9 d. C.: Teutoburgo

Romani e Germani: eventi storici di rilievo

58-52 a. C.: spedizioni di Cesare contro Ariovisto e oltre il Reno, ritenuto confine naturale tra barbarie e civiltà.
Durante il principato di Augusto ripetuti tentativi di espansione fino all’Elba (Druso, 12-9 a.C.)
9 d.C.: disfatta di Teutoburgo (Arminio /Hermann sconfigge Q. Varo); conclusione della fase espansionistica.
15 d. C.: Nerone Claudio Druso, detto Germanico, nipote e figlio adottivo di Tiberio, intraprende una nuova spedizione contro Arminio. Rende gli onori funebri ai caduti nel luogo della strage (Tacito, Annales, I, 60-61).
16 d. C.: Germanico “vendica” la sconfitta di Varo. Seguono operazioni di contenimento e difensive. 
21 d. C.: morte di Arminio ( Annales, II, 88,3).
69-70 d. C.: rivolta dei Batavi, guidati da Giulio Civile, sconfitti dal generale romano Petilio Ceriale (Tacito, Historiae).
II sec. d. C.: si costruisce un limes, a scopo di fortificazione, di 460 km, lungo il Reno e il Danubio.

Teutoburgo, 9-11 settembre 9 d.C.: la clades variana

Nella foresta di Teutoburgo […] Arminio vinse sul comandante romano Varo; tre legioni furono distrutte. La possibilità di romanizzare la «libera Germania» era compromessa. La battaglia di Teutoburgo segnò per sempre la fine della conquista di Druso. Il confine romano in Europa tornò al Reno e al Danubio (nell’epoca flavia sarebbe intervenuta la correzione degli agri decumates); in ogni modo, l’Europa germanica restò sostanzialmente staccata dall’impero romano. La portata mondiale della battaglia di Teutoburgo è tutta qui; ed è enorme.

Santo Mazzarino, L’impero romano, 1, Bari, Laterza, 1976

Il teatro della battaglia [Fonte Wikipedia]

Il racconto di Velleio Patercolo, Historiae, II, 117-119

117 (1) L’imperatore aveva appena completato le operazioni in Pannonia e in Dalmazia, quando a soli cinque giorni dal completamento di una così grande impresa, arrivarono dalla Germania lettere funeste che portavano la notizia dell’uccisione di Varo e del massacro di tre legioni, di altrettanti squadroni di cavalleria e di sei coorti: la fortuna ci si mostrò indulgente almeno nel senso che un simile disastro non successe quando il capo era occupato altrove. Però la causa del disastro e la persona di Varo richiedono un indugio. (2) Quintilio Varo, nato da famiglia non nobile, ma famosa, era uomo di indole mite, di abitudini tranquille, piuttosto inerte nel corpo come nell’animo, abituato alla vita tranquilla dell’accampamento più che alle campagne di guerra, tutt’altro che spregiatore del denaro, come aveva mostrato la Siria, di cui tenne il governo: entrò povero in una provincia ricca e uscì ricco da una provincia povera. (3) A capo dell’esercito di Germania, prese per uomini quelli che di umano avevano solo il corpo e la voce e si illuse che potessero essere civilizzati dal diritto quelli che non si potevano domare con la spada. (4) Con quest’animo si inoltrò nel cuore della Germania e passò il tempo della campagna d’estate amministrando la giustizia civile e facendo passare un processo dopo l’altro davanti al suo tribunale come se fosse in mezzo a uomini amanti della pace.

118 (1) Ma i barbari che pure nella loro estrema ferocia sono astutissimi, e nati per la menzogna – cosa che nessuno crederebbe senza averlo sperimentato – simularono una serie di finte controversie e ora provocandosi a vicenda, ora manifestando riconoscenza perché la giustizia romana dirimeva le loro questioni e la loro barbarie si addolciva grazie a una disciplina nuova e sconosciuta, e venivano risolte dalla legge questioni use ad essere decise dalle armi, indussero Quintilio al massimo della trascuratezza al punto che gli pareva di amministrare la giustizia nel foro come pretore urbano, anziché comandare un esercito nel cuore della Germania. (2) Allora un giovane nobile forte e sagace, di intelligenza più pronta dell’uso dei barbari, Arminio figlio di Sigimero, capo di quel popolo, che sprizzava ardimento dal volto e dagli occhi, assiduo compagno dei nostri nella precedente campagna, dove aveva ottenuto oltre alla cittadinanza romana anche le insegne dell’ordine equestre, approfittò dell’inerzia del comandante per un piano criminoso saggiamente pensando che chi si può più facilmente sconfiggere è proprio chi non teme niente, e che spessissimo l’eccessiva sicurezza è l’inizio della rovina. (3) Estende i suoi piani dapprima a pochi, poi a più persone. Dice loro, persuadendoli, che è possibile vincere i Romani, e ai piani fa seguire i fatti, stabilendo il momento dell’agguato. (4) La congiura fu svelata a Varo da un uomo di quella popolazione, fedele e di nobile rinomanza, Segeste, che gli consigliò di mettere in catene i cospiratori. Ma ormai il fato era più forte dei progetti e avevano offuscato in Varo ogni acutezza.
Accade infatti che quando il dio vuol mutare la sorte di un uomo, ne sconvolge la mente e fa in modo (cosa tristissima) che ciò che gli accade sembri accaduto per colpa sua, e il caso si trasformi in addebito. Varo dunque rifiutò di prestar fede alla denuncia, dichiarando di ritenere adeguate ai propri meriti le speranze riposte nell’affetto dei Germani. E dopo quel primo informatore, non ci fu più tempo per un secondo.

119 (1) Anch’io, come altri, tenterò di esporre in un volume adeguato i dettagli di questa spaventosa disgrazia, di cui nessun’altra fu più grave nelle campagne estere, dopo quella subita da Crasso contro i Parti: per ora non posso che deplorarla nel suo insieme. (2) Il più forte di tutti gli eserciti, il primo per addestramento, forza, esperienza, fu sorpreso a causa della mollezza del capo, della perfidia del nemico, della ingiustizia della fortuna, senza neppure avere la possibilità di combattere né di compiere una sortita, se non in condizioni sfavorevoli, non come i soldati avrebbero voluto – alcuni anzi furono duramente puniti perché usarono da Romani le armi e il coraggio. Furono intrappolati tra boschi, paludi e agguati e uccisi fino all’ultimo uomo da un nemico che avevano sempre massacrato come bestie, al punto che la vita e la morte di quelli dipendeva soltanto dalla loro collera o dalla loro clemenza. (3) Il comandante ebbe più coraggio nel morire che nel combattere: si trafisse seguendo l’esempio del padre e dell’avo. Dei due prefetti del campo, tanto luminoso fu l’esempio dato da Lucio Eggio (4) quanto infame quello di Ceionio che, quando la schiera aveva già perso la maggior parte dei suoi effettivi, si fece promotore della resa e preferì morire sul patibolo che sul campo di battaglia. Vala Numonio, legato di Varo, uomo in genere onesto e tranquillo, fu responsabile di un pessimo esempio, abbandonando i suoi cavalieri senza cavalli a combattere a piedi e gettandosi con gli altri in fuga verso il Reno. Ma la fortuna si vendicò di questa sua azione: non sopravvisse a quelli che aveva abbandonato, e cadde da disertore. (5) La ferocia nemica aveva sbranato il corpo mezzo bruciato di Varo; la testa fu tagliata e portata a Maroboduo, che la mandò all’imperatore, in modo che finalmente ebbe l’onore della sepoltura nella tomba di famiglia.

Tacito, Annales, I, 61-62

[61] Igitur cupido Caesarem invadit solvendi suprema militibus ducique, permoto ad miserationem omni qui aderat exercitu ob propinquos, amicos, denique ob casus bellorum et sortem hominum. praemisso Caecina ut occulta saltuum scrutaretur pontesque et aggeres umido paludum et fallacibus campis inponeret, incedunt maestos locos visuque ac memoria deformis. Prima Vari castra lato ambitu et dimensis principiis trium legionum manus ostentabant; dein semiruto vallo, humili fossa accisae iam reliquiae consedisse intellegebantur: medio campi albentia ossa, ut fugerant, ut restiterant, disiecta vel aggerata. Adiacebant fragmina telorum equorumque artus, simul truncis arborum antefixa ora. Lucis propinquis barbarae arae, apud quas tribunos ac primorum ordinum centuriones mactaverant. et cladis eius superstites, pugnam aut vincula elapsi, referebant hic cecidisse legatos, illic raptas aquilas; primum ubi vulnus Varo adactum, ubi infelici dextera et suo ictu mortem invenerit; quo tribunali contionatus Arminius, quot patibula captivis, quae scrobes, utque signis et aquilis per superbiam inluserit.
Igitur Romanus qui aderat exercitus sextum post cladis annum trium legionum ossa, nullo noscente alienas reliquias an suorum humo tegeret, omnis ut coniunctos, ut consanguineos, aucta in hostem ira, maesti simul et infensi condebant. primum extruendo tumulo caespitem Caesar posuit, gratissimo munere in defunctos et praesentibus doloris socius.

61. Sorse allora in Cesare Germanico il desiderio di rendere gli estremi onori ai soldati e al loro comandante, tra la generale commiserazione dell’esercito là presente al pensiero dei parenti, degli amici e ancora dei casi della guerra e del destino umano. Mandato in avanscoperta Cecina a esplorare i recessi della foresta e a costruire ponti e dighe sugli acquitrini delle paludi e sui terreni insidiosi, avanzavano in quei luoghi mesti, deprimenti alla vista e al ricordo. Il primo campo di Varo denotava, per l’ampiezza del recinto e le dimensioni del quartier generale, il lavoro di tre legioni; poi, dal trinceramento semidistrutto, dalla fossa non profonda, si arguiva che là si erano attestati i resti ormai ridotti allo stremo. In mezzo alla pianura biancheggiavano le ossa, sparse o ammucchiate, a seconda della fuga o della resistenza opposta. Accanto, frammenti di armi e carcasse di cavalli e teschi confitti sui tronchi degli alberi. Nei boschi vicini, are barbariche, sulle quali avevano sacrificato i tribuni e i centurioni di grado più elevato. I superstiti di quella disfatta, sfuggiti alla battaglia o alla prigionia, raccontavano che qui erano caduti i legati e là erano state strappate via le aquile, e dove Varo avesse subito la prima ferita e dove il poveretto, di sua mano, avesse trovato la morte; da quale rialzo avesse parlato Arminio, quanti patiboli e quali fosse avessero preparato per i prigionieri e come, nella sua superbia, Arminio avesse schernito le insegne e le aquile.
62. Dunque sei anni dopo quella strage, c’era laggiù un esercito romano a seppellire le ossa di tre legioni, senza che alcuno sapesse se ricopriva di terra i resti di un estraneo o di un parente, ma tutti li sentivano come congiunti, come consanguinei, e cresceva in loro, mesti e furenti a un tempo, la rabbia contro il nemico. La prima zolla del tumulo in costruzione la pose Cesare Germanico: un nobile gesto d’onore verso i morti e di partecipazione al dolore dei presenti.

Museo Archeologico di Amelia, Terni. La corazza di Germanico (particolare). La statua bronzea, di oltre due metri di altezza, rinvenuta nel 1963, raffigura il generale romano in veste trionfale, con corazza, braccio appoggiato ad una lancia, testa rivolta verso destra.

Dopo la battaglia di Teutoburgo

L’incontro sul fiume Visurgis (Weser) tra Arminius e il fratello Flavus, rimasto fedele a Roma e al seguito di Germanico, nel 16 d. C., alla vigilia della battaglia di Idistaviso.  Il racconto di Tacito, Annales, liber II.

IX. Flumen Visurgis Romanos Cheruscosque interfluebat. Eius in ripa cum ceteris primoribus Arminius adstitit, quaesitoque an Caesar venisset, postquam adesse responsum est, ut liceret cum fratre conloqui oravit. Erat is in exercitu cognomento Flavus, insignis fide et amisso per vulnus oculo paucis ante annis duce Tiberio. Tum permissu *** progressusque salutatur ab Arminio, qui amotis stipatoribus, ut sagittarii nostra pro ripa dispositi abscederent postulat, et postquam digressi, unde ea deformitas oris interrogai fratrem. Ilio locum et proelium referente, quodnam praemium recepisset exquirit. Flavus aucta stipendia, torquem et coronam aliaque militaria dona memorai, inridente Arminio vilia servitii pretia.
 
X. Exin diversi ordiuntur, hic magnitudinem Romanam, opes Caesaris et victis graves poenas, in deditionem venienti paratam clementiam; neque coniugem et filium eius hostiliter haberi. Ille fas patriae, libertatem avitam, penetralis Germaniae deos, matrem precum sociam; ne propinquorum et adfinium, denique gentis suae desertor et proditor quam imperator esse mailet. Paulatim inde ad iurgia prolapsi quo minus pugnam consererent ne flumine quidem interiecto cohibebantur, ni Stertinius adcurrens plenum irae armaque et equum poscentem Flavum attinuisset. Cernebatur contra minitabundus Arminius proeliumque denuntians; nam pleraque Latino sermone interiaciebat, ut qui Romanis in castris ductor popularium meruisset.

Tra i Romani e i Cherusci scorreva il fiume Visurgi. Arminio con gli altri capi si fermò su la riva e domandò se Cesare era giunto. Gli fu risposto che era già lì; allora pregò che gli fosse consentito un colloquio con il fratello. Questi, di nome Flavio, militava nel nostro esercito ed era noto per la sua lealtà. Pochi anni prima, mentre combatteva agli ordini di Tiberio, per una ferita aveva perduto un occhio. Ricevuta l’autorizzazione, si fa avanti e Arminio lo saluta; poi fa allontanare la scorta e chiede che vadano via anche gli arcieri, schierati lungo la riva. Non appena se ne furono andati, Arminio domanda al fratello come mai ha uno sfregio sul volto. Questi allora gli riferisce il luogo e la battaglia dove è avvenuto e Arminio gli chiede quale compenso abbia ricevuto; Flavio gli comunica l’aumento di stipendio, il bracciale, la corona e le altre decorazioni militari ottenute; e Arminio schernisce la grama mercede avuta per essere schiavo.
 
10. A questo punto si mettono ad altercare uno contro l’altro: uno esalta la grandezza di Roma, la potenza dell’imperatore, le gravi pene inflitte ai vinti, la clemenza accordata agli arresi; e gli assicura che sua moglie e suo figlio non sono trattati da nemici. L’altro ricorda la santità della patria, la libertà avita, gli dèi tutelari della Germania e la madre, che si unisce alle sue preghiere; e lo ammonisce a non disertare, a non tradire i suoi.
Poco a poco scesero alle ingiurie e poco mancò che si azzuffassero e neppure il fiume che scorreva tra loro avrebbe costituito un ostacolo, se non fosse accorso Stertinio a calmare Flavio, il quale, infuriato, chiedeva armi e un cavallo.
Sull’altra riva si scorgeva Arminio che in atteggiamento minaccioso ci sfidava a battaglia; nel suo parlare frammischiava parecchi vocaboli in latino, poiché aveva militato negli accampamenti romani come comandante dei suoi connazionali.

D. Chodowiecki, L’incontro tra Arminius e il fratello Flavus, c. 1800

“La vittoria di Teutoburgo dovette fare di Arminio un eroe e quasi certamente il capo indiscusso della coalizione di popoli che vi aveva contribuito. Di sicuro la distruzione dell’esercito di Varo segnò un punto di non ritorno. Roma non poteva non vendicare una simile disfatta, ma passarono sei anni prima che un’altra armata romana varcasse il Reno e la spedizione di Germanico cominciò con un viaggio della memoria al campo di battaglia di Teutoburgo e con la sepoltura dei resti dei soldati romani uccisi. Ma nonostante la grande vittoria di Idistaviso (16 d.C.), Germanico dovette rinunciare a quella che sperava una campagna decisiva per il 17 e obbedire all’ordine di Tiberio di tornare a Roma. Il successivo invio di Germanico in Siria e la sua morte avvenuta in circostanze poco chiare contribuiranno a seppellire definitivamente il progetto della romanizzazione della Germania. Proprio Tiberio, che era stato il più grande soldato che Roma avesse mai avuto, giunse alla conclusione che quel progetto era troppo costoso e pericoloso e che se gli eserciti romani si fossero ritirati a ovest del Reno i Germani avrebbero ripreso a combattersi fra di loro.
Con la campagna contro Maroboduo, Arminio voleva molto probabilmente realizzare l’unione di tutti i popoli germanici sotto la sua leadership, ma circolò anche la voce che volesse farsi re e questo dovette provocare prima una congiura per avvelenarlo e poi la sua uccisione nel 21 d.C. da parte dei suoi. Poco prima era morto, forse di veleno, il suo grande avversario e quasi coetaneo Germanico. La sua sposa Thusnelda morì a Ravenna nel 17 d.C., il suo unico figlio Tumelico morì probabilmente in una palestra di gladiatori ancora adolescente.
È stato detto che con la rotta di Teutoburgo Roma perse la Germania e la Germania perse Roma”.
Valerio Massimo Manfredi, Nota dell’autore, in Teutoburgo. Romanzo, Milano, Mondadori, 2016

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Stele tombale del centurione Marco Celio, originario di Bononia e caduto a Teutoburgo, all’età di 53 anni assieme ai suo liberti, Privatus e Thiaminus. Questo l’epitaffio:

Marcus Caelius Marci libertus Privatus
Marcus Caelius Marci libertus Thiaminus

Marco Caelio Titi filio Lemonia Bononia centurioni legionis XIIX annorum LIII semissis cecidit bello Variano ossa inferre licebit Publius Caelius Titi filius Lemonia frater fecit.

A Marco Celio figlio di Tito della tribù Lemonia di Bononia centurione della XVIII legione a 53 anni e mezzo cadde nella guerra Variana sarà lecito portare qui le sue ossa (potranno qui essere sepolte le sue ossa) Il fratello Publio Celio figlio di Tito della tribù Lemonia fece

La stele, rirovata a Xanten (Castra Vetera), nel 1620, è un cenotafio eretto dal fratello di Marco, Publio Celio, che non ebbe modo di recuperarne i resti. Il centurione è rappresentato con i suoi liberti Privato e Thimiano, che ne condivisero la sorte, e con le sue decorazioni militari, dalla corona civica alle cinque phalerae.

Silvia Ronchey, Eroe equivoco, la sua scia arriva a Hitler, “La Stampa”, 17/12/2008

“Varo, ridammi le mie legioni!”. Augusto sbatté la testa contro la porta, narra Svetonio, alla notizia atroce di quel settembre nero dell’anno 9: il massacro di tre intere legioni, il suicidio collettivo del generale Publio Quintilio Varo e dei suoi ufficiali dopo l’imboscata tesa nella foresta di Teutoburgo da una coalizione di tribù germaniche ribelli. Hermann/Arminio dai lunghi capelli, come lo cantò Ovidio, che le aveva capeggiate genialmente anche perché da ex-ausiliario conosceva bene l’esercito romano, divenne un eroe nazionale. L’impero di quei conquistatori che si credevano “civilizzatori” (Velleio Patercolo) fu marchiato a fuoco dalla sconfitta, che impose il limes reno-danubiano a autolimitazione perenne della colonizzazione romana nel continente europeo.
Il ricordo di Teutoburgo risuonerà lungo tutto il medioevo, nella Canzone dei Nibelunghi e nella leggenda di Sigfrido, informerà il mito di nascita di un popolo. “Più pericolosi sono i Germani con la loro libertà che non i Parti con il loro regno”, aveva scritto Tacito, contrapponendo nella sua polemica la virtuosa purezza di quel popolo autoctono incontaminato e libertario alla corruttela morale e al servilismo del melting pot della classe dirigente romana. Dopo la riscoperta della Germania di Tacito nel Rinascimento europeo, l’identità della nazione tedesca e l’insidioso mito di un’intrinseca purezza e superiorità della sua razza si formerà intorno al ricordo dell’umiliazione inflitta all’impero mediterraneo: “Hermann vinse la battaglia, / i romani vennero scacciati, / Varo fu sconfitto con le sue legioni, / e noi siamo rimasti tedeschi”, scriverà Heine. La clades Variana di Teutoburgo, anche grazie agli studi di Mommsen, diventerà la bandiera della politica unificatrice bismarckiana. E le sue derive arriveranno al nazismo, intriso della certezza dell’invincibilità e incontaminabilità del popolo tedesco.
Se la scoperta archeologica di Nordheim dimostrerà, come gli studiosi annunciano, che l’invalicabilità del limes germanico non fu assoluta e perenne, ma che una significativa penetrazione romana nella Germania orientale ebbe luogo in età tardo imperiale, qualunque ne siano l’entità e il contesto effettivi, forse non sarà, come si autoproclama, la scoperta del secolo, ma servirà a smantellare anche agli occhi dei molti quel complesso e stratificato sistema di certezze che insinuando la propaganda ideologica nella storia ufficiale la rende sempre e comunque, per citare Luciano Canfora, storia falsa.

9 d.C. - 1909: cartolina celebrativa della clades Variana e della vittoria di Hermann- Armino

9 d.C. – 1909: cartolina celebrativa della clades Variana e della vittoria di Hermann- Armino

PER APPROFONDIRE

http://www.wikiwand.com/it/Battaglia_della_foresta_di_Teutoburgo

L. Canfora, Quello slancio nazionalistico che resiste nei secoli. Dalla selva di Teutoburgo alle guerre moderne, “Corriere della Sera”, 27 giugno 2012

Il sito del Museo e del Parco Archeologico di Kalkriese.

Arminio, traditore dell’impero, da  E. Percivaldi, Un mito controverso – “Hermann”, Terra Insubre’, anno XIV n. 51

Peter S. Wells, The Battle That Stopped Rome: Emperor Augustus, Arminius, and the Slaughter of the Legions in the Teutoburg Forest, Norton paperback, 2004 (Il Saggiatore, 2004)

Romanzi storici:

G. CERVO, Il centurione di Augusto, Piemme, 2005

H. TURTLEDOVE, Give Me Back My Legions!, St. Martin’s Griffin, 2009 (La battaglia di Teutoburgo, Fanucci editore, 2009)

V.M. MANFREDI, Teutoburgo, Mondadori 2016

Immagine correlata

C. D. FRIEDRICH, Tombe di antichi eroi (o Tomba di Arminius),  1812, Kunsthalle, Amburgo

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