Alessandro Magno e i moderni

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Dal Medioevo ad oggi, la figura di Alessandro Magno non ha cessato di generare nuove rappresentazioni, nuova arte. Fondamentale riferimento bibliografico è il volume Alessandro Magno in età moderna, a cura di F. Biasutti e A. Coppola, Cleup, 2010.

“«Se io non era l’imperator Napoleone, avrìa voluto essere il cittadino Cosimo Rondò». Così dice Napoleone al Barone Rampante, appropriandosi della famosa battuta di Alessandro a Diogene: «Se non fossi Alessandro vorrei essere Diogene». Nel Barone Rampante di Calvino, infatti, Napoleone incontra Cosimo, il barone che vive sugli alberi e affronta il mondo come Candido di Voltaire: infastidito dal sole, Napoleone chiede a Cosimo di fargli da schermo e subito scatta in lui un vago, sfocato ricordo del testo di Plutarco, dove si racconta il famoso incontro fra Alessandro e Diogene. Napoleone, che vorrebbe essere Alessandro, parla come Diogene ma al contrario. È una totale inversione dei ruoli, uno sdoppiamento ironico e allusivo, in cui Alessandro si insinua fra l’imitatore cosciente, Napoleone, e l’inconsapevole erede, Cosimo: entrambi, il grande conquistatore e l’indagatore curioso del mondo e della natura umana, rappresentano i due volti della fortuna di Alessandro.
  “È lungo questi percorsi che si snodano le riflessioni su Alessandro già a partire dalla sua morte e ininterrottamente fino a noi. Il suo nome evoca subito grandezza, conquista ed esotismo, superamento dei limiti, gloria e fortuna, la sua fama si impone da subito e con grande facilità. L’ampiezza della conquista è incommensurabile, la rapidità d’azione è sconvolgente, ogni battaglia è una vittoria. L’eroe è giovane e bello. Il suo è un mito che si autoalimenta e si dimostra vitale ancora oggi, quando si producono persino cartoni animati, fumetti e film che hanno per oggetto più o meno veritiero il re macedone. Lungo sarebbe tutto l’elenco degli estimatori, imitatori, emuli di Alessandro che si sono con lui confrontati o a lui sovrapposti.”

INDICE DELL’OPERA:

Introduzione, p. 7.
P. Boitani, Trionfo e fine di Alessandro: dal Medioevo all’età moderna, p. 11.
P. Tucci, Dall’Alessandro medievale all’Alessandro umanistico (Villon, Montaigne), p. 73.
G. Bodon, Alessandro eroe “platonico?” Una proposta di lettura del ciclo cinquecentesco nel salone di Villa Godi a Lonedo di Lugo Vicentino, p. 95.
A. Oliveri, Alessandro Magno creatore di saperi: fra ’500 e ’700, p. 117.
R. Bassi, Francis Bacon come Alessandro Magno. L’impresa eroica della Regeneratio Scientiarum, p. 133.
F. Mignini, Paura, superstizione e tirannide. Alessandro Magno in Spinoza, p. 151.
C. Ravazzolo, L’Alessandro in Susa di Girolamo Frigimelica Roberti, p. 167.
M. Delon, Alexandre conquérant et séducteur, p. 187.
C. Corti, Eroico/erotico: Alessandro Magno nella drammaturgia romantica inglese, p. 201.
M. Viale Ferrero, Per Alessandro: prodigi storici e scenografici, p. 233.
J.M. Roulin, Chateaubriand: Alexandre à la lumière de la Révolution et de Napoléon, p. 255.
F. Biasutti, Alessandro Magno nella Philosophiegeschichte di Hegel, p. 271.
G. Cantillo, Alessandro Magno e l’idea di ellenismo nella teoria della storia: Droysen, Ranke, Burckhardt, p. 285.
B. Steindl, L’iconografia alessandrina nella Roma dell’800, p. 315.
A. Taverna, Alessandro, Wagner e il disordine dei fiori, p. 349.
A. Coppola, L’Alessandro fascista, p. 357.
Appendice:
P. Moreno, Iconografia di Alessandro nell’arte antica, p. 373.

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“Alessandro Magno aveva l’abitudine di tenere il collo lievemente inclinato verso sinistra, come chi indugia riflettendo intorno a se stesso o a qualcosa. Lo sguardo, colmo di una effusa e liquida dolcezza, era quasi sempre rivolto verso l’alto, a inseguire i presagi, i cenni e le rivelazioni, che si affacciavano tra le nuvole del cielo. La carnagione era bianca, delicata, con sfumature color rosso porpora sulla guance e sul petto: la pelle emanava un profumo, che impregnava le leggere tuniche di lino. Probabilmente – aggiunge Plutarco – la temperatura del suo corpo era elevata, quasi infuocata, simile a quella delle regioni riarse del globo, “dove cresce la maggior quantità e la migliore qualità di aromi”. Questo ardore consumava l’umidità eccessiva, che rende grevi, pesanti e corrompibili i nostri corpi; e l’avvolgeva con la stessa fragranza dei preziosi profumi d’Arabia.
Quando leggiamo questa pagina di Plutarco, o contempliamo al British Museum la copia del famoso ritratto di Lisippo, abbiamo l’impressione di conoscere un giovane sognatore appena atteggiato: uno di quei ricchi e squisiti dilettanti di letteratura e di filosofia, che nei dialoghi di Platone escono dalle quinte per pochi minuti, dicono qualcosa e poi scompaiono per sempre, avvolti da una oscurità che nulla riuscirà a illuminare. Anche Alessandro sarebbe potuto diventare un semplice amatore di letteratura. Tutte le sere prima di addormentarsi leggeva qualche verso dell’Iliade, e poi la riponeva sotto il guanciale: venerava Pindaro, amava le tragedie di Euripide, conosceva la filosofia, la matematica, la medicina e la botanica della sua epoca. Se si fosse accontentato di leggere libri, ora Alessandro sarebbe soltanto uno di quei bellissimi giovani morti anzi tempo, ai quali Kavafis dedicò le sue lievi lapidi d’aria.
Ma Alessandro non era nato per questi destini modesti, oscuri e invidiabili. Così l’efebo dalla testa inclinata diventò il più grande conquistatore che la storia abbia mai conosciuto: il modello di Pompeo e di Cesare, il sogno di Germanico, di Nerone, di Traiano, di Adriano, di Luigi XIV e di Napoleone. Nessuno toccò tanti cuori e risvegliò tante fantasie ed entusiasmi, come questo macedone che scomparve a trentadue anni, senza lasciare eredi alle spalle. Due città della Cina, della quale egli non sospettò mai l’esistenza, pretendevano (dice uno storico bizantino) di essere state fondate da lui: in un’oscura località della Kirghisia la sua tomba, dove non erano mai state deposte le sue ossa, veniva venerata come un sacrario; e per secoli i capi delle tribù montanare dell’Afghanistan, del Pakistan, del Kashmir, del Pamir sostennero di portare nelle proprie vene il suo sangue e si sposavano soltanto fra loro, cosi da conservarlo incontaminato. Le leggende di ogni popolo e di ogni religione si impadronirono della sua figura. Nelle tradizioni giudaiche, egli diventò un precursore del Messia: in quelle musulmane, un eroe dell’Islam, che aveva conquistato l’India: in quelle egiziane, l’ultimo dei faraoni: nel Medioevo francese, un esploratore dei cieli e delle profondità marine: in quello tedesco, il re degli gnomi: in Abissinia, un santo cristiano; e a Babilonia, un viaggiatore che aveva oltrepassato il paese della Tenebra e raggiunto le rive del più lontano tra gli oceani.
Qualche volta l’immaginazione degli uomini sceglie una figura del passato; e vi raccoglie i suoi desideri, come accade nelle cristallizzazioni dei sogni. Ma i montanari dell’Hindukush e dell’Himalaya, i sacerdoti copri, gli abitanti della Kirghisia, gli innumerevoli lettori occidentali ed orientali del Romanzo d’Alessandro non lo amarono soltanto perché era stato un grande stratega, o il più illuminato uomo politico dell’antichità classica. La causa di questa venerazione universale fu un’altra. Mentre tutti cerchiamo di essere noi stessi — «persone» Alessandro non si preoccupò di essere se stesso — il figlio di Filippo e di Olimpiade, un uomo non alto, dai capelli biondi, che sapeva a memoria le tragedie di Euripide. Egli volle imitare qualcosa che era stato, e che molti credevano morto. Con tutta la forza della passione, pose davanti agli occhi della sua mente una moltitudine di figure divine ed eroiche, e cercò di risuscitarle e di reincarnarle nella propria vita. Il suo tentativo non fu né il primo né l’ultimo, poiché tutta l’antichità classica e cristiana visse di imitazione, ma non era mai stato condotto con tale ardore e tanta grandiosa ricchezza. I modelli di Alessandro furono un dio, un semi-dio, un eroe e un sovrano: Dioniso, Ercole, Achille, Giro il Grande di Persia. Come Achille, dal quale pretendeva di discendere la sua famiglia materna, desiderò in primo luogo di essere un eroe guerriero. Mentre i suoi rivali combattevano circondati da diecimila guardie, egli era sempre alla testa delle truppe, primo nello scalar muri e torri, armato di lancia e di spada, con l’elmo sormontato da un pennacchio meravigliosamente candido e grande. L’Iliade gli insegnò che poteva coltivare soltanto due passioni, le uniche epiche e nobili: l’ira furiosa e la più disinteressata amicizia. Da Ercole, avo mitico della famiglia paterna, apprese la virtù opposta: quella di sopportare con ostinata pazienza tutti i dolori del mondo; le sofferenze rapide e violente della guerra, e le sofferenze interminabili della fame, della sete, della fatica e della disperazione.
Quando era ragazzo, la madre lo aveva iniziato ai misteri, alle orge, ai rapimenti di Dioniso; e Alessandro amò fino alla morte i banchetti rituali, che si prolungavano per notti e giorni, eccitando le forze e facendo toccare nell’ebbrezza quanto l’esistenza quotidiana ci nasconde. Da Dioniso, Alessandro prese l’estrema mobilità, che lo trasformò in un re vagabondo, la cui vera reggia era una tenda: il desiderio e l’ansia di superare ogni limite, e quella furia di lacerazione, che ogni tanto irrompeva terribilmente nella sua vita. L’ultimo dei suoi modelli non era greco. Tra i sovrani del passato, Alessandro venerò sopra tutti Ciro il Grande, fondatore dell’impero persiano. Imitando l’esempio di Ciro, estese il proprio impero sino ai confini della terra conosciuta: conservò la stessa liberalità verso le tradizioni e le religioni dei popoli dominati. Non conobbe vincitori né vinti: né Persiani né Macedoni né Greci né barbari; ma solo dei sudditi, che possedevano eguali diritti.
Nessun altro uomo giunse forse a comprendere in sé tante persone diverse, distribuite attorno ad un centro, che continua a sfuggirci. Fu multiforme, molteplice: un nodo imprevedibile di contraddizioni; così che egli non sembra appartenere alla razza dei potenti, ma a quella degli scrittori immensi ed anonimi, Shakespeare e Balzac, che portano nel proprio grembo tutte le creature umane, le cose possibili e impossibili, le città reali e immaginarie. Siccome non era uno, ma tanti, poteva comprendere qualsiasi situazione e aderirvi nel modo più duttile e sinuoso. Se doveva guidare le truppe all’assalto di una città, era Achille: Ercole. se doveva dare esempio di sopportazione: era Dioniso quando attraversava l’India; e Ciro, quando reggeva le fila di un impero universale. Alternava il furore e la freddezza, la temerarietà e la prudenza, la velocità e la lentezza, la sfrenatezza e la moderazione, la crudeltà e la pietà, l’arroganza e la dolcezza, lo slancio verso l’infinito e l’attenzione alle minime sfumature. Tutte le figure che egli imitò vivevano nella sua coscienza l’una accanto all’altra. Dioniso ed Ercole, che avevano operato agli affiori del mondo, Achille che aveva combattuto a Troia nella tarda età micenea, Ciro che aveva regnato due secoli prima di lui — abitarono insieme gli anni della sua breve esistenza, che diventò una vasta distesa senza tempo, dove ogni tempo poteva raccogliersi. Il passato si livellò nel suo spirito: il presente si estese smisuratamente, inghiottendo il passato; e il futuro era già lì, pronto a nascere, poiché la leggenda, che avrebbe trasformato la sua figura, si stava elaborando nel corso della sua vita. La maggior parte di coloro che lo osservavano agire Macedoni, Greci, Persiani, Indiani, amici e nemici — sentivano che una specie di frontiera invisibile allontanava da loro quest’uomo che viveva nel tempo e fuori del tempo. Combatteva e veniva ferito come un uomo mortale, beveva e si ubriacava come un soldato — ma era davvero un uomo? Se gli altri ignoravano chi egli fosse, forse nemmeno Alessandro seppe mai veramente a quale mondo apparteneva. Era un uomo: o una creatura chi origine divina, come quelle a cui cercava di assomigliare? Al principio del 331, attraversò il deserto d’Egitto e di Libia, fino all’oasi di Siwa. In questo luogo prodigioso, tra le palme e gli olivi, presso blocchi di sale da cui sgorgava un’acqua fresca e dolce, vicino alla «sorgente del sole», tiepida all’alba, fredda a mezzogiorno, bollente a mezzanotte, vide il tempio del dio Ammone, uno degli oracoli più famosi dell’antichità. La tradizione racconta che nel Alessandro ebbe la conferma di non essere il figlio di Filippo di Macedonia, ma del dio Ammone, che si era congiunto con la madre assumendo la forma di un serpente. L’episodio è raccontato in modi tanto diversi, che riesce difficile interpretarlo. Noi possiamo dire soltanto che Alessandro entrò da solo nell’interno del santuario: là ebbe delle rivelazioni segrete ed ineffabili», che custodì sempre nel silenzio, come si custodiscono nel silenzio le cose supreme. Scrisse alla madre che poteva comunicarle soltanto a lei: a voce, non per iscritto. Ma non la vide mai più, e noi ignoriamo cosa Alessandro abbia saputo nelle profondità del santuario.
Vivere con tale peso di immagini sopra le spalle era il desiderio della sua esistenza: Alessandro riuscì a realizzarlo, e fu felice, se questa parola ha un senso; ma comprese quanto sia difficile e pericoloso, per un uomo, avere tante anime. In ogni ora della sua vita, doveva far coesistere in sé i gesti e le azioni di Achille e quelli di Ciro, i sentimenti di Dioniso e quelli di Ercole: tenere insieme modelli discordanti tra loro, ognuno dei quali cercava di esprimersi senza gli altri o contro gli altri. Quando questa moltitudine di immagini e di tempi si accalcava con più violenza nella sua mente, forse Alessandro si domandò: «Chi sono io? Questo sentimento, che ora credo di provare, questo gesto, che ora mi sembra di compiere, è mio: o è il gesto di un altro, accaduto in un tempo immemorabilmente lontano? Vivo qui, a Persepoli, a Babilonia, in India, o tra gli dèi, i mostri, le cose ripetute, consacrate, finite?” Travolto da queste sensazioni, che né il vino né il sonno né il delitto riuscivano a vincere, Alessandro temette di perdersi nella più angosciosa delle vertigini”.

Pietro Citati, Alessandro Magno, Milano, Adelphi, 2009

Humbert de Superville, Studio della testa di 'Alessandro morente', Leida, Rijksuniversiteit, Prentenkabinet

LA TIGRE BLU DELL’EUFRATEdi Laurent Gaudé 
traduzione Gioia Costa, mise en espace a cura di Giovanni Scacchetti, con Francesco Villano.  Video installazione di Luca Saini, disegno del suono Maurizio Borgna.
Drammaturgia Giorgio De Alessi e Giovanni Scacchetti

Work in progress…

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