strutture militari, rifondare su scala più ampia il principio di dinamismo verticale, di ricambio delle élite, di mescolanza tra etnie e circolazione tra classi, che aveva fatto la forza di Roma antica. È da questo riaprirsi quasi istantaneo dell’impero romano tra il IV e V secolo, al momento cioè della sua apparente caduta, che nasce la cultura umanistica che oggi chiamiamo europea.
Bisanzio, i cui cittadini si autodenominavano Rhomaioi, “romani”, e tali erano giuridicamente e politicamente, e sarebbero stati ancora lungamente, per undici, prosperi secoli, perpetuò e perfezionò la tradizione del diritto e la dottrina politica, la struttura economica e finanziaria, la rete commerciale e viaria, e in generale la funzione di tutela di quella “pace globale” che era stata propria dei discendenti di Enea — migranti anche loro, stranieri fuggiti da un’espugnata Troia alla quale anche geograficamente l’impero era tornato.
Perché un impero, per aprirsi, o riaprirsi, sembra avere bisogno anzitutto di questo: di stranieri, di barbari. Scriveva Kavafis: «Si è fatta notte, e i barbari non sono più venuti. / Alcuni sono arrivati dai confini, / hanno detto che di barbari non ce ne sono più. / E adesso cosa sarà di noi, senza più barbari?».

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Traiano il Migliore ci lascia di stucco

Salvatore Settis, “Il Sole 24 ore”, 9 settembre 2018

Roma. Ai Mercati Traianei una spettacolare rassegna racconta l’imperatore come militare, politico e mecenate delle arti. Ma lo coglie anche nel riposo della sua villa montana di Arcinazzo

Una mostra su un antico sovrano allestita in un edificio da lui stesso costruito duemila anni fa ma ancora in uso: non sono molte le città che possano permettersi un tal lusso. Forse, anzi, ce n’è una sola: Roma. Ed è qui che, negli straordinari spazi dei Mercati di Traiano, si può vedere Traiano. Costruire l’impero, creare l’Europa. Curata, come il catalogo (De Luca) da Claudio Parisi Presicce, Marina Milella, Simone Pastor e Lucrezia Ungaro, la mostra rispecchia l’assiduo lavoro di ricerca della Sovrintendenza ai Beni Culturali di Roma conducendo i visitatori attraverso un percorso largamente informativo ma non privo di sorprese, anche se talvolta un po’ accidentato per adattarsi al contenitore, nobilissimo ma certo non pensato per mostre da Traiano o dai suoi architetti.

Ma seguire il percorso di questa mostra traianea è esperienza che merita fare, perché vi incontriamo, scolpita a tutto tondo non solo nei ritratti ma in testimonianze d’ogni sorta, la personalità di uno degli imperatori (diciamolo con terminologia d’oggi) di maggior successo. Capace non solo d’esser chiamato in vita Optimus princeps, ma anche di lasciar dietro di sé una memoria largamente positiva, tanto che secoli dopo, in mezzo alle più nere crisi dell’impero, il miglior augurio che un panegirista potesse fare a un neo-imperatore era che riuscisse ad essere melior Traiano, migliore di Traiano. Nei suoi diciannove anni di regno (98-117 d.C.), egli portò in dote un solidissimo rapporto con l’esercito e con l’aristocrazia senatoria, di cui faceva parte; e con lui entrava per la prima volta nelle supreme stanze del Palazzo un princeps di origine provinciale (era nato in Spagna nel 53 d.C.).

Succedendo al brevissimo regno di Nerva, innalzato al trono dopo gli anni tumultuosi di Domiziano, Traiano fu il primo degli imperatori adottivi, un meccanismo di successione che avrebbe funzionato per qualche generazione (fino a Marco Aurelio) in quello che fu il secolo più prospero dell’impero romano. Con la conquista della Dacia Traiano portò l’impero alla sua estensione massima, qualcosa come sette milioni di chilometri, un po’ meno degli Stati Uniti oggi; e lasciò in Dacia un’eredità duratura, dal nome odierno della regione (Romania) alla lingua neo-latina che ancora vi si parla. A un passo dai Mercati di Traiano svetta ancora, sostanzialmente intatta, la Colonna Traiana che racconta e celebra le guerre oltre il Danubio.

La mostra ne ricorda gli straordinari rilievi con qualche calco, ma alla Colonna rimanda spesso. Anche perché, ed è questo uno dei paradossi della vicenda di Traiano, di un regno importante come il suo abbiamo pochissime fonti storiche contemporanee, e dobbiamo spesso fare affidamento sulle immagini, più generosamente conservate. E Traiano, come tutti gli imperatori, fu attentissimo alla propria immagine pubblica. Conosciamo per caso le istruzioni di un suo successore, Lucio Vero, a Frontone incaricato di scrivere la storia della guerra persiana (c. 165), e possiamo immaginare che Traiano non la pensasse diversamente. Lucio Vero manda a Frontone i materiali che dovevano allinearsi sul suo scrittoio (lettere, discorsi, verbali degli incontri con ambascerie, resoconti di battaglie, dipinti con le imprese della guerra).

E chiede allo storico di dar risalto al suo ruolo personale, perché, «le mie imprese sono quel che sono, ma quel che importa è come esse appariranno; e appariranno tanto grandi quanto tu vorrai». Quel che importa è come il principe appare al solo pubblico che importa, quello dell’Urbe.

Al suo pubblico, Traiano appariva in numerosissimi ritratti, secondo tipologie che la mostra ripercorre, inclusi i volti di Traiano nelle scene della Colonna (quasi settanta volte), ma anche nelle monete che rendevano il suo aspetto popolare in tutto l’impero. Non meno importante era irraggiare la maestà del principe sull’intera famiglia: perciò Traiano non onora solo il padre adottivo Nerva, a cui deve l’impero, ma anche il padre carnale, che grazie a lui riceve onori divini come Divus Traianus Pater). Di grande importanza, poi, l’articolata beneficenza messa in atto da Traiano e dalle donne della sua famiglia (uno dei temi su cui  la mostra insiste con più efficacia). La scena di institutio alimentaria rappresentata sull’arco di Traiano a Benevento ricorda un provvedimento in favore dei bambini poveri (legittimi e illegittimi) e della loro istruzione, e legato al rilancio dell’agricoltura mediante prestiti speciali. Ma anche Marciana (la sorella), Plotina (la moglie) e Matidia (la nipote) usarono le enormi ricchezze di cui disponevano per affermare il prestigio proprio e del trono; e le pronipoti Sabina (moglie di Adriano) e Matidia Minore continuarono sulla stessa linea. Restauro di edifici pubblici, istituzione di fondi benefici per i poveri e i bambini, costruzione di acquedotti, teatri, biblioteche: così le donne della casa imperiale investivano i redditi dei loro estesissimi latifondi e delle fabbriche di materiali da costruzione.

Se è vero che fra II e III secolo d.C. poco meno del 50% del reddito fondiario era in mano alle donne, quel che vediamo al livello della famiglia imperiale non è che il riflesso di una presenza “di genere” assai più incisiva di quel che tenderemmo a pensare; una presenza che si traduceva com’è naturale in marcata influenza politica (ne danno conto in catalogo i saggi di Alessandra Balielo e Francesca Cenerini).

L’arte della guerra al tempo di Traiano, la costruzione delle sue Terme e del suo Foro (il maggiore nella rete dei fori imperiali a Roma), e il ruolo dell’architetto da lui preferito, Apollodoro di Damasco (poi caduto in disgrazia sotto Adriano), la conquista della Dacia e la sua romanizzazione con la fondazione di nuove città, il rapporto di Traiano con il suo esercito, la sua politica edilizia, la messa a punto del sistema portuale intorno a Roma, la cura del Tevere, gli interventi sul sistema viario con la “variante” alla Via Appia detta Via Traiana: su questi e altri temi il monumentale catalogo offre una moltitudine di saggi, anche di studiosi francesi, spagnoli, romeni, tedeschi, inglesi, che con il ricco apparato iconografico e bibliografico tracciano una sorta di aggiornata Enclopedia Traianea, sapientemente costruita dalla Sovrintendenza capitolina in parallelo con il proprio meritorio lavoro di ricerca sui materiali traianei in Roma e fuori.

Ma forse la sorpresa più inattesa della mostra è sul versante di un Traiano privato, che in mezzo alle cure dello Stato e alle imprese belliche si concede ogni tanto il riposo del guerriero. Lo sapevamo dal Panegirico di Plinio il Giovane, dove si dice che Traiano amava i monti, i boschi e la caccia; ma gli scavi nella Villa di Traiano sul monte Altuino (quasi 1300 m. di altitudine), non lontano da Arcinazzo Romano, a 60 Km da Roma, aggiungono alle parole di Plinio l’indirizzo della casa di montagna (e di caccia) dell’imperatore. Pur se ampiamente depredata nel corso dei secoli, la Villa ha ancora una sua imponenza, e colpisce in mostra la ricchezza e qualità dei materiali decorativi, dagli elementi architettonici ai pavimenti e alle pareti ricoperte di lastre di pregiati marmi policromi con elegantissimi intarsi geometrici, agli stucchi di altissima qualità, che conservano qua e là qualche resto della foglia d’oro che li ricopriva.

Ci vorranno anni per ricomporre al meglio quel che resta di questa decorazione così ricca, testimonianza di un gusto personale di Traiano che appare raffinato e colto, e che forse anche le ricerche in corso sulla sua abitazione prima di ascendere al trono (Privata Traiani domus sull’Aventino), anch’esse descritte in catalogo, contribuiranno a definire.

TRAIANO. COSTRUIRE L’IMPERO, CREARE L’EUROPA. Roma, Mercati di Traiano, Museo dei Fori Imperiali fino al 18 novembre. Catalogo De Luca Editori d’Arte

Dalla dimora estiva provengono mirabili stucchi decorati con foglia d’oro un particolare dei bellissimi stucchi in origine coperti di foglia d’oro provenienti dalla Villa sul monte Altuino, non lontano da Arcinazzo Romano, residenza di montagna di Traiano.

TRAIANO E IL MISTERO DEL TEMPIO DEGLI EBREI

Durante il regno di Traiano si registra una rivolta ebraica. La vicenda è trattata da Livia Capponi in «Il mistero del tempio» (Salerno Editrice, Roma, pagg. 144). L’imperatore, dopo aver conquistato la Dacia, si prepara a invadere l’Oriente, ma ha bisogno del supporto delle comunità ebraiche fiorenti nell’impero partico. Dopo accordi e concessioni finanziarie, Traiano conquista Armenia e Mesopotamia. Qualcosa però non va: gli ebrei dei territori appena occupati insorgono e segue una guerra sanguinosa.

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I Parti in balìa di Roma

GIOVANNI BRIZZI, “Corriere della Sera – La Lettura”, 15 luglio 2018

Dopo la terribile sconfitta subita a Carre, le legioni si organizzarono con altre armi e misero alle strette
i loro nemici orientali in Mesopotamia. Ma poi le rivolte giudaiche costrinsero alla ritirata l’esercito dell’Impero

Pubblicato nel 2010, il libro Le guerre di Roma contro i Parti di Rose Mary Sheldon, docente all’Università del Michigan, appare ora in traduzione italiana per la Libreria Editrice Goriziana. Non di tutto il volume, oltre 400 pagine, potrò riferire. Non toccherò quindi, benché solo in parte ne condivida gli sviluppi, il grande tema dell’ambizione di Roma a un «governo e un dominio universali». Quanto alla questione, tuttora dibattuta, della Great Strategy, se cioè Roma avesse o no «una “grande strategia”… per i confini» o se calibrasse di volta in volta il suo approccio, pertinente al tema del libro, mi limiterò a sottolineare che il confronto con un avversario come lo Stato arsacide dei Parti richiedeva mezzi amplissimi, assai superiori alle risorse di qualsiasi provincia. Costretti a controllarsi l’un l’altro, i governatori romani disponevano di forze ridotte, ed erano inabili a ogni più vasta strategia; sicché, almeno a partire dall’età imperiale un attacco contro i Parti era possibile, di norma, solo su impulso di un solido potere centrale. Con buona pace della nostra studiosa, quindi, i moventi reali capaci di muovere queste azioni non furono mai la semplice brama, stolta perché antieconomica, di bottino o di una conquista fine a sé stessa.

Il volume presenta, fin dall’introduzione, alcuni limiti. Pur intuendone i rischi, l’autrice cede infatti alla suggestione di un’analogia con la condotta e gli esiti recenti dell’azione Usa nella stessa regione; e, specialista nei problemi di intelligence, coglie nelle carenze informative dei Romani, assimilate a quelle della potenza a stelle e strisce, l’elemento capace di riequilibrare una bilancia militare altrimenti favorevole a Roma. La spiegazione, pur valida (a fomentare l’insurrezione ebraica contro i Romani del 115 d.C., su cui torneremo, potrebbero essere stati agenti partici…), è però parziale. Uno studio che si prop one come un’opera, mai scritta, «sulle campagne militari tra Roma e i Parti» non può ignorare gli aspetti tattici e funzionali delle opposte strutture belliche e la loro evoluzione, fondamentale a spiegare gli esiti diversi di guerre asimmetriche come quelle trattate.

Toccando sommariamente la battaglia di Carre, in cui le legioni furono battute dai Parti nel 53 a.C., l’autrice non sfiora il problema della «tragica impotenza dell’esercito romano» in quella circostanza. Eppure, come scrisse lo storico Albino Garzetti, questo è il «nucleo della questione», ma «si risolve per lo più nel ricostruire come avvenne la sconfitta, non nel determinare perché avvenne». Definita feudale come lo Stato che l’esprimeva, quella partica era un’armata soprattutto di cavalieri — cavalleria pesante catafratta che inquadrava l’alta aristocrazia; e cavalleria leggera, gli hippotoxotai, arcieri montati, liberi e nobiltà minore armati con il potente arco composto delle steppe —, che combinava potenza di tiro e forza d’urto. Surena, il nobile che la comandava a Carre, rovesciò le tattiche tradizionali contro nemici appiedati; e la soluzione riuscì fatale alle legioni di Crasso, dotate di armamento insufficiente (la cotta di maglia era vulnerabile alle frecce, mentre i pila, i giavellotti leggeri, incapaci di raggiungere gli arcieri che restavano fuori tiro, erano inutili contro i catafratti). Logorato dai ripetuti caroselli degli inafferrabili hippotoxotai ed esposto alle cariche dei cavalieri corazzati ogni volta che cercava di dispiegarsi, l’esercito di Crasso, demoralizzato, finì per sbandarsi e fu quasi interamente distrutto.

Questa superiorità tattica, però, poco a poco si dissolse. Contrariamente a quello partico, rimasto immutato, l’esercito romano prese a evolversi; prima introducendo, dall’età di Antonio, i frombolieri che offrivano alle legioni un efficace tiro di protezione contro gli archi partici, poi una nuova corazza a lame, la lorica segmentata, capace di annullare l’effetto delle frecce, e un pilum pesante dalla penetrazione accresciuta, in grado di scavalcare i catafratti o di trapassarne le corazze e persino, a breve distanza, di arrestarne le cariche. La simbiosi funzionale tra le due componenti dell’esercito nemico venne così spezzata. Se i catafratti, mastodontici e lentissimi, avevano avuto qualche possibilità solo contro legionari schierati per coorti, vulnerabili alle cariche, la nuova arma metteva ora in grado di difendersi persino questi reparti.

Quanto agli arcieri, fondamentali per lo sforzo militare partico, per poter arrecare danni reali ad un’armata romana da campagna il loro attacco swarming, a sciame, doveva poter colpire indisturbato più e più volte, infiggendo migliaia di aculei nel corpo della compagine nemica. Ora però, grazie alla nuova armatura, questa era meglio protetta; e le condizioni di Carre non si ripeterono più. Troppo preziosa per venir esposta in attacchi che rischiavano di riuscirle fatali, la cavalleria pesante fu forse ritirata allora dai campi di battaglia per oltre un secolo; e ciò finì col ridurre l’efficacia anche degli arcieri. Privati dell’appoggio dei catafratti, questi avevano ormai solo opzioni tattiche limitate. Contro eserciti veri e propri, composti da una ben dosata combinazione di forze differenziate, gli hippotoxotai da soli avevano possibilità quasi nulle: per scagliare i loro dardi, resi inutili dalla nuova corazza, essi dovevano infatti prima superare lo sbarramento costituito da dense cortine di frombolieri balearici o cretesi, di arcieri osroeni e persino, dall’età di Traiano, di macchine mobili da getto, le cosiddette carroballistae. Oltre che poco produttivo e costoso in termini di vite, un attacco troppo insistito rischiava di riuscire fatale. Non più scortate da presso dai cavalieri corazzati, queste formazioni contavano per sopravvivere solo sulla loro mobilità: una volta sfiancati i cavalli, non avrebbero più potuto sfuggire alle cavallerie tracia e gallica e ancor meno, forse, ai celebri numeri Mauri, agli squadroni berberi che accompagnavano le grandi formazioni romane di fanteria. Ai Parti rimase così una sola risorsa: l’agguato o la rapida incursione seguita da una pronta ritirata e chiusa spesso dal colpo sferrato durante la fuga, la «freccia del Parto». E la guerriglia… Ma se i Parti assai se ne giovarono, a condurla per loro furono soprattutto gli Ebrei. Per limitarci alla campagna di Traiano, la coeva rivolta ebraica iniziò, come dimostrano i testi su papiro, in Cirenaica nel 115 d.C., quasi due anni prima che tra le comunità babilonesi. E fu spaventosa. Si può dubitare delle fonti scritte, non dell’archeologia: a Cirene, scrisse Sandro Stucchi, «i danni subiti… dal patrimonio monumentale» ad opera degli insorti appaiono «paragonabili a quelli di un pauroso cataclisma». Fu questo cataclisma, altrettanto grave a Cipro e in Egitto, a risucchiare indietro le legioni vittoriose dalla capitale nemica Ctesifonte, permettendo la riscossa partica in Mesopotamia.

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